Scrittura emiliana.

Un consiglio

mercoledì 17 Agosto 2022

Ecco, io, la cosa che devo cercare di evitare, quando parlo della Russia, è pensare di conoscerla, la Russia, perché io, con tutto che son più di trent’anni che traffico con la Russia, le uniche due città in cui sono stato per un periodo significativo sono Mosca e Pietroburgo e, come dice Dino Sarti, La Russia è grande, è ben oltre Mosca e Pietroburgo e io, l’unica cosa che mi sento di consigliare, a chi decide di andare in Russia, è di prendere su la maglia di lana.

[Oggi, 17 agosto, esce un numero di Domino con un mio pezzo che si dovrebbe intitolare Perché i russi tacciono? (la foto viene da dinosarti.it)]

Molto arrabbiato

mercoledì 10 Agosto 2022

«Due giorni dopo l’inizio dell’operazione speciale è comparsa la notizia che Prilepin la sosteneva. Mi sono molto arrabbiao. Cosa vuol dire sostenerla? L’ho cominciata io! Sono otto anni che mi occupo di questa cosa!».

Zachar Prilepin

[Giovedì 11 agosto, alle 8 e 45, su Radio 24, parlo di letteratura russa con Giulia Crivelli]

Di due tipi

giovedì 28 Luglio 2022

Anna Achmatova rifiutava l’idea che le donne potessero essere di due tipi, pure o cadute. Quando lo scrisse nelle sue poesie, la chiamarono mezza suora e mezza prostituta.

[Amanda Haight, Akhmatova. A Poetic Pilgrimage, Oxford University Press, New York and London, 1976, p. 2]

Venička

mercoledì 20 Luglio 2022

Venička, il protagonista di un romanzo che mi piace moltissimo, Mosca Petuški, di Venedikt Erofeev, a un certo punto dice: «Io, se voglio capire, trovo posto per tutti. Io non ho una testa, ho una casa di tolleranza».

[C’è un pezzo mio sul numero in edicola di Domino]

Da quello

giovedì 9 Giugno 2022

Devi fare il bene dal male, perché si può fare solo da quello.

Robert Penn Warren

[Arkadij e Boris Strugackij, Picnic sul ciglio della strada, epigrafe]

Sulla porta del bagno

sabato 28 Maggio 2022

In Salaborsa, a Bologna, al secondo piano, sulla porta del bagno, c’è scritto, col pennarello nero: «Sono un uomo malato. Sono un uomo cattivo». L’inizio di Memorie del sottosuolo.

Non ce l’ho con te

sabato 21 Maggio 2022

Volodja nella casa sul Lungofiume nel 1993: clic

Un paletot

martedì 26 Aprile 2022

In lettere dei condannati a morte della resistenza ce n’è una di Bianchetti Giuseppe, operaio trentaquattrenne di Montescheno, in provincia di Novara, che fa così:

Caro Fratello Giovanni, scusa se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che fra mezz’ora sarò fucilato; però ti raccomando le mie bambine di dar loro il migliore aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e a tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe

C’è un poscritto:

Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletot e ciò che resta. Ciau tuo fratello.

Nel saggio su Leskov, Benjamin dice che, quando si sta per morire, l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e negli sguardi del morente e conferisce a tutto ciò che lo riguarda l’autorità che anche l’ultimo degli uomini possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità, scrive Benjamin, è all’origine del narrato, e quest’autorità, credo, fa sì che il paletot di Bianchetti Giuseppe sia memorabile come quello di Akakij Akakievič (illustrazione di Boris Kustodiev).

Il più sboccato del mondo

mercoledì 6 Aprile 2022

Il nostro popolo non è dissoluto, ma molto casto, malgrado sia senza dubbio il più sboccato del mondo; e su questa contraddizione, giustamente, vale la pena riflettere un po’.

[Fëdor Dostoevskij, La città più cupa del mondo, a cura di Verdiana Neglia, Fidenza, Mattioli 1885, p 72]

Ecco

giovedì 31 Marzo 2022

E gli studenti dell’accademia di Belle arti di Mosca che ho conosciuto nel 1993 vedevano tutte le puntate di una serie televisiva che si chiamava Sprut, La piovra, col commissario Cattani, e con loro mi sono trovato a cantare, intorno a un tavolo con sopra una bottiglia di vodka, due fette di pane nero e due pomodori, una canzone che non avrei mai pensato di cantare in vita mia, Un italiano vero, di Toto Cutugno, e lì ho capito che quello è il vero inno italiano e che sarebbe bellissimo se i calciatori della nazionale, al centro del campo, la mano sul cuore, cantassero «Buongiorno Italia gli spaghetti al dente, un partigiano come presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra» e purtroppo non succederà mai.

Sempre domani, sempre sul Venerdì di Repubblica, sempre la mia Russia Sovietica