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Scrittura emiliana.

Rivoluzioni

venerdì 8 giugno 2018

La sedia sulla quale ho scritto quasi tutte le cosa che ho scritto dal 2005 a oggi, cioè negli ultimi tredici anni, non ce la fa più, e oggi ne ho comprata una nuova.
Queste sono le ultime cose che scrivo con la sedia vecchia, dal prossimo post: sedia nuova. Se sembreranno cose scritte in un modo diverso, probabilmente è perché è vero: sono scritte in un modo diverso.
Buongiorno.

Il posto dove abitavo

sabato 2 giugno 2018

Quando ho cominciato a studiare russo, nel 1988, trent’anni fa, uno dei problemi che c’erano allora, era trovare qualcuno con cui parlare: oggi basta montare su un autobus, si sente qualcuno che parla russo, ma allora, di russi, in Italia, ce n’eran pochissimi. Così noi che studiavamo russo, allora, eravamo magari bravi a leggere e a scrivere, ma parlare era un altro discorso. Anche per quello avevano un discreto successo dei seminari estivi dove si studiava russo per otto-dieci ore al giorno e dove, soprattutto, a insegnartelo, c’eran dei russi, dei russi veri, della gente che il russo lo parlava e con la quale lo potevi parlare, e in uno di questi seminari un’insegnante di russo, resasi conto delle difficoltà, dei freni che avevamo a parlare, della paura che avevamo di sbagliare, questa insegnante, una volta che aveva un po’ perso la pazienza di fronte a una studentessa che non riusciva a spiccicare parola, aveva detto, rivolta a tutta la classe: «Rebjata, čtoby govorit’, nado govorit’», che più o meno significa: «Ragazzi, per parlare bisogna parlare».
Ecco, io credo che una cosa simile si possa dire per chi vuole scrivere.
Una volta hanno chiesto a Bukowski cosa ci vuole per scrivere e sembra che lui abbia risposto: «Per scrivere ci voglion due cose, una macchina da scrivere e una sedia. Delle volte è difficile trovare la sedia».
Insomma per scrivere, bisogna scrivere, tutti i giorni, trovare la sedia tutti i giorni, non basta pensare che si vorrebbe scrivere.
E una cosa bella, una volta che si comincia, è che sei contento che hai cominciato a scrivere, ma non ti basta, aver cominciato a scrivere, vorresti anche scrivere delle cose belle, e il dubbio che credo accompagni tutti quelli che cominciano a scrivere è: ma le cose che ho scritto, son belle oppure no?
E così è successo a me, quei primi mesi in cui provavo a scrivere: mi ricordo la posizione in cui era il mio computer, abitavo a Parma, al numero 3 di via Caduti di Montelungo, tra largo Dispersi dell’Egeo, viale Dispersi e Morti in Russia, via Martiri di Cefalonia e via Anna Frank, e avevo il computer su un tavolo che era contro un muro, e scrivevo guardando questo muro e la mia attenzione era tutta verso l’alto, il triangolo che percorrevo per ore, nella mia testa, era tra me, il computer e il cielo della letteratura dal quale cercavo di attingere quelle parole, quelle espressioni, quella sintassi e quel lessico leggeri, incantevoli, nuovi e antichi contemporaneamente che avrebbe fatto di me un maestro di stile, e scrivevo in una lingua dalla quale non si capiva, non si doveva capire, che io ero di Parma, nel cielo della letteratura non c’era Parma, non c’eran confini comunali, provinciali, regionali, c’eran delle altre cose, c’era il premio Nobel, c’eran dei busti un po’ impolverati, c’era la legge Bacchelli e dietro, là in fondo, c’era la crusca, e i cruscanti, che si intravedevano appena ma restava il dubbio sulla loro natura a metà tra l’umano e il divino, delle cose così.
E le facevo leggere ai miei amici, le cose che scrivevo, e loro mi dicevano che erano belle, ma io avevo il dubbio che me lo dicessero un po’ perché eran gentili e un po’ perché così mi calmavo: una mia amica, mi ricordo, mi aveva detto che una cosa che le avevo dato era bellissima; un mese dopo, gliene avevo data un’altra, mi aveva detto che avevo fatto dei grandi progressi e io avevo pensato “Ma se era già bellissima quella prima, come ho fatto a fare dei grandi progressi?”.
Poi quella mia amica aveva mandato una cosa che avevo scritto a una rivista di letteratura che si faceva allora a Modena, il Semplice, si intitolava, e mi avevan chiamato e io ero andato a una riunione e lì era successa una cosa stranissima che io avevo capito come fare a capire se le cose che scrivevo erano belle o non erano belle.
Perché lì al Semplice loro chiedevano a chi voleva pubblicare dei racconti nella loro rivista di leggerli ad alta voce di fronte alle venti persone che c’erano lì, e io lì mi sembra di averlo capito lì, questo fatto: che quando leggi una cosa in pubblico ad alta voce, se è bella, diventa ancora più bella, se è brutta, diventa ancora più brutta.
E quando ero tornato a casa da quella riunione del Semplice lì, lì non avevo letto niente, quando ero tornato a casa avevo cominciato a leggermele da solo, per conto mio, ad alta voce, le cose che avevo scritto, e mi ero accorto di una cosa stranissima che non avrei mai detto cioè che ogni tanto, siccome io non ero sicuro del valore delle cose che scrivevo, io ogni tanto ci mettevo dentro una parola desueta, colta, complicata, perché volevo che almeno il lettore si accorgesse del fatto che ero uno che aveva studiato: va be’, pensavo, i miei racconti non saran molto belli, però almeno che si veda che li ha scritti uno che si è laureato in lingue e letterature straniere e ho dato sette esami di filologia, non è una cosa da tutti, pensavo (io ero molto fiero del fatto di avere dato sette esami di filologia, non so perché). E a rileggerle ad alta voce era vero, si vedeva, che era un laureato, che le aveva scritte, quelle cose che avevo scritto, ma il fatto che le avesse scritte un laureato che aveva dato sette esami di filologia non le rendeva più belle, anzi, togliere quelle parole desuete messe lì per far bella figura sarebbe stata forse la prima cosa da fare, per mettere a posto quei racconti lì.
Allora io dopo, quando ho cominciato a leggere i miei racconti ad alta voce, era successo che naturalmente io, sapendo che poi li avrei dovuti leggere ad alta voce per capire se erano belli o no, avevo cominciato a scriverli un po’ come se fossero parlati, in un certo senso, e all’improvviso quel triangolo di cui parlavo prima, io, computer e cielo della letteratura, era diventato un triangolo con un vertice infinito, cioè era diventato un triangolo io computer mondo, e improvvisamente le cose da scrivere mi venivano su da tutte le parti, e certe volte avevo l’impressione, per strada, che certe cose che vedevo e che sentivo succedessero apposta per andare a finir nei romanzi, e improvvisamente i romanzi avevano cominciato a riempirsi di una lingua che non era una lingua neutra e non era una lingua scritta da uno che ci teneva che si vedesse che aveva dato sette esami di filologia, era una lingua che aveva molto a che fare con l’italiano che si parlava a Parma, che era il posto dove abitavo, se non l’ho già detto. Ecco. A me più o meno è successo così.

