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Scuola elementare.

La cugina e Vanna Marchi

domenica 26 marzo 2017

La cugina della Battaglia, le davano fastidio i capelli davanti agli occhi, ha preso un paio di forbici si è tagliata la frangia da sola dice mia mamma che sembrava un’orfanella. Dopo, non c’entra niente, ma in Guerra e pace c’è anche Vanna Marchi, ho scoperto.

Non mi aspettavo tanto spazio dato ai conflitti tra Francia e Russia

sabato 25 marzo 2017

To soréla

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Questi due qui

sabato 25 marzo 2017

Io, che sono nato a Parma, in Emilia, e abito a Bologna, in Emilia, il giorno prima del giorno in cui scrivo questa nota sono andato a presentare un libro a Morciano di Romagna, in provincia di Rimini, e la prima cosa che ho detto, nella presentazione, ho detto che ero contento di essere in Romagna e che, appena avevo visto intorno a me la Romagna, mi era venuto in mente quando anni prima, a Roma, un tecnico della Rai con il quale avevo parlato di un libro che si chiama La banda del formaggio, quando aveva sentito che il protagonista era di Parma, e che anch’io ero di Parma, alla fine, prima di salutarci, mi aveva detto che lui c’era stato, dalle mie parti, in Romagna, e che si stava bene, e io, quella volta lì, a Morciano di Romagna, avevo detto che noi, emiliani e romagnoli, da lontano sembriamo uguali invece siamo diversi, secondo me.
Figuriamoci quanto sono diversi emiliani e sardi.
Da qualche anno sto facendo, in diverse città d’Italia, il repertorio dei matti di quelle città, che è un lavoro che ha comportato la scoperta, del tutto imprevista, del fatto che il modo di essere matti a Torino, per dire, è molto diverso dal modo di essere matti a Parma, per dire.
A Torino, i matti di Torino si comportano quasi tutti come se fossero in interni anche quando sono in esterni, e il matto più torinese di tutti, tra quelli che sono andati a finire nel libro, a me sembra sia questo qua:
«Uno telefonava ai vicini per dire che dalla sua finestra vedeva  un quadro storto e  per favore di drizzarlo, se no non riusciva a dormire».
Il matto più parmigiano tra i matti di Parma, invece, secondo me è questo qua:
«Uno era un direttore d’orchestra, nato vicino al parco ducale. Era uno che, per dire, quando venne nominato senatore a vita rispose al presidente della repubblica con un telegramma con scritto “no, grazie”. Raggiunta la fama, si era trasferito in America, e i teatri facevano a gara per averlo; i musicisti un po’ meno, dato che era solito rivolgersi loro dicendo: “Look at me, teste di cazzo”».
Che ha quella cattiveria così parmigiana che a me piace tanto.
Il matto più andriese dei matti di Andria, secondo un sondaggio fatti dai redattori del Repertorio, è questo qua:
«Una volta stavano restaurando il Palazzo Ducale e uno, approfittando delle impalcature montate, decise di rubare qualcosa di prezioso. Rubò un balcone».
E a Livorno, per dire, i matti di Livorno secondo me sono un po’ il contrario dei matti di Torino, si comportano sempre come se fossero in esterni anche se sono in interni, e il matto più livornese dei matti di Livorno, per me, è questo qua:
«C’era uno che quando ascoltava la radio diceva: “Ma queste cantanti di oggi: Emma Marrone, Malika Ayane, Alessandra Amoroso. Ma quanto c’avranno, vent’anni? E stanno sempre lì a cantare di depressione, oddio mi hai lasciato, mi voglio ammazzare, senza di te come farò. Io Boia! Dovrebbero parlare di trombare, come mi va di chiavare, mi devi pipare ancora di più. Ecco di che dovrebbe cantare una che c’ha vent’anni. Sanno una sega loro della vita di merda, sanno”».
Che c’è quella cattiveria, lì, livornese, così bella e così cattiva.
E poi vengono i matti di Cagliari, e con loro i problemi.
Perché a me, come devo avere anche già detto, i sardi piacciono molto, e una cosa che mi piace molto, dei sardi, è che sono quasi più permalosi di me, allora conoscendomi, e sapendo come son permaloso, io dire qualcosa, dei sardi, non è semplicissimo, però visto che me l’han chiesto, e visto che io ho accettato, bisogna provare.
Allora io, che non sono uno che se ne intende neanche tantissimo, mi rendo conto, ma i matti più sardi tra i matti che ci sono nel repertorio dei matti della città di Cagliari a me sembrano questi due qui:
«C’erano due, marito e moglie. Non avevano figli e non avevano amici. Passavano la settimana a lavorare, ma la domenica mattina indossavano il vestito bello, mettevano musica degli anni Quaranta sul giradischi e ballavano insieme nel salotto di casa».

