Scrittura emiliana.

Cosa fa la prosa

sabato 15 dicembre 2018

Tutto andava, è il caso di dire, per verso, tutt’altro che per traverso, al D’Annunzio sontuosamente, tra donne e levrieri, esiliato ad Arcachon. Cantava, cantava: cantava “il selvaggio anelito, la gota che gronda, il lungo sforzo a testa bassa, i polsi tra le razze della rota, le spalle che sollevano la cassa e la massa nemica, il suolo raso, l’urlo roco delle strozze riarse ad ogni schiera abbattuta, l’allegro ardor del gioco; o Ameglio, e il ferro freddo…” (sono, si capisce, versi: ma li trascrivo come prosa per vieppiù restituirli all’insensatezza e all’atrocità, poiché la prosa non perdona).

[Leonardo Sciascia, 1912+1, in Opere 1984-1989, Milano, Bompiani 2004, p. 265]

Instagram

giovedì 6 dicembre 2018

Mi sono iscritto a Instagram per mettere su questa foto, una partita dimostrativa, se si dice così, del campione del mondo di scacchi Anatolij Karpov, il 24 aprile del 1978, alla festa dello sport collegata al XVII congresso del VLKSM (Unione Comunista Leniniana di tutti i Soviet della Gioventù). E basta (cliccare sull’immagine per ingrandire).