[Uscito ieri sulla Verità]

Rastrellus

mercoledì 30 maggio 2018

E uno degli ospiti… Be’, quello poi era un signorotto tale che te lo vedevi subito nei panni di un assessore o di un giudice. Capitava che mettesse davanti a sé un dito e, guardandone la punta, attaccasse a raccontare, ma in maniera così lambiccata e astrusa, che pareva un libro stampato! Certe volte ascoltavi, ascoltavi, e ti assaliva il dubbio. Non ci capivi un acca, neanche a morire. Dove sarà andato a pescarle, certe parole! Foma Grigor’evič una volta a questo proposito gli inventò un bell’apologo; gli raccontò di uno scolaro che dopo aver imparato a leggere e scrivere da un chierico, tornò dal padre e divenne un tale latinista che dimenticò perfino la nostra lingua ortodossa. Tutte le parole le faceva finire in «us». La vanga per lui era vangus, la donna donnus. Ecco, una volta accadde che andò nel campo insieme al padre. Il latinista vide un rastrello e domandò al padre: «Papà, come lo chiamate questo, voialtri?». E, con la testa tra le nuvole, salì col piede sui denti del rastrello. Il padre non fece in tempo a rispondergli, che il manico si drizzò di slancio e – bang sulla fronte. «Maledetto rastrello!» gridò lo studente, portandosi la mano alla fronte e facendo un salto di un metro «Che male che fa! che il diavolo spinga suo padre giù dal ponte!» Hai capito! Si era ricordato anche il nome, il cocco di mamma! Tale apologo non andò a genio al ricercato narratore. Senza dire una parola, si alzò dal suo posto, si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza, piegò un po’ la testa in avanti, infilò la mano nella tasca posteriore del suo caffetano verde pisello, ne estrasse una tabacchiera rotonda laccata, diede un colpetto col dito sul muso di non so che generale busurmano che ne ornava il coperchio, e raccolta una notevole presa di tabacco tritato con cenere e foglie di levistico, se la portò al naso col braccio a bilanciere e col naso aspirò al volo tutto il mucchietto, senza neppure sfiorare il pollice, – e tutto senza una parola; ma quando ebbe infilato la mano nell’altra tasca e ne ebbe tratto un fazzoletto di cotone azzurro a quadri, solo allora borbottò fra sé qualcosa di simile al detto: «Non gettate le perle ai porci»… “Adesso ci sarà una lite” pensai, notando che le dita di Foma Grigor’evič si preparavano a far marameo. Fortunatamente, la mia vecchia ebbe l’ispirazione di mettere in tavola una focaccia calda col burro. Tutti si misero all’opera. La mano di Foma Grigor’evič, invece di fare un gestaccio, si protese verso la focaccia e, come sempre accade, cominciarono i complimenti all’abile padrona di casa.

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, pp. 23-24]

Quattro letture russe al Paolo PIni a Milano

sabato 19 maggio 2018

Il poeta Iosif Brodskij aveva una relazione stranissima con il potere sovietico: l’ha raccontata Sergej Dovlatov, che era un suo amico: «In confronto con Brodskij, – ha scritto Dovlatov – gli altri giovani anticonformisti sembrava che facessero un altro mestiere. Brodskij aveva creato un modello di comportamento inaudito. Non viveva in uno stato proletario, viveva nel monastero del proprio spirito. Non si opponeva al regime. Non lo considerava. E non era nemmeno sicuro della sua esistenza. Non conosceva i membri del Politburo. Quando sulla facciata del suo palazzo avevan montato un ritratto di sei metri di Mžavanadze (segretario del partito comunista georgiano), Brodskij aveva detto: – Chi è? Sembra William Blake…». Ecco io, nel mio piccolo, se dovessi nominare gli abitanti del monastero del mio spirito, nominerei, tra i primi, Nikolaj Gogol’, Venedikt Erofeev, Michail Bulgakov, Daniil Charms e lo stesso Iosif Brodskij, che sono i protagonisti di questa piccola rassegna di letture che facciamo, quest’estate, con OLinda, al Paolo Pini. 

Domenica 24 giugno, alle 21:45 (in Via Ippocrate, 45, Milano, ingresso libero, necessaria prenotazione 02.66200646 olinda@olinda.org)
Memorie di un pazzo di Gogol’
«E tutto questo succede, credo, perché la gente si immagina che il cervello si trovi nella testa; no ve’: lo porta il vento dalle parti del Mar Caspio».

Domenica 1 luglio, alle 21:45 (in Via Ippocrate, 45, Milano, ingresso libero, necessaria prenotazione 02.66200646 olinda@olinda.org)

Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico

Con i racconti che compongono il romanzo involontario intitolato Memorie di un giovane medico, che è fatto da 8 racconti maturati nell’«indimenticabile 1917» e pubblicati tra il 1925 e il 1926, comincia, in un certo senso, la carriera letteraria di Michail Bulgakov.
Bulgakov, qualche anno dopo, nel 1930, scriverà a Iosif Stalin: «Passando in rassegna i miei ritagli di giornale, ho constatato di aver ricevuto dalla stampa sovietica, nei dieci anni della mia attività letteraria, 301 recensioni, di cui 3 favorevoli e 298 ostili e ingiuriose».

