Scrittura emiliana.

Una delle più belle canzoni della storia d’Italia e del mondo

domenica 7 ottobre 2018

Vattene amore, penso che possiamo essere d’accordo, è una delle più belle canzoni della storia d’Italia e del mondo.
Prima di tutto per la scelta del contesto in cui farla esordire: un Sanremo anonimo come tanti (quello del 1990), presentato da Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci e vinto dai Pooh con Uomini soli («Li incontri dove la gente viaggia, e va a telefona- re, col dopobarba che sa di pioggia», grande incipit dal sapore letterario, anche se tutto quello che ri- mane nella mente è DIO DELLE CITTAAAAAA E DELL’IMMENSITAAAAAAAA). Poi, per gli interpreti: Mietta, vincitrice l’anno precedente nel- la categoria “Nuovi” (poi “Giovani”, poi “Nuove Proposte”), e Il maestro Minghi. Il maestro Minghi (perché Minghi sia indissolubile dall’appellativo di maestro è un mistero che non sta a noi risolvere), autore delle musiche del brano, l’aveva concepito, nella sua modestia, per Mina, o in seconda battuta per la Vanoni. La reazione delle due icone della musica leggera possiamo solo immaginarla; fatto sta che si decise di ripiegare sulla giovane Mietta, a ancata, in un impeto di orgoglio, dallo stesso Minghi. A livello tecnico, la particolarità del duet- to è tutta nella vocina esile del maestro Minghi, che nel ritornello (che sembra facile da cantare, ma è di cilissimo da cantare bene) viene sovrastata di una ventina di decibel da quella profondissima di Mietta.
Il fulcro della canzone però è nel testo, conce- pito da quel genio del male di Pasquale Panella, autore tra gli altri del Battisti ermetico («Hegel Tubinga e io avrei masticato la sua tuta da gin-nastica») e dello Zucchero bucolico («Sere d’estate dimenticate, c’è un dondolo che dondola»). Perché la canzone conobbe un più che discreto successo, e mezza Italia è pronta a giurare che si intitoli Trotto- lino amoroso dudu dadada (come da passaggio chiave del ritornello) e che sia una canzone d’amore, anche un po’ smielata.

[Giorgio Busi Rizzi, Vattene amore, in Qualcosa numero 3, Roma, Sempremai 2018, pp. 63-64]

Una poesia di Pasternak

giovedì 13 settembre 2018

Alla stazione la gente beveva il caffè e leggeva il giornale. Fui contenta di vedere che la vita continuava: la vita vera, in cui la gente lavorava e stava sveglia e cercava di concludere qualcosa, che a quello serviva il caffè. C’era una poesia di Pasternak che rispecchiava proprio questo atteggiamento: «Non dormire, non dormire, artista». In russo suona meglio che in inglese, perché la parola «artista» ha tre sillabe invece delle due di artist, è un anfibraco, come umbrella o november. Don’t sleep, don’t sleep, gorilla, pensavo mentre scendevo le scale mobili verso i binari della metro.

[Elif Batuman, L’idiota, traduzione di Martina Testa, Torino, Einaudi 2018, p. 56]

Invece

venerdì 31 agosto 2018

In un libro di Sergej Dovlatov a un certo momento si legge:

Questa cosa è successa all’accademia d’arte drammatica di Leningrado. Si era esibito davanti agli studenti il noto chansonnier francese Gilbert Becaud. Alla fine l’esibizione era finita. Il presentatore si era rivolto agli studenti.
– Fate delle domande.
Tutti avevan taciuto.
– Fate delle domande all’artista.
Silenzio.
E allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva detto, ad alta voce:
– Chèl òr ètìl? (Che ore sono?)
Gilbert Becaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto, gentilmente:
– Le cinque e mezza.
E non si era offeso.