Cos’era successo

sabato 1 dicembre 2018

Il 25 giugno del 1988, al pomeriggio, ero da solo nella sala della casa di Basilicanova dove abitavo, con la mia famiglia, d’estate (d’inverno abitavamo a Parma).
Ero da solo, dietro al tavolo, in piedi, non mi ricordo perché ero in piedi, e guardavo, oltre il tavolo, la televisione, c’era la finale dei campionati europei, Olanda – Unione Sovietica.
Si erano già incontrate, l’Olanda e l’Unione Sovietica, in quegli europei, nel girone, e l’Unione Sovietica aveva vinto uno a zero, gol di Rats, centrocampista ventisettenne della Dinamo Kiev.
Molti dei giocatori di quell’Unione Sovietica venivano dalla Dinamo Kiev, oltre a Rats Baltača, Dem’janenko, Zavarov, Kusnetsov, Michailičenko, Belanov e Protasov, almeno, e dalla Dinamo Kiev veniva l’allenatore, Valerij Lobanovskij, che era un signore allora quarantanovenne che, a guardarlo, quando sedeva in panchina, sembrava uno che non aveva tutti i suoi a casa, come si dice a Parma: dondolava continuamente, come se avesse una specie di delirium dondolens, se così si può dire, ma a guardare le sue squadre, la dinamo Kiev, che aveva vinto, con lui in panchina, la coppa delle coppe nel 1975 e nel 1986 e la supercoppa UEFA nel 1975, e la nazionale sovietica, che aveva vinto il bronzo alle olimpiadi di Montreal del 1976, eran due squadre, la Dinamo Kiev e l’Unione Sovietica di Lobanovskij, che giocavano un calcio efficace e ordinatissimo, e quei giocatori, Zavarov, Belanov, Protasov, Michailičenko, sembravan che facessero in modo semplicissimo delle cose complicate e a me eran sembrati fortissimi, e non eran sembrati fortissimi solo a me: Zavarov, per esempio, l’avrebbe poi comprato la Juventus, in quel 1988, ma non aveva fatto una riuscita memorabile, probabilmente perché quello fortissimo, in quell’Unione Sovietica, era uno che sedeva in panchina e dondolava continuamente.
Io, in quella finale, tenevo per l’Unione Sovietica per via di un’inspiegabile passione per la Russia che, pochi mesi dopo, mi avrebbe portato a iscrivermi all’università: nell’autunno di quel 1988 avrei cominciato a studiare russo, cosa che mi avrebbe condotto, qualche anno dopo, anche a Kiev, ma Lobanovskij non l’avrei mai incontrato, non avremmo frequentato le stesse compagnie, io mi sarei poi occupato di letteratura, mi sarei messo, più avanti, anche a scrivere, cosa che facevo in un certo senso da sempre, da quando ero piccolo, e che è legata anche questa al gioco del calcio, come ho raccontato una volta in un romanzo che si chiama Spinoza, quando ho raccontato in che modo mi son messo scrivere, mi permetto di copiare questo pezzetto qua sotto anche se non c’entra niente né con Lobanovskij, né con l’Unione Sovietica né con l’Olanda:
«Quando ho cominciato a scrivere, un caso stranissimo.
Da piccolo facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare la palla coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente “Chi me lo fa fare a me, di rinviare la palla coi piedi?”.
C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, dritto tra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, di rinviare la palla coi piedi.
 C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore della squadra avversaria, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore, gridava “Che cazzo fai? Muoviti!”. Io stavo lì, col pallone in braccio, pensavo, pensavo.
C’erano i guardalinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. Poi dopo ha fischiato. Punizione a due in area per la squadra avversaria.
Battono, tirano, gol.
Cominciato a scrivere».
Tornando a quel pomeriggio di giugno del 1988, la partita era stata una bella partita, l’Unione Sovietica era stata molto pericolosa, Belanov e Protasov e Zavarov avevano avuto diverse occasioni e poi, come succede, aveva segnato l’Olanda, Gullit di testa al trentaduesimo del primo tempo.
Io, il secondo tempo, mi aspettavo la reazione dell’Unione Sovietica, erano troppo forti, secondo me, troppo più forti dell’Olanda, solo che, dopo nove minuti dall’inizio del secondo tempo, il numero 8 olandese, Mühren, aveva crossato, in area, un cross non tanto riuscito, quasi sulla linea di fondo, e Van Basten, il centravanti, aveva aspettato che la palla scendesse e poi aveva fatto un tiro che io, un tiro così bello, nel calcio, non l’ho mai visto.
Questo gol l’ho poi rivisto, qualche volta, e ho visto l’allenatore dell’Olanda, Rinus Michels, che si metteva le mani nei capelli, come per chiedersi cos’era successo, e ho visto che poi, qualche minuto dopo, l’Unione Sovietica ha preso un palo e ha sbagliato un rigore che avrebbe potuto rimetterla in partita, ma allora, quel pomeriggio di giugno del 1988, io mi ricordo che, al gol di Van Basten, avevo spento la televisione, mi ero messo un paio di stivali, ero montato in macchina, ero andato a Parma, ero arrivato al bar dove andavo, il bar Riviera, in piazzale Maestri, ero sceso dalla macchina, il primo che avevo incontrato, non mi ricordo chi era, gli avevo detto che avevo visto una cosa stupefacente, un gol di Van Basten che era stato così bello che avevo spento la televisione.
Come quando leggi un romanzo che ti piace così tanto che hai bisogno di parlarne con qualcuno.
Poi quello lì, non mi ricordo chi era, non mi rispondeva, io mi son guardato le scarpe mi ho detto «Ve’, ho gli stivali. Chissà come mai mi son messo gli stivali, con questo caldo».
E anche adesso, a trent’anni di distanza, la voglia di parlare di quel gol lì mi è rimasta, l’altro giorno, per dire, ho telefonato a mia mamma per dirle una cosa, lei mi ha chiesto di che partita avrei parlato questa settimana, io le ho detto Olanda – Unione Sovietica, la finale degli europei del 1988, lei mi ha detto che non l’aveva vista, io le ho detto che c’era stato un famoso gol di Van Basten che era stato così bello che mi aveva fatto spegnere la televisione, lei mi ha detto che Carmelo Bene, una volta, quando gli han chiesto cos’è l’arte, lui aveva risposto «L’arte è andare a San Siro a vedere giocare Van Basten».