[Uscito sul numero di febbraio marzo di Sardinia post magazine]

L’atto sessuale

sabato 25 marzo 2017

Emmanuel Carrère, Propizio è avere ove recarsi

Montaigne chiedeva: «Che avrà mai fatto di male alla gente l’atto sessuale, tanto naturale, necessario e legittimo, perché nessuno si arrischi a parlarne senza provare vergogna…?»

[Emmanuel Carrère, Propizio è avere ove recarsi (titolo originale Il est avantageux d’avoir où aller), traduzione di Francesco Bergamasco, Milano, Adelphi 2017, p. 153]

Quello

venerdì 24 marzo 2017

La cosa peggiore che scrivo, per mail, quando proprio voglio dire a uno che di lui non ne voglio più sapere é: Arrivederci. Se scrivo: Arrivederci a qualcuno vuol dire che son proprio arrabbiato. Ecco. Volevo dir quello.

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venerdì 24 marzo 2017

Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde

Darling, lo so, il mio continuo lamento ti attedia,
questa eterna altalena tra ebbrezza e malore.
Il mio rammarico è forse volontà di commedia.
Grande è la buffoneria del dolore.

[Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Torino, Einaudi 2007, p. 277]

Relazioni

venerdì 24 marzo 2017

Una era una donna che si vantava di essere stata con personaggi famosi: diceva di avere avuto le sue relazioni più focose con Kledi, Robbie Williams e Leonardo delle Tartarughe Ninja.

[Dal Repertorio dei matti della città di Reggio Emilia, in lavorazione]

E poi?

venerdì 24 marzo 2017

imgres

– E poi?
– Dove andrà la letteratura?
Ma «poi» e «letteratura» non sono dei concetti così semplici. La letteratura percorre molte strade contemporaneamente e contemporaneamente stringe molti nodi. Non è un treno che arriva a destinazione. E il critico non è un capostazione. Molte ordinazioni sono state fatte alla letteratura russa. Ma farle un’ordinazione non ha senso: le ordinano l’India, e lei scopre l’America.

[Intervallo, in Jurij Tynjanov, Literaturnaja evoljucija, Moskva, Agraf 2002, p. 414]

Un messaggio

venerdì 24 marzo 2017

L’altro giorno ho mandato un messaggio, sullo smartphone, che ho scritto, «Sei a casa?» e avevo scritto «cas» e mi è caduto l’occhio sui tre suggerimenti su come continuare e uno era Casaleggio e mi è sembrata una cosa incredibile e non mi piaceva, tanto.

E poi

giovedì 23 marzo 2017

E poi, sul treno che mi riportava a casa, avevo voluto moltissimo una penna rossa per cancellare gli appunti sul quaderno mano a mano che li mettevo nel libro, e mi era piaciuta moltissimo quella sensazione lì di volere moltissimo qualcosa che era del tempo che non la provavo, e avevo provato a ricordarmi un po’ di cose che avevo voluto moltissimo per esempio una due cavalli bianca che non era una macchina, era un poema in prosa, oppure una tromba cinese che adesso chissà dove era andata a finire, oppure una borsa nera capiente di Moleskine in similpelle che si rigava tutta che più diventava vecchia più diventava bella, oppure un portafoglio nero che era stato di mio babbo che non mi sembrava vero di andare in giro con nelle tasche dei pantaloni lo stesso portafoglio che era stato già di mio babbo, oppure un paio di anfibi che si erano spaccati dopo tre settimane mi era dispiaciuto così tanto, oppure un quaderno bianco di Alibabette edizioni da scriverci sopra le cose con una penna nera per poi cancellarle con una penna rossa che avevo voluto moltissimo una sera a tornar da Milano che il mattino poi dopo mi ero detto Va be’, cominciamo.