Crea sito

Scrittura emiliana.

Rificolona

lunedì 20 novembre 2017

A pagina 161 dell’edizione Einaudi dei Fratelli Karamazov c’è scritto «In casa di queste due rificolone che sono ora proprietarie di qui, c’è una stanzetta affittata a Foma» (la traduzione è di Agostino Villa).
Siccome non so cosa vuol dire Rificolona, ho cercato in rete e ho trovato questo:

«”Ona, ona, ona
Oh che bella rificolona!
La mia l’è co’ fiocchi
e la tua l’è co’ pidocchi.
E l’è più bella la mia
di quella della zia”
Chi da bambino non ha mai cantato questa canzoncina, saltellando con la cerbottana in bocca alle prese con i pallini di stucco, mirando alle rificolone degli altri bambini?» (il sito è questo clic).

Siccome non ho mai cantato questa canzoncina, saltellando con la cerbottana in bocca alle prese con i pallini di stucco, mirando alle rificolone degli altri bambini, ho cercato sul dizionario, e adesso mi sembra che rificolona significhi palloncino, fatto con carta colorata e illuminato internamente da una candela, fissato in cima a una canna e portato in giro durante alcune feste popolari, e, in senso figurato, e spregiativo, Donna pacchiana, truccata o acconciata in modo ridicolo (dal dizionario Hoepli).
La parola usata da Dostoevskij è шлюх, che è il genitivo plurale di шлюха, che il dizionario Zanichelli dice che significa Troia, puttana.
È Mitja Karamazov, che la dice.
A me piace di più rificolona, ma se dovessi tradurlo, non lo tradurrei rificolona, credo.

Definitivamente

giovedì 19 ottobre 2017

caproni, tutte le poesie

1.

Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è incredibile. È l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste.

[Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti 2013 (8), p. 439]

Memorie di un giovane medico

sabato 14 ottobre 2017

Qualche anno fa, a Bologna, ho tenuto un corso che si è chiamato Scuola media inferiore di letteratura popolare, e aveva un sottotitolo che era: “come scrivere un romanzo che vende moltissimo”.
Il sottotitolo l’avevo messo per via di un libro che avevo letto qualche anno prima, Il quinto angolo, di Izrail’ Metter, il cui protagonista insegnava matematica senza saperla e diceva che, se vuoi imparare a fare una cosa, il modo migliore è insegnarla.
In quel corso avevamo parlato delle descrizioni, e a me era venuta in mente la moglie del Maestro e Margherita, non Margherita, quella di prima, la prima moglie, che Bulgakov risolve in tre parole, in russo, che diventano cinque in italiano: «un eterno vestitino a righe».
Che è una liquidazione talmente potente che io me la ricordo a memoria fin dalla prima volta che ho letto quel libro lì, trentacinque anni fa, circa.
Qualche anno prima, avevo tenuto un corso che si chiamava Scuola elementare di letteratura russa, e avevamo letto L’asciugamano col gallo, che è il primo dei racconti che trovate in questa raccolta (che è una specie di romanzo involontario, come raccolta, perché i racconti sono tutti con lo stesso io narrante e, più o meno, hanno tutti la stessa ambientazione).
Come forse vedrete, qui Bulgakov racconta di un medico che, nel 1917, viene mandato in un angolo sperduto della Russia nord occidentale, dove è l’unico medico nel giro di diversi chilometri e deve far tutto lui, e la maggior parte delle cose che deve fare non le ha mai fatte, e non sa come si fanno, e le fa in un modo, cioè si muove in un modo, il contrario di quelli che si muovono con nonchalance, cioè si muove con chalance, se così si può dire, che, tradotto in italiano, nonchalance dovrebbe essere disinvoltura, chalance involtura, si muove con involtura, praticamente, questo protagonista.
E la sua urgenza, la sua disperazione, la sua vergogna, e la comicità, anche, della sua condizione, lo costringono a vedere le cose con una potenza, che un banale vestito a righe diventa un eterno vestitino a righe e resta impresso per sempre nella memoria del lettore.
O, meglio, il vestitino a righe nel Maestro e Margherita, invece qui, per me, la parola «Canfora», che mi sono trovato a pronunciare più volte ad alta voce per vedere che effetto faceva, o un asciugamano con un gallo, o le scatole di caramelle su cui si disegnano bambine così, o le paginette lucide del Döderlein, Chirurgia ostetrica, o una bambina imbacuccata, sembrava un comodino, o una borsa con dentro la caffeina, e la canfora, e la morfina, e l’adrenalina, e le pinzette emostatiche, e il materiale sterile, la siringa, la sonda, la pistola, le sigarette, i fiammiferi, l’orologio, lo stetoscopio, o delle ciocche di capelli che erano avvolte intorno alle dita, una susina Reine Claude di grosse dimensioni, una palla di colore giallo della grandezza di una piccola mela e molte altre cose ancora.

