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Scuola elementare.

Il realismo di Gogol’

mercoledì 19 settembre 2018

Alla polizia era stata impartita la disposizione di catturare il morto a tutti i costi, vivo o morto, e di punirlo, che servisse d’esempio, nel modo più crudele possibile, e per poco non c’eran riusciti, perfino.

[Il cappotto di Gogol’, oggi finiamo]

Qualcosa di diverso

mercoledì 19 settembre 2018

Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore

In un grande scrittore il carattere del personaggio è come fotografato da diversi punti di vista; il dubbio di Puškin su chi sia Onegin, assieme con la proposta di tutta una serie di nomi, termina col pensiero: pare che questo sia lui.
Per Tolstoj questo aspetto ha un’importanza di principio: egli diceva che gli uomini non sono intelligenti, stupidi, coraggiosi, codardi, no: gli uomini sono come un fiume, che attraversa valli ora strette, ora ampie, ora incontrando un banco di sabbia, ora una cascata.
«L’uomo scorre e in lui ci sono tutte le possibilità: era stupido, è diventato intelligente, era malvagio, è diventato buono, e viceversa. In ciò consiste la grandezza dell’uomo. E perciò non si può giudicare un uomo. Giudicare quale uomo? Tu l’hai condannato, ed egli è già un altro. Non si può neppure dire: non mi piace. L’hai appena detto, ed è qualcosa di diverso».

[Viktor Šklovskij, L’energia dell’errore, traduzione di Maria Di Salvo, Roma, Editori Riuniti 1984, p. 353]

Buongiorno

martedì 18 settembre 2018

Non so perché, mi piace andare in giro con il passaporto, quando mi chiedono un documento, far vedere il passaporto, non la carta d’identità, anche se poi ho paura di perderlo, un paio di volte al giorno penso di aver perso il passaporto, la carta d’identità non penso mai di averla persa, e forse mi piace proprio per quello, il passaporto, perché ho paura di perderlo e le mie giornate diventato così interessanti.

Il giornale che farei io

lunedì 17 settembre 2018


[Mi hanno chiesto di mettere qui il discorso che ho fatto sabato scorso a Gressoney, l’ho un po’ ricostruito, in fagottone, ci saranno dei refusi, ho aggiunto anche delle cose (Perec non c’era), lo copio qua sotto, è un po’ lungo (tempo di lettura: venti minuti)]

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Una domanda di calcio

lunedì 17 settembre 2018

Ma il Genoa, che è la più antica squadra di calcio italiana, fondata nel 1893, quando l’hanno fondata, contro chi giocava? Eh?

Una gamma di sedie

domenica 16 settembre 2018

Presi appuntamento con uno psicologo all’ambulatorio dell’università. In sala d’attesa vidi una brochure intitolata Verità e falsi miti sull’acidità di stomaco e mi misi a leggere, perché di solito i falsi miti mi divertivano, ma questi facevano pena. «La menta piperita è un rimedio contro l’acidità di stomaco». Un’infermiera disse una parola che quasi sicuramente voleva essere il mio nome. La seguii fino a una porta con una targa di metallo che diceva PSICOLOGIA DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA. All’interno, un uomo dai capelli bianchi con la faccia rubizza sedeva dietro una scrivania circondato da blocchetti di legno e maiali di plastica. Non c’erano altri animali, solo maiali. Ivan li aveva nominati nelle sue mail. I maiali avevano qualcosa di speciale che io non sapevo?
– Accomodati, prego, – disse lo psicologo dell’infanzia e dell’adolescenza, indicando una gamma di sedie, alcune a dimensione di bambino e altre, immaginai, a dimensione di adolescente. Mi sedetti su una delle sedie più grandi e gli raccontai tutto.

[Elif Batuman, L’idiota, traduzione di Martina Testa, Torino, Einaudi 2018, p. 139]

Cos’hanno di tanto speciale

domenica 16 settembre 2018

Stasera, a cena, a Gressoney, mi hanno chiesto cos’hanno i russi di tanto speciale, come mai mi piacciono tanto, e io ho detto: «Sono insopportabili».
Sì, proprio così, i russi sono insopportabili, per quello mi piacciono tanto.

Gogol’

sabato 15 settembre 2018

Quale fosse e in cosa consistesse la carica del personaggio importante ancora oggi non si sa. Bisogna sapere che quel personaggio importante era diventato da poco un personaggio importante, e fino a poco prima era stato un personaggio che non era importante.

[Il cappotto, di Gogol’]

Consigli sovietici

sabato 15 settembre 2018

Non passare sotto l’albero di trasmissione (da @sovietvisuals)

