Scrittura emiliana.

Due minuti e mezzo di fascisti

mercoledì 8 Maggio 2019

Sette anni fa: Clic

Ooooo

lunedì 29 Aprile 2019

Il viaggio in Russia che si è chiamato Gogol’ Maps è finito con questa canzone qua: Clic

Specialità

venerdì 19 Aprile 2019

Sul volo Milano San Pietroburgo che abbiamo preso oggi, era disponibile, a due euro, il cappuccino di Torino (con vero cioccolato fondente). E io ho pensato ‘Ah, il cappuccino di Torino’.

Perché?

giovedì 21 Febbraio 2019

Di testimonianze della mia scarsa intelligenza, ce ne sono tutti i giorni e sono cose che, per un qualche motivo, mi confortano.
Io, per esempio, non ho la televisione, non la guardo da anni, eppure quando mi dicono che la trasmissione di Adriano Celentano, Adrian, è andata malissimo, che l’hanno chiusa prima del tempo, mi vien da pensare Se me lo chiedevano a me glielo dicevo prima che la aprissero, che sarebbe andata male, e che l’avrebbero poi chiusa prima del tempo. Risparmiavano un bel po’ di soldi, se me lo chiedevano a me.
Che, va bene tutto, ma: perché avrebbero dovuto chiederlo a me?

Il vostro formaggio

martedì 5 Febbraio 2019

«Sissignore. Comandate il vostro formaggio?»
«Ma sì, del parmigiano.»

[Lev Tolstoj, Anna Karenina, traduzione di Sergio Zveteremich, Milano, Garzanti 1981 (7), p. 39]

25 gennaio – Bologna

martedì 15 Gennaio 2019

Venerdì 25 gennaio,
a Bologna,
all’Officina Margherita,
in via Santa Margherita, 14,
alle 19,
presentazione dei corsi di quest’anno
(Scuola elementare di scrittura emiliana,
Scuola media inferiore di Anna Karenina)

Se fossi andato a letto presto

venerdì 4 Gennaio 2019

Pagai all’agente immobiliare un mese d’anticipo e lui ci disse che sperava che ci trovassimo bene a Milligan Street e che un tempo lui stesso aveva abitato in quella zona. Lasciò intendere che in futuro sarei riuscito a trovare qualcosa di migliore, se mi fossi dato da fare e fossi andato a letto presto e avessi annaffiato le mie piante a dovere. Mi diede il suo biglietto da visita. Era il secondo che mi dava, e sono sicuro che si fosse dimenticato di avermene già dato uno. Agenti immobiliari e assicuratori sembrano sempre avere le tasche piene di un numero illimitato di biglietti da visita e c’è qualcosa nel modo in cui te li porgono che ti spinge ad accettarli, che tu lo voglia o meno. Quando se ne fu andato, entrai in casa con Virginia e gettai quei bigliettini nel caminetto.

[Elliot Chaze, Il mio angelo ha le ali nere, traduzione di Nicola Manuppelli, Fidenza, Mattioli 1885 2015, p. 69]

Cosa fa la prosa

sabato 15 Dicembre 2018

Tutto andava, è il caso di dire, per verso, tutt’altro che per traverso, al D’Annunzio sontuosamente, tra donne e levrieri, esiliato ad Arcachon. Cantava, cantava: cantava “il selvaggio anelito, la gota che gronda, il lungo sforzo a testa bassa, i polsi tra le razze della rota, le spalle che sollevano la cassa e la massa nemica, il suolo raso, l’urlo roco delle strozze riarse ad ogni schiera abbattuta, l’allegro ardor del gioco; o Ameglio, e il ferro freddo…” (sono, si capisce, versi: ma li trascrivo come prosa per vieppiù restituirli all’insensatezza e all’atrocità, poiché la prosa non perdona).

[Leonardo Sciascia, 1912+1, in Opere 1984-1989, Milano, Bompiani 2004, p. 265]

Instagram

giovedì 6 Dicembre 2018

Mi sono iscritto a Instagram per mettere su questa foto, una partita dimostrativa, se si dice così, del campione del mondo di scacchi Anatolij Karpov, il 24 aprile del 1978, alla festa dello sport collegata al XVII congresso del VLKSM (Unione Comunista Leniniana di tutti i Soviet della Gioventù). E basta (cliccare sull’immagine per ingrandire).