[Uscito ieri per la Verità]

Tolstoj e Gervinho

sabato 17 novembre 2018

La partita di calcio di cui voglio parlare questa settimana è una partita un po’ singolare, perché si deve ancora giocare, è Parma – Sassuolo, l’anticipo delle 12 e 30 del turno di campionato del 25 novembre 2018, tredicesima giornata del girone d’andata, ed è una partita singolare non per il risultato o per quello che succederà, cioè, non lo so, magari sarà singolare anche per il risultato e per quello che succederà, ma intanto, comunque, è singolare in anticipo per il modo in cui la vedrò, perché la vedrò come inviato di una trasmissione televisiva che si chiama Quelli che il calcio. Che non è una novità assoluta, l’ho già fatto una volta, sette anni fa, nel novembre del 2011, quando ho visto, in diretta con Quelli che il calcio, la partita Parma – Udinese, dodicesima giornata di andata del campionato 2011-2012. Le conseguenze di quella apparizione televisiva erano state limitate ma abbastanza sorprendenti, il cameriere di una pizzeria in cui andavo all’epoca mi aveva indicato e mi aveva detto «T’ho visto», sottovoce, e con un tono come se avesse scoperto un mio segreto, e un caposquadra che mi comandava quando, da studente, avevo fatto la stagione dei pomodori, e che mi aveva fatto rapporto per un motivo che qui è troppo lungo spiegare, mi aveva scritto e mi aveva chiesto se ci potevamo vedere, per bere un caffè, cosa che poi non era successa, chissà perché. Di quella partita ricordo che il Parma aveva vinto due a zero, avevano fatto gol Biabiany (che è, anche quest’anno, un giocatore del Parma) e Giovinco, che adesso gioca in Canada. Mi ricordo anche che, come centravanti, nel Parma giocava Graziano Pellè, che poi sarebbe diventato centravanti della nazionale, e che aveva la stranissima abitudine di colpire la palla prevalentemente di petto, e mi ricordo che, di fianco a me, c’era della gente che contava quante volte Pellè la toccava di petto e mi sembra che, in quella partita, avesse superato la dozzina di tocchi. Ricordo che era stranissimo veder la partita dalla tribuna, io che di solito quando vado allo stadio vado in curva, e ricordo che, dato che era qualche anno che non andavo più allo stadio, mi aveva molto stupito il fatto che prima del calcio d’inizio mettessero della musica a tutto volume, come se si fosse in discoteca, e mi era venuta un po’ di nostalgia per i rumori degli stadi di una volta, la gente che arriva e comincia a parlare gente e pian piano diventa sempre più rumorosa e poi pian piano sparisce di colpo e lascia il silenzio che c’era prima, come se fosse un fenomeno naturale, come una bufera sonora, o qualcosa del genere.
Ricordo anche che quella volta, quando mi avevano invitato per Parma – Udinese, io non l’avevo detto a nessuno, che sarei andato in televisione a commentare la partita del Parma, perché era una cosa che, da un lato, mi faceva piacere, dall’altro un po’ mi vergognavo: io che scrivevo dei libri, dei romanzi, che era una cosa, tutto sommato nobile, alta, occuparmi di una cosa così pedestre, è il caso di dire, come la partita di calcio tra Parma e Udinese.
Ricordo anche che mi era sembrato stranissimo vedere una partita e intanto ascoltare in cuffia quello che dicevano in studio, che dicevano delle cose che non c’entravano niente, con quello che stavo guardando, e ricordo che mi aveva colpito il fatto che tutti quelli che intervenivano avevano una cosa spiritosa da dire e ricordo che io, da bastian contrario, ero stato attentissimo a non dire niente di spiritoso e c’ero riuscito benissimo, mi sembra.
Quando aveva fatto gol Biabiany, per esempio, che ci avevano passato la linea, io avevo detto «Bellissimo, gol. Di testa. Su calcio d’angolo. Non è neanche tanto alto. A voi la linea», o qualcosa del genere.
Ecco quest’anno, io non sono più tanto imbarazzato, a andare in televisione a parlare del Parma, e il fatto che seguirò la partita Parma Sassuolo in diretta su Rai 2 l’ho reso pubblico senza problemi, e lo sto facendo anche in questo momento. In questi ultimi anni, devo dire, sono tornato a seguire il calcio come lo seguivo quand’ero un ragazzo, probabilmente perché, come devo aver scritto la scorsa settimana, la mia vita privata è diventata meno appassionante e ho un po’ più di tempo per dedicarmi a delle cose che non servono a niente e che mi piacciono tanto, come il calcio o la letteratura. Credo però che sarò sempre un po’ imbarazzato a entrare nel ritmo di una trasmissione dove la gente dice delle cose simpatiche e divertenti, e ho paura che, in omaggio alla mia bastiancontrarite, anche questa volta dirò delle cose antipatiche e piuttosto noiose, e, forse perché consapevoli del fatto che, a invitare uno come me, che in televisione può far la figura del disadattato, si rischia, i responsabili di Quelli che il calcio mi hanno chiesto se voglio parlare anche, un po’, dell’ultimo libro che è uscito, tra quelli che ho scritto io.
Che io ho apprezzato il pensiero, solo che l’ultimo libro che è uscito, tra quelli che ho scritto io, si intitola La grande Russia portatile e parla della grande letteratura russa, e trovare un legame tra la grande letteratura russa e Parma – Sassuolo, anticipo delle 12 e 30 del turno di campionato del 25 novembre 2018, tredicesima giornata del girone d’andata, non è una cosa facilissima, ho pensato.
Poi l’altro giorno, intanto che facevo la doccia, a me vengono in mente molte cose, intanto che faccio la doccia, mi è venuto in mente che in Anna Karenina, il grande romanzo di Lev Tolstoj, il fratello di Anna, il principe Stepan Oblonski, porta il suo amico Levin in un ristorante di Mosca e gli servono il suo formaggio preferito che è, sorpresa sorpresa, del parmigiano. Il che crea una relazione tra la grande letteratura russa e la città di Parma, ma non ancora tra la grande letteratura e il campionato di calcio di serie A, ho pensato.
E avevo appena pensato così che mi son ricordato che un mio conoscente, che si chiama Davide, e che per qualche anno è stato un ultrà del Parma, mi ha raccontato che anni fa, quando seguiva il Parma con la curva, e andava anche in trasferta, una volta, in una trasferta a Pescara, gli ultras del Pescara avevano fatto un coro che diceva: «Solo i prosciutti, avete solo i prosciutti, solo i prosciutti, avete solo i prosciutti». E che gli ultras del Parma ci avevano pensato qualche minuto poi avevano risposto: «Anche i formaggi, abbiamo anche i formaggi, anche i formaggi, abbiamo anche i formaggi». E questo chiuderebbe il cerchio e legherebbe la grande letteratura russa al campionato di calcio italiano nella sua manifestazione del 25 novembre prossimo venturo Parma – Sassuolo, anticipo delle dodici e trenta della tredicesima giornata di campionato. Ma poi mi è sembrato che non fosse un legame saldissimo, e quindi ho pensato che forse non ne parlerò, di letteratura russa, a quelli che il calcio. Chissà cosa dirò. Sarà difficilissimo, dire delle cose sensate, ho paura.

