Crea sito
Pubblici discorsi

17 settembre – Bologna

Mercoledì 17 settembre,
a Bologna,
alla liberia Modo infoshop,
in via Mascarella 24/B
alle ore 21,
Scuola elementare di scrittura emiliana
per non frequentanti
(con esercizi pratici: clic)

Pubblici discorsi

19 settembre – Cremona

Venerdì 19 settembre,
a Cremona,
nel cortile Federico II,
alle 18,
ci sono io,
non ho capito
bene
a fare cosa,
a leggere qualcosa, immagino,
e a rispondere,
credo,
a delle domande.

Pubblici discorsi

21 settembre – Parma

Domenica 21 settembre,
a Parma,
al circolo Arci colombofili,
in strada dei Mercati 15/d,
alle 18 (da confermare)
letture su Parma (da Mo mama e
da Mi compro una Gilera)
incrociate con letture su Parma
di Giancarlo Ilari.

  • Vecchi discorsi

  • Scuola elementare

    Intervista

    mercoledì 17 settembre 2014

    scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Volevo sapere che cosa ha rappresentato l’esperienza dei corsi per lei e come si è evoluta nel tempo. Ci sono allievi che hanno pubblicato? Che cosa cercano i partecipanti alle lezioni? Ci sono i loro esercizi nel libro…

    I primi anni ero preoccupato e mi preparavo forse meglio, alle lezioni, adesso sto peggiorando, mi sembra. Ci sono allievi che hanno pubblicato e credo avrebbero pubblicato anche se non avessero fatto la scuola; una volta mi è venuto da dire che ero contento che la scuola non li aveva dissuasi dal pubblicare. Cosa cherchino non lo so, e mi vien da pensare che non gliel’ho neanche mai chiesto. Nel libro ci sono esercizi di trenta ex allievi.

    Che cosa si intende per scrittura emiliana? Ci sono dei maestri di scrittura emiliana? (mi viene in mente Celati…). Perché questo libro?

    Uno dei motivi per cui sono contento che sia uscito il libro è che ci sono i disegni di Yocci, che se non ci fosse stato il libro non ci sarebbero stati, e sarebbe un peccato. Non penso che si debba scrivere in emiliano (ci son state scuole di scrittura emiliana all’estero, a Milano, a Torino, a Genova, a Lugano, perfino), penso che si possa scrivere non soltanto con una lingua alta, colta, letteraria, nazionale, esemplare, ma anche con una lingua bassa, concreta, grossolana, la lingua degli autobus, delle sale d’aspetto, dei marciapiedi delle stazioni, perché quella, mi sembra, è la lingua dei romanzi, i cui personaggi non son sempre dei dottorandi in letterature comparate, e anche quando son dottorandi in letterature comparate non parlano sempre ostendando la propria condizione di dottorandi in letterature comparate, usano anche loro una lingua regionale, goffa, sgraziata, che, a guardarla bene, delle volte, è bellissima.

    Che cosa si può insegnare rispetto alla scrittura e che cosa invece è talento? E come lo si riconosce? Cosa pensa del fatto che in moltissimi vogliono scrivere, in un paese dove si legge sempre meno?

    Da quando ho cominciato a scrivere io leggo molto di più, e credo succeda così un po’ a tutti, e il fatto che in molti vogliano scrivere per me è una cosa positiva. Non so se si può insegnare a scrivere e non so niente del talento, so che noi ci mettiamo lì, alla modo infoshop, al lunedì sera, alle nove di sera, e arriviamo spesso che siamo stanchi, dopo un giorno di lavoro, e andiamo via, tre ore dopo, che non siamo più stanchi, ed è una cosa stupefacente.