Cos’era successo

sabato 1 Dicembre 2018

Il 25 giugno del 1988, al pomeriggio, ero da solo nella sala della casa di Basilicanova dove abitavo, con la mia famiglia, d’estate (d’inverno abitavamo a Parma).
Ero da solo, dietro al tavolo, in piedi, non mi ricordo perché ero in piedi, e guardavo, oltre il tavolo, la televisione, c’era la finale dei campionati europei, Olanda – Unione Sovietica.
Si erano già incontrate, l’Olanda e l’Unione Sovietica, in quegli europei, nel girone, e l’Unione Sovietica aveva vinto uno a zero, gol di Rats, centrocampista ventisettenne della Dinamo Kiev.
Molti dei giocatori di quell’Unione Sovietica venivano dalla Dinamo Kiev, oltre a Rats Baltača, Dem’janenko, Zavarov, Kusnetsov, Michailičenko, Belanov e Protasov, almeno, e dalla Dinamo Kiev veniva l’allenatore, Valerij Lobanovskij, che era un signore allora quarantanovenne che, a guardarlo, quando sedeva in panchina, sembrava uno che non aveva tutti i suoi a casa, come si dice a Parma: dondolava continuamente, come se avesse una specie di delirium dondolens, se così si può dire, ma a guardare le sue squadre, la dinamo Kiev, che aveva vinto, con lui in panchina, la coppa delle coppe nel 1975 e nel 1986 e la supercoppa UEFA nel 1975, e la nazionale sovietica, che aveva vinto il bronzo alle olimpiadi di Montreal del 1976, eran due squadre, la Dinamo Kiev e l’Unione Sovietica di Lobanovskij, che giocavano un calcio efficace e ordinatissimo, e quei giocatori, Zavarov, Belanov, Protasov, Michailičenko, sembravan che facessero in modo semplicissimo delle cose complicate e a me eran sembrati fortissimi, e non eran sembrati fortissimi solo a me: Zavarov, per esempio, l’avrebbe poi comprato la Juventus, in quel 1988, ma non aveva fatto una riuscita memorabile, probabilmente perché quello fortissimo, in quell’Unione Sovietica, era uno che sedeva in panchina e dondolava continuamente.
Io, in quella finale, tenevo per l’Unione Sovietica per via di un’inspiegabile passione per la Russia che, pochi mesi dopo, mi avrebbe portato a iscrivermi all’università: nell’autunno di quel 1988 avrei cominciato a studiare russo, cosa che mi avrebbe condotto, qualche anno dopo, anche a Kiev, ma Lobanovskij non l’avrei mai incontrato, non avremmo frequentato le stesse compagnie, io mi sarei poi occupato di letteratura, mi sarei messo, più avanti, anche a scrivere, cosa che facevo in un certo senso da sempre, da quando ero piccolo, e che è legata anche questa al gioco del calcio, come ho raccontato una volta in un romanzo che si chiama Spinoza, quando ho raccontato in che modo mi son messo scrivere, mi permetto di copiare questo pezzetto qua sotto anche se non c’entra niente né con Lobanovskij, né con l’Unione Sovietica né con l’Olanda:
«Quando ho cominciato a scrivere, un caso stranissimo.
Da piccolo facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare la palla coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente “Chi me lo fa fare a me, di rinviare la palla coi piedi?”.
C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, dritto tra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, di rinviare la palla coi piedi.
 C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore della squadra avversaria, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore, gridava “Che cazzo fai? Muoviti!”. Io stavo lì, col pallone in braccio, pensavo, pensavo.
C’erano i guardalinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. Poi dopo ha fischiato. Punizione a due in area per la squadra avversaria.
Battono, tirano, gol.
Cominciato a scrivere».
Tornando a quel pomeriggio di giugno del 1988, la partita era stata una bella partita, l’Unione Sovietica era stata molto pericolosa, Belanov e Protasov e Zavarov avevano avuto diverse occasioni e poi, come succede, aveva segnato l’Olanda, Gullit di testa al trentaduesimo del primo tempo.
Io, il secondo tempo, mi aspettavo la reazione dell’Unione Sovietica, erano troppo forti, secondo me, troppo più forti dell’Olanda, solo che, dopo nove minuti dall’inizio del secondo tempo, il numero 8 olandese, Mühren, aveva crossato, in area, un cross non tanto riuscito, quasi sulla linea di fondo, e Van Basten, il centravanti, aveva aspettato che la palla scendesse e poi aveva fatto un tiro che io, un tiro così bello, nel calcio, non l’ho mai visto.
Questo gol l’ho poi rivisto, qualche volta, e ho visto l’allenatore dell’Olanda, Rinus Michels, che si metteva le mani nei capelli, come per chiedersi cos’era successo, e ho visto che poi, qualche minuto dopo, l’Unione Sovietica ha preso un palo e ha sbagliato un rigore che avrebbe potuto rimetterla in partita, ma allora, quel pomeriggio di giugno del 1988, io mi ricordo che, al gol di Van Basten, avevo spento la televisione, mi ero messo un paio di stivali, ero montato in macchina, ero andato a Parma, ero arrivato al bar dove andavo, il bar Riviera, in piazzale Maestri, ero sceso dalla macchina, il primo che avevo incontrato, non mi ricordo chi era, gli avevo detto che avevo visto una cosa stupefacente, un gol di Van Basten che era stato così bello che avevo spento la televisione.
Come quando leggi un romanzo che ti piace così tanto che hai bisogno di parlarne con qualcuno.
Poi quello lì, non mi ricordo chi era, non mi rispondeva, io mi son guardato le scarpe mi ho detto «Ve’, ho gli stivali. Chissà come mai mi son messo gli stivali, con questo caldo».
E anche adesso, a trent’anni di distanza, la voglia di parlare di quel gol lì mi è rimasta, l’altro giorno, per dire, ho telefonato a mia mamma per dirle una cosa, lei mi ha chiesto di che partita avrei parlato questa settimana, io le ho detto Olanda – Unione Sovietica, la finale degli europei del 1988, lei mi ha detto che non l’aveva vista, io le ho detto che c’era stato un famoso gol di Van Basten che era stato così bello che mi aveva fatto spegnere la televisione, lei mi ha detto che Carmelo Bene, una volta, quando gli han chiesto cos’è l’arte, lui aveva risposto «L’arte è andare a San Siro a vedere giocare Van Basten».

[Uscito ieri per la Verità]