Opere complete
Opera numero 212
Credevamo che anche lui fosse d’accordo con noi nel dire che suo padre era un asino. Invece quando glielo abbiamo detto s’è arrabbiato.
[Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, cit., p. 98]
Opera numero 212
Credevamo che anche lui fosse d’accordo con noi nel dire che suo padre era un asino. Invece quando glielo abbiamo detto s’è arrabbiato.
[Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, cit., p. 98]

C’è un personaggio del libro di Ermanno Cavazzoni Gli scrittori inutili che è una specie di insegnante di scrittura creativa e quello che insegna è che se uno scrive dieci parole in tutta la vita, cinque da giovane e cinque da vecchio, forse è anche troppo.
Scrivi una parola ogni tre anni, dice l’insegnante al suo unico allievo, e poi per i tre anni dopo ripensaci, e non farti vedere mentre ci pensi.
Ecco, quando pochi giorni fa mi è arrivato nella posta elettronica, mittente la rivista Origine, un file che si chiamava La questione della lingua parlata e scritta, un monologo di Paolo Nori, a cura di Seia Montanelli, che era una sbobinatura e una scelta di un mio incontro con i docenti delle scuole secondarie della Baviera tenutosi a Orvieto nell’aprile del 2003, mi è tornato subito in mente quel personaggio lì di Cavazzoni.
M’è venuto da pensare che io, se da un lato sono uno che scrive molto, dall’altro lato sono uno che pensa pochissimo. Continua a leggere »

Mi tormentava, allora, anche un’altra circostanza: il fatto che nessuno mi somigliava e io non somigliavo a nessuno. “Io sono solo, e loro sono tutti”, pensavo, e mi mettevo a riflettere.
[F. M. Dostoevskij, Memorie del sottosuolo]

Appena tornato ho detto alla Battaglia che il vento, a Cracovia, ti tagliava la faccia.
«E come facevi?» mi ha chiesto lei.
«Eh, c’eran dei medici, in albergo, che tutte le sere ti ricucivan la faccia te la mettevano a posto».
«Davvero?» mi ha detto lei.
«No, – le ho detto io. – Scherzavo».
Ero stato ad Auschwitz con la fondazione Fossoli, cinque giorni. Eravamo andati in treno. Eravamo andati da Carpi a Cracovia. Poi da Cracovia, in corriera, tutti i giorni andavamo sui campi, se così si può dire, ad Auschwitz e a Birkenau. Tutto il giorno sui campi, a quindici sotto zero, al vento, a tagliarsi la faccia. E dopo indietro a Cracovia. E di sera, tutte le sere, a veder gli spettacoli, al cinema Kijow, i primi due giorni, poi in una discoteca polacca nel quartiere universitario. Una discoteca che si doveva chiamare Officina Metallurgica e invece non si chiamava così. Si chiamava Studio zero, o Club studio, o qualcosa del genere. E, si vede avevano appena lavato i pavimenti, c’era un gran odore di detersivo.
Eravamo in settecento.
E lo storico Carlo Saletti diceva: «Siamo qui in massa».
E a me veniva da pensare: “Siamo qui insieme”.
C’erano delle cose complicate, lì ad Auschwitz.
La cosa più complicata, mi sembra, era: tutta questa bontà. Esser lì insieme a settecento studenti, tutta questa bontà. Ma lì io non ci pensavo, ci penso adesso che sono tornato: tutta questa bontà. Noi, siamo abituati che essere buoni c’è da avere vergogna, mi sembra. Noi siamo abituati così. Non in Polonia, in Italia.
Agli studenti, uno, non sa cosa dirgli.
A uno studente di diciassette anni, che è lì ad Auchwitz e a Birkenau, in gennaio, con quindici gradi sottozero, a tagliarsi la faccia, uno, cosa gli dice? Uno magari non gli dice niente. Continua a leggere »

Secondo me, è come dice Corrado, bisogna esserci e non esserci.

Ci sono ancora 2 posti alla scuola elementare di scrittura emiliana che comincia alla Modo infoshop il 6 di febbraio.

C’erano delle cose complicate, lì ad Auschwitz. La cosa più complicata, mi sembra, era: Tutta questa bontà. Esser lì insieme a settecento studenti, tutta questa bontà. Ma lì io non ci pensavo, ci penso adesso che sono tornato: Tutta questa bontà. Noi siamo abiutati che essere buoni c’è da avere vergogna, mi sembra. Noi siamo abituati così. Non in Polonia, in Italia.

Ho detto alla Battaglia che il vento, a Cracovia, ti tagliava la faccia.
E come facevi? mi ha chiesto lei.
Eh, c’eran dei medici, in albergo, che tutte le sere ti ricucivan la faccia te la mettevano a posto.
Davvero? mi ha detto lei.
No, le ho detto io.

Per loro non era tragico, e per me lo era anche molto.
«E tutti scoppiavano a ridere, e Venja scoppiava a piangere».
[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, cit., p. 121]