[uscito ieri sulla Verità]

Il tenente Barkov

sabato 10 novembre 2018

A NIMFODORA SEMENOVA

Vorrei essere, Semenova, un tuo drappo,
Oppure il tuo cagnolino da letto,
Oppure il tenente Barkov, –
Ah lui, il tenente! Ah, il farabutto.

[Aleksandr Puškin, Poesie d’amore e epigrammi, a cura di Annelisa Alleva, Tomsk, Izd. Andreja Oleara 2018, p. 99]

Il pane

domenica 4 novembre 2018


Il pane è un prodotto da forno, un naso è tutta un’altra cosa.

[Nikolaj Gogol’, Il naso]

Perec

lunedì 29 ottobre 2018


sullo zoccolo della statua della Libertà
sono stati incisi i celebri versi di Emma Lazarus:

vengano a me quelli che son stanchi,
quelli che son poveri,
le vostre folle ammassate assetate
d’aria pura,
i miserabili rifiuti delle vostre terre
sovrappopolate
mandateli a me
quei senza patria sballottati dalla tempesta
io levo la mia lampada presso la Porta d’Oro

ma nello stesso tempo erano entrate in vigore una serie
di leggi per controllare, e poco più tardi contenere
l’afflusso degli emigranti

nel corso degli anni le condizioni di ammissione
divennero sempre più rigide, e a poco a poco,
si richiusero le porte di quest’America favolosa,
di quest’eldorado dei tempi moderni dove, così
si raccontava ai bambini in Europa, le strade erano
lastricate d’oro, e la terra era coì vasta e così generosa
che tutti potevano trovare il loro posto