Domenica 8 luglio, alle 21:45 (in Via Ippocrate, 45, Milano, ingresso libero, necessaria prenotazione 02.66200646 olinda@olinda.org)

Mosca Petuški di Venedikt Erofeev

Questo romanzo di Venedikt Erofeev, che l’autore ha definito Poema (come Gogol’ le anime morte), secondo lo scrittore russo Evgenij Popov «in Russia lo conoscono tutti quelli che hanno un rapporto, per quanto minimo, con la letteratura o, nella peggiore delle ipotesi, con la vodka», che sono tanti, in Russia, bisogna dire.

Domenica 15 luglio, alle 21:45 (in Via Ippocrate, 45, Milano, ingresso libero, necessaria prenotazione 02.66200646 olinda@olinda.org)

Noi e i governi 2.0
La letteratura, che in questo discorso è rappresentata dalle opere degli scrittori russi Velimir Chlebnikov, Daniil Charms e Iosif Brodskij, può forse aiutarci a prenderci cura della nostra vita come se la politica non fosse mai esistita

Un dito epesegetico dentro la tazza

sabato 19 maggio 2018

Lo scrittore inglese William Somerset Maugham ha scritto una volta: «Ci sono tre regole, per scrivere un romanzo. Purtroppo, nessuno sa quali siano». Credo che abbia ragione.
Un altro scrittore britannico, Roald Dahl, in un racconto intitolato Lo scrittore automatico, immagina che un informatico con la passione per la letteratura, che si chiama Knipe, proponga al suo capo, che si chiama Bohlen, una macchina per scrivere racconti e romanzi.
«C’è una cosa che proprio non capisco, Knipe. – dice Bohlen – Da dove uscirebbero le trame? Una macchina non può inventarle».
«Gliele forniremo noi, signore – risponde Knipe – Nessun problema. Ce ne sono tre o quattrocento scritte nella cartelletta alla sua sinistra. Le collochiamo dritte nella sezione ‘memoria trame’ della macchina».
«Continui».
«Sono previste anche molte altre piccole raffinatezze, Mr Bohlen. Le vedrà quando studierà il progetto nei particolari. Per esempio, è previsto un espediente che usano quasi tutti gli scrittori, quello di inserire in ogni racconto almeno una parolona lunga e incomprensibile. Questo fa pensare al lettore che l’autore sia molto dotto e intelligente. Perciò la macchina farà automaticamente lo stesso. Avremo un intero stock di parole lunghe memorizzate».
«Dove?»
«Nella sezione ‘memoria parole’» rispose epesegeticamente Knipe», scrive Dahl (la traduzione è di Massimo Bocchiola), anche se quell’epesegeticamente ci fa sospettare che questo racconto non si debba necessariamente a Dahl ma, forse, alla macchina di Bohlen. Che è una macchina, però, che, nella realtà, non credo nessuno abbia ancora inventato. Perché Ci sono tre regole, per scrivere un romanzo, e nessuno sa quali siano, e siamo d’accordo.
Eppure io, da una dozzina di anni, tengo delle scuole di scrittura in cui insegno a scrivere dei romanzi. Son matto? Forse sono anche matto, ma credo che quello che faccio, le scuole di scrittura alle quali partecipo, non siano insensate come potrebbe sembrare.
Quando avevo sedici anni mi piaceva disegnare, al pomeriggio mi mettevo nella mia stanza e stavo lì un’ora a copiar dei fumetti e mi piaceva moltissimo lo stato della mia testa in quei momenti lì che copiavo, mi sembrava una cosa sana, che faceva della mia testa un posto pulito.
