Scuola elementare.

Unione Sovietica, Italia

domenica 16 dicembre 2018

La prima volta che ho sentito parlare dell’Unione Sovietica da uno che c’era stato, era negli anni settanta, ero alle medie, era venuto un giornalista della Gazzetta di Parma che ci aveva detto che là, in URSS, alle poche macchine che circolavano di notte toglievano i tergicristalli perché avevano paura che glieli rubassero, e noi avevamo pensato “Che posto insensato”. Mi è tornato in mente stamattina quando toglievo i fanali alla mia bicicletta, in stazione, perché se no me li rubano.

Calcio e mare

domenica 16 dicembre 2018

Sto andando a Genova, per Quelli che il calcio, a vedere Sampdoria Parma, e mi hanno detto che c’è Dario Vergassola, con me, e Dario Vergassola io l’ho conosciuto 17 anni fa, circa, quando mi ha invitato a una trasmissione radiofonica che si chiamava Radiofaro che facevano a Imperia che mi avevan chiesto di scrivere un pezzo che durasse tre minuti e parlasse del mare, e io avevo scritto, e poi letto per radio, il pezzo seguente (che poi è finito dentro un romanzo che si chiama Grandi ustionati):

Dal momento che ho scritto dei libri, ogni tanto mi chiedono di scriver qualcosa su qualche argomento specifico, non so, per esempio parlare per radio per tre minuti del tema Il mare. Come se io avevo qualcosa da dire, del mare.
Al mare, io sono vent’anni che non ci vado, al mare. Che pensarci da quando ho potuto decidere io, io ho sempre deciso di non andare, al mare. A dire il vero ci sono andato quattro anni fa una settimana a Pescara, al mare, ma lì non avevo deciso io aveva deciso la mia morosa di allora quello non vale.
Non era proprio a Pescara, se può interessare, era un paesino prima, di arrivare a Pescara, quello dove facevano nel palazzetto il festival estivo di Erotika chissà se lo fanno ancora. Che noi con la mia morosa ci passavamo davanti tutte le volte che tornavamo dal mare. Stanchi arrossati arrabbiati dopo due mesi ci siamo lasciati.
Quello è l’ultimo ricordo che ho, del mare, e a parte quello, del mare, solo ricordi d’infanzia, del mare.
Solo, i ricordi d’infanzia io non li sopporto, i ricordi d’infanzia. Io prima di leggere Proust i ricordi d’infanzia già mi piacevano poco, dopo poi ho letto Proust non ne parliamo. E dopo Proust ho letto anche tutti gli altri scrittori con la proustite che adesso c’è pieno.
Comunque una cosa la dico, dell’infanzia, se no veramente non ho niente da dire, del mare. Al mare, io quando da piccolo andavo al mare che mi costringevano io pativo un caldo io ero contento quando pioveva, al mare. Che tornavo dalle mie ferie al mare Com’è andata? mi chiedevano, Bene, gli dicevo, è piovuto tutto il tempo.
Comunque di mare, se può interessare, io non so cosa dire, di mare. Io sono qui che la tiro alla lunga tre minuti, devo tirare, non siam neanche a due, andiamo bene. Andiam proprio bene, andiamo.
Non so, proviam Monterosso.
Monterosso, ci son stato un anno che ero già adolescente trovare mio zio che lui là ha una casa. Le cinque terre. Le cinque terre si possono visitare anche in battello ce le invidiano tutti. Ci andava anche il poeta anglossassone Byron a nuotare, mi ha detto mio zio che fa il ferroviere.
Monterosso, se può interessare, Monterosso c’è una bella stazione, sul primo binario i tavolini del bar, con mio zio andavam delle volte in stazione a giocare a briscola coi suoi colleghi parlar dei ritardi dei treni, se può interessare.
Questo per quel che riguarda il mare. Che delle volte vicino ci si trova anche la montagna. In quei casi nel lessico degli indigeni è molto frequente la parola strapiombo. Parola che da noi viceversa in Emilia Romagna è poco comune.

Un altro fiume

domenica 16 dicembre 2018

Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore

Per Tolstoj questo aspetto ha un’importanza di principio: egli diceva che gli uomini non sono intelligenti, stupidi, coraggiosi, codardi, no: gli uomini sono come un fiume, che attraversa valli ora strette, ora ampie, ora incontrando un banco di sabbia, ora una cascata.

[Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore, traduzione di Maria Di Salvo, Roma, Editori Riuniti 1984, p. 353]

Forse Qualcosa

domenica 16 dicembre 2018

Nel numero 7 di Qualcosa, che dovrebbe uscire tra 9 mesi circa, si parlerà dei nostri genitori, e ci saranno, forse, queste tre epigrafi:

I genitori sono negativi non sviluppati. Tra tutti coloro che incontriamo nella vita sono quelli che conosciamo peggio, proprio perché non li incontriamo; l’iniziativa fin dall’origine è già stata presa dagli «avi»: sono loro che vengono incontro a noi. Il cordone ombelicale non è stato tagliato, loro sono parte di noi esattamente nella stessa misura in cui ci è impossibile capirli. Il collasso della conoscenza è assicurato. Il resto sono congetture. Abbiamo paura di vedere il loro corpo e di guardarli nell’anima. Loro per noi non si trasformano mai in persone, rimangono per sempre un susseguirsi di impressioni che non hanno un’origine, dei mutevoli spauracchi-miraggi.