Ecco. La Russia di Dovlatov non era la Russia triste, seria e noiosa che in Italia si immaginava che fosse, la Russia di Dovlatov era un posto che mi sembrava di essere in un bar della periferia di Parma, con degli asini che erano simili, secondo me, agli asini parmigiani che conoscevo io.

Vera Dulova

mercoledì 22 agosto 2018

In questo film russo di Kirill Serebrennikov sul gruppo Kino (clic), che si intitola Leto (Estate) e è stato quest’anno a Berlino, dopo un’ora 37 minuti e 36 secondi si parla dell’arpista sovietica Vera Dulova, della quale parla anche Venedikt Erofeev nel suo poema ferroviario Mosca – Petuški, al capitolo 61MO CHILOMETRO – 65MO CHILOMETRO, e dice così:

– C’era un mio amico, non me lo dimenticherò mai. Era sempre stato, in un certo senso, un uomo appassionato, ma quella volta lì era come se gli fosse entrato dentro un diavolo. Era impazzito, e sapete per chi? Per Ol’ga Erdeli, la famosa arpista sovietica. Forse, anche Vera Dulova è un’arpista famosa. Ma lui era impazzito per la Erdeli. E non l’aveva mai vista in vita sua, l’aveva solo sentita strimpellare sull’arpa per radio e, pensa un po’ te, era impazzito…
Era impazzito e stava a letto. Non lavorava, non studiava, non fumava, non beveva, non si alzava da letto, non gli piacevano le ragazze, non si affacciava alla finestra. Dagli Ol’ga Erdeli, il discorso è tutto lì. Quando mi godrò l’arpista Ol’ga Erdeli, solo allora risorgerò: mi alzerò dal letto, lavorerò e studierò, berrò e fumerò e mi affaccerò alla finestra. Noi gli dicevamo:
– Ma perché proprio Ol’ga Erdeli? Prendi almeno Vera Dulova al posto della Erdeli. Vera Dulova suona benissimo!
E lui:
– Che vi venga un canchero a voi e a Vera Dulova! La vostra Vera Dulova non la posso neanche vedere. Non ci cagherei neanche insieme, con la vostra Vera Dulova!
Insomma, vediamo che il ragazzo ha fuso. E dopo tre giorni andiamo ancora da lui:
– Be’, sei ancora lì a farneticare di Ol’ga Erdeli? Abbiam trovato una medicina: vuoi che ti trasciniamo qua, domani, Vera Dulova?
– Certo – ha risposto, – se volete che la strangoli con una corda della sua arpa, la vostra Vera Dulova, prego, trascinatemela qua. Io la strangolo.
Cosa potevamo fare? Il ragazzo si stava spegnendo, bisognava salvarlo. Sono andato da Ol’ga Erdeli, volevo spiegarle la faccenda, ma poi non ce l’ho fatta. Volevo andare anche da Vera Dulova, ma no, ho pensato, che poi la strangola come un nontiscordardime. E passeggiavo per Mosca, di sera, e ero triste: loro là eran sedute alle loro arpe e suonavano, ingrassavano e si gonfiavano, alle loro arpe, e del ragazzo sarebbero rimaste solo rovine e polvere.

Dei fucili

mercoledì 22 agosto 2018

Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol'

Un famoso scrittore di teatro ha detto (probabilmente in stizzosa risposta a un rompiscatole che desiderava conoscere i segreti del mestiere) che se nel primo atto alla parete è appeso un fucile, nell’ultimo atto deve sparare. Ma i fucili di Gogol’ rimangono appesi a mezz’aria e non sparano – in sostanza, il fascino delle sue allusioni consiste proprio nel fatto che non hanno assolutamente nessuna conseguenza.

[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 51]

Sempremai

martedì 21 agosto 2018

Sempremai è un vecchio avverbio che vuol dire sempre sempre. È un luogo di contraddizioni e cose che non per
forza vanno d’accordo tra di loro. E è anche la casa, ci piacerebbe, per quegli autori e quei lettori che hanno
voglia di sedersi attorno a un tavolo, e guardarsi negli occhi, e parlare. E poi, ci piacerebbe che fosse la casa
per quelle idee che non hanno paura di mettersi in discussione, anche perché, il problema sociale più grande,
e quello politico, più grande, e quello economico, più grande, siamo io e te.