E siccome non sapevo niente, della tecnica del disegno, avevo comprato una di quelle dispense che vendevano in edicola, un corso di disegno, avevo preso il primo numero e avevo cominciato a leggerlo e, visto che non la conoscevo, io mi immaginavo che mi avrebbero insegnato la tecnica, che matite usare, come fare il chiaroscuro, dove cadon le ombre a seconda della fonte di luce, però poi leggendo, la prima cosa che c’era scritta in quel corso di disegno era il fatto che, sì, mi avrebbero insegnato la tecnica il chiaroscuro eccetera eccetera ma soprattutto, quel che volevano insegnare a quelli che avrebbero fatto quel corso, sarebbe stata la cosa più difficile da imparare, per imparare a disegnare, dicevano loro, cioè guardare.
Che io mi ricordo mi ero sentito imbrogliato. “Cosa sono andato a comprare?” avevo pensato, perché ero convinto di esser capace, di guardare, eran sedici anni, che guardavo, solo che poi, ero andato avanti a leggere, loro mi proponevano di fare una prova, quelli che avevano scritto quel manuale lì di disegno.
«Prova a pensare a una persona che vedi spesso e che non è con te in questo momento – c’era scritto, – prova a pensare alla sua testa, che forma ha? È ovale o tonda? La linea delle orecchie è sopra o sotto quella delle sopracciglia? Che distanza c’è tra l’attaccatura dei capelli e la radice del naso? E tra la fine del naso e il labbro superiore? Gli occhi come ce li ha, distanziati o ravvicinati?»
Io avevo pensato al mio compagno di banco, che si chiama Bruno Pelosi, e non avrei saputo rispondere a nessuna di queste domande. Avrei saputo solo dire che Bruno era biondo e aveva gli occhi azzurri. Ero così convinto di sapere com’era, il mio compagno di banco, che non lo guardavo: Bruno mi stava di fianco, tutti i giorni, nel suo imballaggio da compagno di banco, come se fosse ricoperto da del pluriball, quelle buste trasparenti con dei pallini pieni d’aria che mettono intorno agli strumenti elettronici quando li imballano, su cui ci fosse scritto: «Bruno Pelosi, compagno di banco».
Il giorno dopo, ero andato a scuola l’avevo guardato e avevo visto Bruno Pelosi.
L’avevo visto fuori dall’imballaggio, come se accorgermi che non avrei saputo descriverlo fosse servito a sfilargli il pluriball, e mi ero accorto che aveva gli occhi molto ravvicinati, forse è la persona con gli occhi più ravvicinati che abbia conosciuto in vita mia, ma forse no, che c’è una bibliotecaria, in provincia di Milano, che ho incontrato qualche anno fa, che secondo me ha gli occhi ancora più ravvicinati.
In un libro che è una specie di involontario manuale di scrittura e che si intitola Nel territorio dei diavolo, Flannery O’Connor scrive: «La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. Ho un amico che sta prendendo lezioni di recitazione, a New York, da una signora russa che ha fama di essere un’ottima insegnante. Mi scriveva questo mio amico che per tutto il primo mese non hanno pronunciato neanche una battuta, ma solo imparato a guardare. Imparare a guardare, infatti, è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica. Molti dei narratori che conosco dipingono, non perché siano particolarmente dotati, ma perché dipingere li aiuta a scrivere. Li costringe a osservare le cose» (la traduzione è di Ottavio Fatica).
«Personalmente – continua la O’Connor – affronto i problemi letterari proprio come faceva la governante cieca del Dottor Johnson quando versava il tè: metto il dito nella tazza».
Ecco noi, in una serie di pezzetti che saranno ospitati dalla Verità (grazie) proveremo anche noi a affrontare i problemi letterari come faceva la governante cieca del Dottor Johnson: mettendo un dito nella tazza.