Viktor Erofeev

Mi ricordo l’unica volta che ho visto mia mamma piangere. Stavo mangiando una crostata di albicocche»

Joe Brainard

La mamma era stata, oltre che mia madre, la cugina più vicina della mia parentela. Essa era stata la mia sola vera Fidanzata. Avrei dovuto e voluto essere il Suo custode. Se ho sempre mancato al mio dovere, niente di male per Lei. Il Suo custode fu sempre presente in Lei stessa. C’era del resto Chi L’aspettava. Il papà, morto il 28 giugno 1909, la stava aspettando da 53 anni. Sorridente, dolce, scanzonato, aspettava la Mamma. Intatto nel viso, nel corpo, nella barba, nei capelli (così come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962, davanti a me e al mio giovane e carissimo cugino Paolo Tardini e al direttore del cimitero) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mio padre, aveva 33 anni; e io, suo figlio, cinquantaquattro. Unico al mondo, io credo, ho visto per la prima volta il papà: lui, in età di un mio figlio; io, in età di suo padre!

Antonio Delfini

Tra mezz’ora

sabato 15 dicembre 2018

La riunione di Qualcosa in Salaborsa (Noi non siamo lunatici, siamo rompicoglioni)

Ecco

sabato 15 dicembre 2018

Erano un paio di mesi che non mi funzionava lo scanner, adesso, d’un tratto, si è rimesso a funzionare, non è giusto, secondo me.

Spendere

venerdì 14 dicembre 2018

Ho comprato due mele stayman, da un fruttivendolo in via Saffi, a Bologna, lui mi ha chiesto «Vuoi quelle spendopoco o spendomolto?». Ho preso quelle spendomolto. Un euro e trenta.

Un fiume

venerdì 14 dicembre 2018

Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore

Il termine «scritto» è sbagliato se riferito ai romanzi. I romanzi non si scrivono, anche se Mark Twain, rispondendo alla domanda su come si dovesse scrivere un romanzo, rispose: «stando seduti». I romanzi vengono costruiti. Il romanzo non è un lago, ma un fiume, e si potrebbero scegliere come epigrafe per i romani le parole del Canto della schiera di Igor:
«O Dnepr Slavutič! Ti sei fatto strada tra i monti di pietra…»

[Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore, traduzione di Maria Di Salvo, Roma, Editori Riuniti 1984, p. 236]

Comunque

giovedì 13 dicembre 2018

Oggi, comunque, non ho preso neanche un treno

Ridevano di lui

giovedì 13 dicembre 2018

I giovani funzionari ridevano di lui e facevano gli spiritosi ai suoi danni, per quanto glielo permetteva l’umorismo burocratico; raccontavano, di fronte a lui, varie storie inventate sul suo conto, sulla sua padrona di casa, una vecchia di settant’anni, dicevano che lei lo picchiava, chiedevano quando si sarebbero sposati, o gli spargevano sulla testa dei pezzetti di carta, dicendo che era neve. Akàkij Akàkevič a questo non rispondeva una parola, come se, di fronte a lui, non ci fosse nessuno: queste cose non avevano neppure nessuna influenza sul suo lavoro. In mezzo a tutte quelle seccature, non faceva il minimo errore, nel copiare. Solo se lo scherzo era troppo pesante, se gli davano un colpo sul braccio impedendogli di fare il proprio lavoro, lui diceva «Lasciatemi stare, perché mi offendete?». E c’era qualcosa di strano, in queste parole e nella voce con cui erano dette. Vi si sentiva qualcosa che induceva talmente alla compassione, che un giovanotto, assunto da poco, che, secondo l’esempio degli altri, si era permesso di prenderlo in giro, si era fermato d’un tratto, come fulminato, e da quel momento era come se tutto fosse cambiato, ai suoi occhi, e gli sembrasse in tutt’altro modo. Come se una qualche forza non naturale lo allontanasse dai suoi compagni che aveva conosciuto come persone per bene, di mondo. E a lungo, poi, nei momenti più allegri della sua vita, gli era tornato in mente il piccolo impiegato con la calvizie sulla fronte, e le sue toccanti parole: “Lasciatemi stare, perché mi offendete?”, e in queste parole toccanti risuonavano altre parole: “Io sono tuo fratello”. E quel povero ragazzo si copriva la faccia con la mano, e molte volte era trasalito, nella sua vita, vedendo quanta disumanità c’è nell’uomo, quanta furiosa volgarità sia nascosta nel raffinato, educato uomo di mondo, e Dio mio!, anche nell’uomo che il mondo giudica nobile e onesto.

[Stasera, all’Atelier Sì, Il cappotto di Gogol]