     

    [Su Repubblica Bologna dovrebbe essere uscita una riduzione di una intervista di Emanuela Giampaoli che ho copiato qua sopra nella sua forma integrale]

    Scuola elementare

    Compiti per le vacanze

    mercoledì 17 settembre 2014

    scuola elementare di scrittura emiliana per non frequentanti

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    E per finire, vorrei proporre un compito minuscolo a tutti i lettori di questo libretto; si tratta di una traduzione dal dialetto di Santarcangelo di Romagna che credo possano fare anche quelli che, come me, il dialetto di Santarcangelo di Romagna non lo sanno. È la traduzione dell’inizio di una poesia di Nino Pedretti. È un poeta che mi piace moltissimo, Pedretti, ma che leggo in pubblico raramente proprio per via delle traduzioni, perché la traduzione delle sue poesie, raccolte in un volume dell’Einaudi che si intitola Al vòusi, è fatta in un modo che io non lo so. Una di queste poesie si intitola L’orgasmo e è stata scritta credo negli anni settanta, e l’io narrante, la voce che parla nella poesia, è una donna di settant’anni che si lamenta che quando era giovane lei di queste cose qui, dell’orgasmo, della liberazione sessuale, non ne parlava nessuno, e la poesia inizia con un verso che fa così: Adès i cieva tótt , che si potrebbe tradurre Adesso chiavano tutti, o Adesso scopano tutti, o Adesso guzzano tutti, o Adesso fiondano tutti eccetera eccetera. Be’, quella poesia lì, nell’edizione Einaudi delle poesie di Pedretti, è tradotta così: Adesso tutti fanno sesso. Che, a parte il fatto che è un’altra cosa, che far sesso e fiondare, cioè fiondare è proprio una pratica precisa, con delle regola precise, ma lasciamo perdere, a parte quello, l’espressione Fare sesso, detta all’inizio degli anni settanta da una signora settantenne che quindi era nata all’inizio del secolo scorso, non lo so, magari mi sbaglio, ma a me sembra che una signora così a fare sesso non ci hai mai neanche pensato. Stasera forse facciamo sesso è una frase che dentro le teste, in Italia, nel 1970, non la pensava nessuno, figuriamoci le signore di settant’anni. Pedretti era amico di Raffaello Baldini, altro grande poeta, erano tutti e due di Santarcangelo, e Baldini raccontava che Pedretti di solito non parlava in dialetto, ma in italiano, in casa parlava italiano, e il dialetto era una lingua che aveva imparato per strada, e i suoi primi versi in dialetto non li pubblicava neanche, anzi uno l’aveva regalato a Baldini. «Ricordo, – scrive Baldini, – che a un certo momento Nino cominciò a dirci, a dire a me a Lina, mia moglie, due versi in dialetto, due endecasillabi, campati in aria, fuori da ogni contesto, due versi che aveva acchiappato al volo, che gli erano fioriti dentro gratuitamente. Ce li diceva e ce li ripeteva, con autoironia, divertendosi e divertendoci. Il primo di questi versi era: «Mè, s’i m déss da capè, abdrébb a lèt» («Io, se mi dessero da scegliere, andrei a letto»), il secondo era: «Me l’è trent’ann ch’a chégh cumé un arlòzz» («Io sono trent’anni che cago come un orologio»). Dopo un po’, – scrive Baldini, – un giorno chiesi a Nino: «Questo verso, «Me l’è trent’ann ch’a chégh cumé un arlòzz», non me lo regaleresti?». E lui rispose: «Sì, sì, prendilo pure». Continua a leggere »

    Scuola elementare

    Di cosa parlavano

    martedì 16 settembre 2014

    Valerij Popov, Dovlatov

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    E noi, è chiaro, dopo aver bevuto non parlavamo di politica (cosa c’è da dire?, di politica, allora come adesso), non parlavamo neanche di donne (cosa c’è da dire?, fare, bisogna), noi dal mattino alla sera parlavamo di letteratura. E quando adesso ci si lamenta, dove si è andata a cacciare la cultura?, la risposta è semplice: abbiamo smesso di parlare della cosa più importante, dei libri.

    [Valerij Popov, Dovlatov, Moskva, Molodaja gvardija 2010, p. 78]

    Scuola elementare

    E

    lunedì 15 settembre 2014

    E se qualcosa la dice lunga, io di solito non la capisco. E che due maroni.

    Scuola elementare

    Preferenze

    lunedì 15 settembre 2014

    Secondo me, un viaggio, se deve diventare un viaggio d’iniziazione, io preferisco stare a casa.