[Georges Perec, Ellis Island. Storie di erranza e di speranza, traduzione di Maria Sebregondi, Milano, Archinto 2017, pp. 62, 63]

Terza edizione

venerdì 26 ottobre 2018

«Molto spesso chi critica una malattia o un male, – scrive Brodskij – per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. È un errore di valutazione molto grave e piuttosto diffuso in questa professione, e non credo sia sano. E c’è anche un problema di vanità: quando un’intera nazione ti ammira, puoi dimenticare piuttosto in fretta qual è il tuo vero lavoro. Il tuo vero lavoro è scrivere bene».

[Parte oggi la seconda ristampa della Grande Russia portatile, nella quale abbiamo corretto due refusi, grazie a Gabriella e Erika che li hanno segnalati]

Una delle più belle canzoni della storia d’Italia e del mondo

domenica 7 ottobre 2018

Vattene amore, penso che possiamo essere d’accordo, è una delle più belle canzoni della storia d’Italia e del mondo.
Prima di tutto per la scelta del contesto in cui farla esordire: un Sanremo anonimo come tanti (quello del 1990), presentato da Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci e vinto dai Pooh con Uomini soli («Li incontri dove la gente viaggia, e va a telefona- re, col dopobarba che sa di pioggia», grande incipit dal sapore letterario, anche se tutto quello che ri- mane nella mente è DIO DELLE CITTAAAAAA E DELL’IMMENSITAAAAAAAA). Poi, per gli interpreti: Mietta, vincitrice l’anno precedente nel- la categoria “Nuovi” (poi “Giovani”, poi “Nuove Proposte”), e Il maestro Minghi. Il maestro Minghi (perché Minghi sia indissolubile dall’appellativo di maestro è un mistero che non sta a noi risolvere), autore delle musiche del brano, l’aveva concepito, nella sua modestia, per Mina, o in seconda battuta per la Vanoni. La reazione delle due icone della musica leggera possiamo solo immaginarla; fatto sta che si decise di ripiegare sulla giovane Mietta, a ancata, in un impeto di orgoglio, dallo stesso Minghi. A livello tecnico, la particolarità del duet- to è tutta nella vocina esile del maestro Minghi, che nel ritornello (che sembra facile da cantare, ma è di cilissimo da cantare bene) viene sovrastata di una ventina di decibel da quella profondissima di Mietta.
Il fulcro della canzone però è nel testo, conce- pito da quel genio del male di Pasquale Panella, autore tra gli altri del Battisti ermetico («Hegel Tubinga e io avrei masticato la sua tuta da gin-nastica») e dello Zucchero bucolico («Sere d’estate dimenticate, c’è un dondolo che dondola»). Perché la canzone conobbe un più che discreto successo, e mezza Italia è pronta a giurare che si intitoli Trotto- lino amoroso dudu dadada (come da passaggio chiave del ritornello) e che sia una canzone d’amore, anche un po’ smielata.

[Giorgio Busi Rizzi, Vattene amore, in Qualcosa numero 3, Roma, Sempremai 2018, pp. 63-64]

Una poesia di Pasternak

giovedì 13 settembre 2018

Alla stazione la gente beveva il caffè e leggeva il giornale. Fui contenta di vedere che la vita continuava: la vita vera, in cui la gente lavorava e stava sveglia e cercava di concludere qualcosa, che a quello serviva il caffè. C’era una poesia di Pasternak che rispecchiava proprio questo atteggiamento: «Non dormire, non dormire, artista». In russo suona meglio che in inglese, perché la parola «artista» ha tre sillabe invece delle due di artist, è un anfibraco, come umbrella o november. Don’t sleep, don’t sleep, gorilla, pensavo mentre scendevo le scale mobili verso i binari della metro.

[Elif Batuman, L’idiota, traduzione di Martina Testa, Torino, Einaudi 2018, p. 56]