[segue]

[Prima parte dell’introduzione a Michail Bulgakov, Memorie di un giovane medico, esce per Marcos y Marcos il 16 novembre]

E se c’è un campanello

sabato 7 ottobre 2017

È d’allarme.

[Grazie a Giancarlo]

Solo una sana e consapevole libidine

lunedì 2 ottobre 2017

Sempre di Zucchero, mi ricordo che era uscita anche un’altra canzone che diceva ‘solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica’.
E nella mia famiglia l’azione cattolica, come dire, andava benone.
Io per esempio ero iscritta all’acr, l’azione cattolica ragazzi. Avevo dovuto scegliere tra quella o gli scout dell’agesci (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani). E avevo scelto l’acr perché almeno quando mi mandavano al campeggio obbligatorio c’era uno straccio di bagno in muratura e non la fossa biologica.
E niente, i miei non eran proprio contenti che andassimo in giro a canticchiare Solo una sana e consapevole libidine, soprattutto mio babbo. Mia mamma invece, anche se non lo faceva tanto vedere, certe volte gli veniva anche un po’ da ridere. Diceva tra sé: ha ragione!
E una volta mio babbo se n’è accorto, si è un po’ innervosito, diceva: «non c’è niente da ridere, ridi te, chi ci pensa alle figlie se non ci penso io, che sono il padre?»
– Ma te sei sicuro? Va che quelle sere era poi buio! – gli aveva risposto mia mamma, e rideva.
E io non avevo capito cosa significava, ma il mio babbo poi ha detto qualcosa come ‘tana vigliacca!’ Mia mamma però ha continuato a ridere, poi ha detto ‘Madonna Generoso se sei pesante!’ e mia mamma, così ridolina, era bellissima.

[Elvira Antinozzi per Qualcosa]

Anche le cose più banali

lunedì 2 ottobre 2017

Ieri, a Rovereto, ho letto un discorso che si chiama Noi e i governi, che è dentro un libro che si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, e son stato contento, era un po’ di tempo che lo leggevo e è andata proprio bene, mi sembra. È un discorso che si parla un po’ di Daniil Charms, per esempio di dice che Daniil Charms è un autore russo nato nel 1905 e morto nel 1942 che quando era in vita pubblicava su delle riviste per bambini e era molto conosciuto come autore per bambini anche se lui i bambini non li sopportava. E che c’è un raccontino che ha scritto dove lui si immagina la città ideale, e nella città ideale nella piazza centrale secondo lui bisognava scavare una buca profonda e buttarci dentro tutti i bambini e i pastori tedeschi. E poi ogni tanto un po’ di calce viva altrimenti veniva su del cattivo odore. E che Daniil Charms, tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni quaranta, in Unione Sovietica, scriveva delle cose, le sue cosiddette opere per adulti, che furono pubblicate solo a partire dalla fine degli anni sessanta, più di vent’anni dopo la scomparsa di Charms, e dico scomparsa perché per molto tempo Charms non si è saputo la fine che aveva fatto. E che girava una voce che era uscito di casa nel 1941 dicendo Vado a comprare le sigarette, e che poi non era mai tornato. Ogni tanto, negli anni sessanta e settanta, in Unione Sovietica, si spargeva la voce che Charms era stato avvistato ai limiti estremi dell’impero Sovietico, a Baku, a Vladivostok, a Tamara, a Murmansk.
Qualcuno pensava anche che l’avessero fatto sparire, e ricordava che Charms era già stato arrestato, nel 1932, con l’accusa di fare arte antisovietica, e era stato condannato a qualche mese di soggiorno obbligato in una città poco distante da San Pietroburgo, che allora si chiamava ancora Leningrado. E che un cantautore, Galič, a metà degli anni sessanta ha anche scritto una canzone che si intitola Pesen’ka o tabake, Canzonetta sul tabacco, dove si dice che Charms, quand’era uscito di casa nel 1941 per andare a comprare le sigarette aveva trovato la tabaccheria chiusa, e ne aveva cercata un’altra e aveva trovato chiusa anche quella lì, e ne aveva cercata un’altra e aveva trovato chiusa anche quella lì, e ne aveva cercata un’altra, chiusa, un’altra, chiusa, un’altra chiusa, eran più di vent’anni che girava cercando da fumare, dice la canzone di Galič, e poi si dicono delle altre cose e poi si leggono anche le sue opere, di Charms, come per esempio questa:

C’era un uomo rosso di capelli, che non aveva occhi né orecchie. Non aveva nemmeno i capelli, tanto che lo dicevano rosso convenzionalmente. Parlare non poteva, dato che non aveva la bocca. Nemmeno il naso aveva. Non aveva neppure le mani e i piedi. E il ventre non aveva e la schiena non aveva e la spina dorsale non aveva, né aveva viscere di nessun tipo. Non c’era niente. Quindi non si capisce di chi si tratti. Meglio che di lui non parliamo più.

E alla fine, un signore romano che aveva sentito tutto il discoro mi ha fatto i complimenti per il modo in cui l’avevo letto, che lette bene come le leggo io anche le cose più banali sembrano interessanti, mi aveva detto. Poi aveva aggiunto: «Certo che quel Kant…». «Non Kant, – gli avevo detto io, – Charms». «Ah, – mi aveva detto lui, – pensavo che era Kant, il filosofo tedesco».

Strategia della crisi

venerdì 29 settembre 2017

La conversazione con Emilio Pappagallo e Boris Sollazzo oggi a radio rock: clic (io arrivo al minuto 29, credo).

E se c’è un servizio

giovedì 28 settembre 2017

È onorato.

[grazie a Paolo]

A Mosca

domenica 24 settembre 2017

Tutte le volte che vado a Mosca, c’è un posto dove vado per piangere. È il cimitero del monastero di Novodevič’e. Ci vado per portare tre fiori sulla tomba del poeta su cui ho fatto la tesi, che si chiama Velimir Chlebnikov e che è nato nel 1885 e è morto nel 1922. E poi, tutto le volte, mi metto a piangere. Non so perché. Prima che nascesse mia figlia, pensavo che gli anni che avevo lavorato su Chlebnikov fossero il periodo più bello della mia vita, e tutte le volte che sono lì, sulla tomba di Chlebnikov, mi torna in mente la prima poesia di Chlebnikov che ho letto, nell’ottantanove, alla biblioteca Guanda di Parma: «Quando stanno morendo, i cavalli respirano, Quando stanno morendo, le erbe si seccano, Quando stanno morendo, i soli si bruciano, Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni». Credo però che una visita al cimitero del monastero di Novodevič’e di Mosca, sia una cosa interessante anche per chi non ha fatto la tesi su Chlebnikov.

Quando la Battaglia era piccola

mercoledì 26 luglio 2017

Non so, l’altro giorno ero al parco con mia figlia facevamo un gioco che facciamo io e lei che lo chiamiam Nascondiamoci che nella sostanza corriamo e ci inseguiamo l’uno con l’altro. A un certo momento lei si è fermata si è seduta sulla panchina mi ha fatto segno di sedermi accanto a lei.
Io mi sono seduto lei mi ha detto Raccontiamo le cose?
Va bene, le ho detto io. Cosa vuoi raccontare? le ho chiesto.
È arrivato l’inverno, mi ha detto lei.