Leggere e guardare

sabato 15 settembre 2018

Mi hanno detto che i social network che uso io, che sono Facebook e Twitter, sono, soprattutto Facebook, dei social network da vecchi.
Mia figlia, che ha quasi 14 anni, e i suoi compagni di classe, che hanno 14 anni anche loro, non hanno un profilo di Facebook e non hanno nessuna intenzione di aprirlo. Che è un po’ un peccato, per Facebook. Che è nato nel 2004 e, per una manciata di anni, è stata una cosa molto moderna. Adesso non più. E, tra dieci anni, o poco più, in Italia lo useranno solo gli over cinquanta.
Ci sono, quelle mode che duran pochissimo. Come la moda dei paninari. O la moda degli orologi con le fasi lunari. O la moda delle giacche con le spalline. Negli anni ottanta eran delle cose da giovani, da gente che sapeva stare al mondo, che era informata di tutto, adesso sembrano un po’ ridicole, come ridicoli, agli occhi dei giovani di oggi, devono probabilmente sembrare quelli che hanno un profilo di Facebook, tra i quali anch’io, c’è da dire.
C’è però anche da dire che io non ho solo un profilo di Twitter e di Facebook, ne ho anche uno di Instagram, che invece mi dicono che sia un social network che quello sì, che oggi è di moda e che promette di restarlo per tutto il 2019, forse, perfino.
Non l’ho mai usato, il mio profilo di Instagram, cioè l’ho usato solo per andare a vedere i profili di altri, ma di pochi, seguo pochissima gente, su Instagram: Gervinho, che è un giocatore del Parma, che è la squadra per cui tengo; Alicia Piazza, che era la vicepresidente della Reggiana, che era la squadra antagonista di quella per cui tengo (adesso è fallita, si chiama in un altro modo, Audace, o qualcosa del genere, e Alicia Piazza non è più vicepresidente); Pierluigi Bersani, Maria Elena Boschi e Corrado Passera.
Maria Elena Boschi e Corrado Passera li seguo perché mi piacciono i fallimenti (politici, non personali, non li conosco e magari loro, come persone, stanno benissimo), Bersani è quello che seguo da più tempo e proprio per seguire Bersani, nel 2012, devo avere aperto il mio profilo di Instagram, se non ricordo male.
Perché c’era appena stato il terremoto, in Emilia, e Bersani aveva postato una foto, Instagram è il social che la gente, soprattutto, ci mette delle foto, Bersani aveva postato una foto che c’era una strada di Mirandola piena di mattoni. Sembrava un fiume di mattoni, come uno tzunami di mattoni, un’ondata di mattoni che aveva distrutto tutto quello che aveva trovato sulla sua strada, faceva impressione, faceva paura, e immaginarti che quella cosa era una cosa vera e vicinissima a casa tua, io quella foto l’avevo guardata dalla mia casa di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, era doloroso, perfino.
E, anche per questo, la scritta che c’era sotto quella foto suonava in un modo stranissimo. C’era scritto: «pbersani sta usando Instagram – un modo divertente ed alternativo per condividere la tua vita con i tuoi amici attraverso una serie di immagini. Scatta una foto e scegli un filtro per trasformare lo scatto in un ricordo che rimane per sempre».
Che Bersani, dite quel che volete, ma secondo non è mai stato capace, di maneggiar la modernità, chissà come si vestiva negli anni ottanta, mi vien da pensare. Il suo profilo, tra l’altro è in disuso, l’ultimo post è del 2013, cinque anni fa.
Ma, a parte Bersani, che è anche lui un po’ passato di moda, forse, a parte Bersani mi viene da chiedermi come mai Instagram è più moderno, di Facebook e di Twitter.
Forse c’entra il fatto che Instagram è un social prevalentemente di immagini. Puoi postare anche un testo, ma quello che domina, lì, sono le immagini, le foto, come quella di Bersani.
Mi viene in mente un convegno a cui son stato invitato, sabato e domenica, a Gressoney, convegno che si intitola Visto si stampi e il cui tema è «Guardare is the new leggere», dove credo si ragionerà sul fatto, che è vecchio anche lui di cent’anni (lo diceva un poeta russo straordinario che si chiama Velimir Chlebnikov) che l’immagine ha vinto, che è più potente, del testo.
Ecco, io, devo dire, non lo so, se sono d’accordo.
E non so se sono d’accordo perché nella mia esperienza, semplicemente, non è vero.
Il primo libro da grandi che ho letto, il primo libro senza figure, sono passati più di quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto i libri da grandi, quante cose ci possono essere dentro un libro senza figure, mi ricordo tutto: mi ricordo dov’ero, sotto il portico di casa nostra in campagna, mi ricordo mia nonna che cantava in cucina, mi ricordo che passava mio babbo con dei secchi di calce, mi ricordo la sedia arancione su cui ero seduto, mi ricordo la polvere che c’era nell’aria, mi ricordo la sensazione stranissima dovuta al fatto che io, incantato dal libro, non ero per questo incanto estraniato dal mondo ero dentro, nel mondo: leggere produceva un effetto stranissimo, faceva diventare il mondo più mondo.
E questa sensazione di esser nel mondo (più mondo) l’ho poi riprovata ogni volta che ho riconosciuto la letteratura: Delitto e castigo, di Dostoevskij, sdraiato nel letto della mia stanzetta minuscola di Basilicanova, mi sembra di vedere ancora il copriletto, le Poesie di Chlebnikov, da in piedi, appoggiato allo scaffale dei russi della Biblioteca Guanda di Parma, e potrei quasi descriver le facce di chi stava studiando, il primo libro che ho letto per intero in russo, Romanzo teatrale, di Michail Bulgakov, sulla metropolitana di Mosca nel 1993, che ero così contento, che finalmente leggevo un libro in russo che mi chiedevo “Come andrà a finire?”, e mi ricordo, perfettamente, come ho alzato la testa, in quella metropolitana, quando mi sono accorto che era un libro incompiuto, e mi sembrava che, in quel vagone verde e marrone, tutti i passeggeri mi guardassero scuotendo la testa e pensando “Che deficiente”.
A ciascuno di questi libri, e a tanti altri, io devo, dentro di me, un’immagine potentissima, e la potenza di queste immagini che sono lì, nella memoria della mia pancia, è dovuta a un testo, non a una figura; i testi, quando ci prendono, sono produttori di immagini che, credo, resisteranno anche a Instagram, ben oltre il 2019, secondo me.
Come il cielo della Russia; a me piace molto andare in Russia, e il cielo della Russia io ho cominciato a vederlo quando ho letto una poesia di Chlebnikov che dice: «Poco, mi serve. / Una crosta di pane, / Un ditale di latte, / E questo cielo / E queste nuvole». Senza questa poesia io vedrei molto meno, quando sono là.

[uscito ieri sulla Verità]