[uscito ieri sulla Verità]

Dunque

venerdì 30 marzo 2018

mandel'stam, sulla poesia

A differenza della grafia musicale, la scrittura poetica presenta una gigantesca lacuna, addirittura una voragine paurosa per quanto riguarda i segni, gli accenti, le indicazioni espressive che rendono un testo intellegibile e conforme alle leggi. In poesia questa segnaletica manca, anche se i fenomeni sottintesi non sono meno precisi di quelli a cui si riferiscono le note musicali o i geroglifici della danza. Un lettore poeticamente non analfabeta mette da sé i segni corrispondenti quasi ricavandoli dal testo.
L’alfabetismo poetico non ha nulla a che fare con quello comune, ossia con il saper leggere le lettere dell’alfabeto, e neppure con una cultura letteraria. Se la percentuale dell’analfabetismo comune e letterario è molto elevata in Russia, quella dell’analfabetismo poetico è addirittura spaventosa e tanto più preoccupante in quanto l’analfabetismo poetico viene confuso con quello comune, sicché chiunque sappia leggere è considerato poeticamente alfabeta. Questa constatazione va riferita anche, e a maggior ragione, alla massa dell’intelligencija semicolta, infetta di snobismo, che ha perduto il senso originario della lingua, che è ormai completamente indifferente ai fenomeni linguistici e quindi essenzialmente aglotta, e che solletica la sua sensibilità linguistica, da tempo atrofizzata, con leggeri e dozzinali stimolanti, dubbi lirismi e neologismi, non di rado estranei e ostili agli elementi spontanei della lingua russa.
Purtroppo sono appunto i bisogni di questo ambiente linguisticamente declassato che la poesia russa corrente deve soddisfare.

