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Scrittura emiliana.

Diario moscovita

martedì 11 luglio 2017

Sono stato in un posto dove non ero mai stato, si chiama Garage, è il museo d’arte contemporanea della città di Mosca (clic), è nel parco Gor’kij e mi ha ricordato, per l’aria che c’era, il museo del cinema che c’è ad Amsterdam (clic), solo che il Garage mi è sembrato più bello (anche ieri, sono stato agli stagni dei Patriarchi di Mosca, che mi hanno ricordato il Jardin du Luxembourg, di Parigi, solo che gli stagni dei Patriarchi mi sono sembrati più belli); ci ho anche cenato, al Garage, con una frittata, se può interessare, e ne sono rimasto contento, come diceva uno, ma prima ho visto le mostre, e c’eran tre mostre, e l’ultima che ho visto era una mostra sull’arte popolare del Congo e uno degli ultimi quadri che c’erano era una vista di Kinshasa che era invasa da croci e cartelli di campagne di evangelizzazione, se così si può dire, di varie chiese non solo cristiane, se ho capito bene, e in primo piano c’erano una donna e un uomo che avevano un’aria perplessa e in alto, in cielo, c’era la scritta «Proliferazione delle chiese a Kinshasa (Repubblica del Congo). Perché», e c’era un enorme punto interrogativo giallo.
Di fianco a questo quadro c’era una frase di un pittore del Congo, Sheri Samba, che diceva che loro, i pittori del Congo, fanno arte popolare, e che spesso li chiamano pittori naïf ma che a lui non piace, invece popolare gli piace perché popolare, per lui, vuol dire che son dei pittori che non han fatto l’accademia, ma che hanno imparato da soli, e che la loro arte è comprensibile a tutti perché si spiega da sola, mentre le opere dell’arte accademica, geometrica, sono opere che non si capiscono, se il pittore non le spiega, ha scritto il pittore del Congo Sheri Samba, e effettivamente io ho pensato che, non so, Leonardo da Vinci, la Gioconda, se in alto ci scriveva, in giallo, un po’ grosso «Ride perché è contenta», non era meglio, invece di studiare tutta quella geometria?

[cliccare sull’immagine per ingrandire]

Un gattino che aveva letto troppe favole

domenica 9 luglio 2017

Un gattino che aveva letto troppe favole, e voleva diventare il gatto con gli stivali, era scappato di casa e si era messo a andare in giro per negozi di scarpe. Guardava tutte le vetrine per vedere che stivali c’erano e quanto costavano. Soltanto che gli stivali da meno costavano duecento euro, mentre lui aveva soltanto quindici euro che aveva rubato in casa prima di scappare.
A un certo punto ha deciso di entrare in un negozio e di chiedere che cosa avevano che costasse quindici euro. È entrato e ha chiesto: «Gentile signorina commessa, cosa c’avete che costi quindici euro, che vorrei comprare degli stiali ma ho con me pochi soldi?». “Caro gattino, per quindici euro posso darti al massimo delle ciabatte di gomma di quelle da fare la doccia. Vuoi provarle?”.
“Va bene”.

[Ugo Cornia, Gianluigi Toccafondo, Favola del gattino che voleva diventare il gatto con gli stivali, Modena, Sigem 2017]

Avviso

giovedì 29 giugno 2017

Domani è l’ultimo giorno del matto del giorno a Radio rock, prima della pausa estiva, si ricomincia poi l’11 settembre.

I matti del giorno di questa settimana

domenica 18 giugno 2017

Clic

I matti del giorno di questa settimana

sabato 10 giugno 2017

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I matti di questa settimana

sabato 27 maggio 2017

Per sentirli: Clic.

I matti del giorno della scorsa settimana

lunedì 22 maggio 2017

Clic

Nel cinema

lunedì 8 maggio 2017

Guardi, nel cinema, come in ogni altra arte, per creare un effetto di rumore bisogna che prima ci sia silenzio. Per creare un effetto di sorpresa bisogna che prima tutto sia scontato. Bisogna creare un tempio che poi verrà distrutto. Come dice il Vangelo: «Io posso costruire e poi distruggere». Ma costruire la parola e poi distruggerla – questo possono farlo anche gli scrivani, mentre comprendere e riempire di senso il destino della creazione e della distruzione, questo può farlo solo l’artista. Pensiamo a Tolstoj: ci descrive dapprima una donna tranquilla e serena, Anna Karenina, un giovane e tranquillo ufficiale soddisfatto di sé, e poi fa crollare tutto, distrugge la sua costruzione, e nella distruzione scorge e rappresenta i meccanismi umani.

[Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Roma, Editori Riuniti 1979, pp. 92]

I matti del giorno di questa settimana

sabato 6 maggio 2017

Clic

Non sapere una cosa del genere

giovedì 4 maggio 2017

– Dica, per cortesia, – aveva detto Ivàn Ivànyč a un vecchietto che era seduto davanti a un negozio: – dov’è qui, la casa di Anastàs’ja Petróvna Toskunóvaja.
– Non ce n’è, di Toskunóvye, qua. – aveva detto il vecchio dopo averci pensato. – Timošénko, forse?
– No, Toskunóvaja…
– Scusi, di Toskunóvye, non ce n’è.
Ivàn Ivànyč aveva alzato le spalle e si era avviato per andare oltre.
– Ma cosa cerca a fare? – gli aveva gridato dietro il vecchietto. – Se dico che non c’è, vuol dire che non c’è.
– Ascolta, cara, – aveva detto Ivàn Ivànyč a una vecchia che a un angolo della strada, a una bancarella, vendeva dei semi di girasole e delle pere, – dov’è qui la casa di Nastàs’ja Petróvna Toskunóvaja?
La vecchia l’aveva guardato stupita e era scoppiata a ridere.
– Adesso va a finire che Nastàs’ja Petróvna sta a casa sua? – aveva chiesto. – Signore benedetto, son già otto anni, che ha sposato sua figlia e ha lasciato la casa a suo genero. Adesso lì ci abita suo genero.
E i suoi occhi dicevano: «Ma voi, coglioni, come fate a non sapere una cosa del genere?».
– E adesso lei dove abita? – aveva chiesto Ivàn Ivànyč.
– Signore benedetto! – si era stupita la vecchia, e aveva battuto le mani tra di loro. – In un appartamento in affitto, abita, ma da tanto tempo. Son già otto anni, che ha lasciato al casa a suo genero! Eh!
Probabilmente si aspettava che anche Ivàn Ivànyč si stupisse e esclamasse «Ma è incredibile!», invece lui, molto calmo, aveva chiesto:
– E dov’è il suo appartamento?
La commerciante si era rimboccata le maniche e, indicando con la mano, si era messo a gridare con una voce sottile e acuta:
– Andate sempre dritto, dritto, dritto… Quando trovate una casetta rossiccia, allora sulla sinistra c’è un vicoletto. Allora voi prendete quel vicoletto e andato al terzo portone sulla destra…

[Anton Čechov, La steppa, capitolo 8]