Clic

[Quest’anno per loro esce Qualcosa, e un libro bellissimo di Anna Mongiardo che si intitola Raggiungere Catanzaro non è facile ed è anche dispendioso]

Una poesia senza un significato preciso

lunedì 20 agosto 2018

C’è scritto:

Tre poesie scritte in una lingua propria a me e diversa dalle altre! Le parole di questa lingua non hanno un significato preciso.

N. 1 Dir bul ščil
ubesščur
skum
vy so bu
r l ez

È il primo esempio di poesia transmentale, pubblicato a Mosca nel 1913 dentro un libretto intitolato Pomada (Rossetto), libretto scritto da un poeta che si chiama Aleksej Kručenych e illustrato da un pittore che si chiama Michail Larionov; adesso si trova in Evgenij Kovtun, Russkaja futurističeskaja kniga, Mosca, Rip 2014, p. 63 (cliccare due volte sull’immagine per ingrandire)

Una frase di Gogol’

mercoledì 8 agosto 2018

Aveva visto, tutti insieme, tanti di quei vecchi, e semivecchi, rispettabili, con le decorazioni sopra ai frac, tante di quelle signore che camminavano leggere, orgogliose e graziose sul parquet, o sedevano in fila, aveva sentito tante di quelle parole francesi e inglesi, i giovani in frac erano pieni di tanta nobiltà, parlavano e tacevano con tanta dignità, talmente bene non dicevano niente di superfluo, scherzavano in un modo così maestoso, sorridevano così rispettosamente, avevano delle basette così superlative, con tanta abilità mettevano in mostra le proprie belle mani, mettendosi a posto la cravatta, le signore erano così aeree, così sprofondate in un autocompiacimento e un’estasi assoluti, abbassavano gli occhi in un modo così incantevole che… dal solo aspetto, mite, di Piskarëv, che, per la paura, si era appoggiato a una colonna, si capiva che si era completamente perso.

[È nella Prospettiva Nevskij]

Astuccio

martedì 7 agosto 2018

Svetlana Evgenevič. Mosca 1994

Racconta il marito, Pëtr Evgenevič: È un semplice astuccio per le matite. Le matite vanno qui, le penne qui e qui, non so, i cartoncini con le figure e le lettere. L’ha fatto mia moglie con una normale macchina da cucire. Ma il materiale è ottimo, molto semplice, si è infilata i ditale e l’ha cucito.

Cartone, Elastico, filo.

[Vladimir Archipov, Design del popolo. 220 invenzioni della Russia post sovietica, traduzione Ada Arduini, Gioia Guerzoni, Milano, Isbn 2007, p. 203]

Subentrò il silenzio

giovedì 5 luglio 2018

– Be’, e c’è qualcos’altro di nuovo in politica? – chiese Oblomov dopo aver taciuto un po’.
– Sì, scrivono che la sfera terrestre si raffredda sempre di più: una volta o l’altra ghiaccerà tutta.
– Ma dài! Ma è forse politica, questa?
Alekseev era mortificato.
– Dmitrij Alekseič all’inizio ha parlato di politica, – si giustificò, – poi è andato avanti a leggere e non ha detto, quando finiva la politica… Questa era già letteratura, lo so.
– E cosa ha letto, di letteratura? – chiese Oblomov.
– Ha letto che gli autori migliori sono Dmitriev, Karamzin, Batjuškov e Žukovskij…
– E Puškin?
– Puškin lì non c’era. Anch’io ho pensato: ma perché non c’è? Eppure è un zenio, – disse Alekseev pronunciando la g come una z.
Subentrò il silenzio.

[Ivan Gončarov, Oblomov]