[Osip Mandel’štam, Uno sfogo, in Sulla poesia, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, Bompiani 2003, p. 45]

Russia istruzioni per l’uso 2018 (San Pietroburgo 16-22 luglio)

mercoledì 31 gennaio 2018

A San Pietroburgo, questa volta,
dal 16 al 22 Luglio 2018
facciamo queste cose:
16 LUGLIO – LUNEDÌ MILANO/SAN PIETROBURGO
Partenza da Milano Malpensa con volo diretto Aeroflot-Rossya Airlines
MXP/LED SU 6674 13.00/17.00
Trasferimento in bus privato con guida locale in città e sistemazione all’hotel Arbat Nord (cat. 3*)
Artilleriyskaya ul., 4 Tel. +7 8122008913 www.arbatnord.ru/en/main
All’arrivo a San Pietroburgo, dopo esserci sistemati in albergo e dopo avere cenato facciamo un giro nella piazza del Senato, sotto il cavaliere di Bronzo, dove, nel dicembre del 1825, c’è stata la prima rivoluzione russa, la rivoluzione dei decabristi, alla quale sembra avrebbe dovuto partecipare anche Puškin, e, sotto il monumento che poi da Puškin ha preso il nome, proviamo a raccontare perché la letteratura russa è così popolare in Russia (molto più di quanto in Italia sia popolare la letteratura italiana). Continua a leggere »

Russia istruzioni per l’uso (San Pietroburgo 2018 – 16/22 luglio)

domenica 14 gennaio 2018

In questo viaggio a San Pietroburgo, la più astratta e premeditata città del globo terrestre, secondo una celebre definizione di Dostoevskij, proveremo a raccontare la città attraverso i suoi scrittori; se si apre un qualsiasi manuale di storia russa, si vede che gli scrittori russi, Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Lermontov, Turgenev, l’Achmatova, Esenin, Bulgakov, Gor’kij, Brodskij, Eren’burg, hanno avuto un’importanza, nella storia a loro contemporanea, inimmaginabile, fuori dalla Russia. I primi dell’ottocento, per esempio, non vengono ricordati come l’epoca dello zar Nicola, ma come l’epoca del poeta Aleksandr Puškin. Una guida americana di San Pietroburgo comincia dicendo che, in Russia, un poeta ha la stessa fama che in America ha un giocatore di baseball. Questa cosa, chissà come mai, continua fino a oggi, se si considera che, in questi ultimi anni, uno dei principali avversari del potere, in Russia, è stato Limonov, lo strano scrittore di cui ha parlato Carrère in un celebre libro. Ecco, noi (nell’estate del centenario della rivoluzione russa) proveremo a seguire le tracce che Puškin, Gogol’, Lermontov, Dostoevskij, Esenin, Achmatova, Brodskij, Charms, Chlebnikov e altri hanno lasciato in questa astratta, premeditata e stupefacente città. Non è richiesta la conoscenza del russo, né una particolare conoscenza della letteratura russa, ma verrà consigliata una bibliografia e verrà impartita, come si dice, un’alfabetizzazione del cirillico.

1° giorno 16 luglio lunedì
“All’arrivo a San Pietroburgo, dopo esserci sistemati in albergo e dopo avere cenato facciamo un giro nella piazza del Senato, sotto il cavaliere di Bronzo, dove, nel dicembre del 1825, c’è stata la prima rivoluzione russa, la rivoluzione dei decabristi, alla quale sembra avrebbe dovuto partecipare anche Puškin, e, sotto il monumento che poi da Puškin ha preso il nome, proviamo a raccontare perché la letteratura russa è così popolare in Russia (molto più di quanto in Italia sia popolare la letteratura italiana).” Continua a leggere »

Scuola media inferiore di Dostoevskij

mercoledì 13 dicembre 2017

Вот так (Болонья).

E questo cielo e queste nuvole

sabato 2 dicembre 2017

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