    Scuola elementare

    La Róssia

    lunedì 15 settembre 2014

    È difficilissimo, per me, parlar della Russia, è una cosa che ha a che fare con dei sentimenti così grossi, nella mia pancia, che praticamente della Russia io non posso dir quasi niente senza essere ostacolato da tutti questi sentimenti che si mettono in mezzo e proprio per quello è una cosa che mi sembra valga la pena di provare a raccontare. C’è una canzone di Dino Sarti dove lui racconta di essere stato in Russia e dice che la cosa più interessante, della Russia, è quando torni, dalla Russia, le domande che ti fanno, che a lui gli avevano chiesto «Di sò, Dino, comm’êla la Róssia», e lui aveva risposto «La Róssia l’é granda». Ecco. Continua a leggere »

    Scuola elementare

    La regina

    domenica 14 settembre 2014

    Alan Bennet, La sovrana lettrice

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    «Capisco» disse lui. «Sua Maestà deve passare il tempo».
    «Passare il tempo?» esclamò la regina. «I libri non sono un passatempo».

     

    [Alan Bennet, La sovrana lettrice, traduzione di Monica Pavani, Milano, Adelphi 2013 (4), p. 28]

    Scuola elementare

    Piuttosto

    domenica 14 settembre 2014

    Piuttosto
    discorso sulla Regina Elisabetta
    pronunciato a Modena
    il 12 settembre 2014
    nei chiostro della biblioteca Delfini
    dentro il Festivalfilosofia

    Buongiorno, io mi chiamo Paolo Nori, sono di Parma, scrivo dei libri, e mi piace anche leggerli, ad alta voce, e stasera, come sapete, mi han chiesto di leggere l’inizio di un libro che non l’ho scritto io, l’ha scritto Alan Bennet, La sovrana lettrice, si intitola, che è la regina d’Inghilterra, Elisabetta, che è la protagonista del libro e è anche la protagonista di molte altre cose, in Inghilterra, per esempio la sua faccia è uno dei simboli più conosciuti della simbologia dei Sex Pistols, con una spilla da balia che le attraversa il labbro e le svastiche negli occhi, un simbolo ideato da Jamie Reid che doveva esser qui oggi a parlarne, dopo la lettura della Sovrana lettrice, con Marco Pierini, invece non è potuto venire, come vi dirà Marco, che ci sarà lui poi dopo a parlare, ma prima io leggo La sovrana lettrice, e prima di legger La sovrana lettrice mi han chiesto di fare un brevissimo discorso sulla Regina d’Inghilterra che sarà proprio brevissimo perché, come potete immaginare, io della Regina d’Inghilterra non ne so niente. Continua a leggere »

    Scuola elementare

    Delle altre cose (singolari)

    sabato 13 settembre 2014

    Qualche giorno fa è stato celebrato un signore che si chiama Tolstoj, che è un signore che, a parte le cose famose, come Guerra e Pace e Anna Karenina, ha scritto anche delle altre cose meno conosciute ma singolari, come un libro che ha fatto insieme a dei figli di contadini che è stato appena ripubblicato in italiano da Isbn, nella traduzione di Agostino Villa, con il titolo I quattro libri di lettura e che, tra le altre, contiene questa storiella: «A un contadino venne voglia di mangiare. Comprò un panino e lo ingoiò tutto d’un fiato, ma aveva ancora fame. Così comprò un altro panino e mangiò anche quello, ma continuava ad avere fame. Alla fine, comprò qualche ciambella, e quando ne ebbe mangiata una si sentì sazio. A quel punto, si batté sulla fronte e disse: “Che stupido che sono stato! Perché ho mangiato inutilmente tanti panini? Per essere sazio, mi sarebbe bastato mangiare fin dall’inizio una sola di queste ciambelle!”». Ecco io, quando penso a Tolstoj, mi viene sempre in mente una cosa che ha scritto nel 1884, quando aveva cinquantasei anni, e aveva già avuto tredici figli, e aveva già scritto Guerra e Pace, e Anna Karenina, e ha scritto: «Se c’è qualcuno che dirige le cose della vita, vorrei rimproverarlo. È troppo difficile e spietata». Ecco, a me sembra che Tolstoj, che era ricco, e famoso, e bravissimo, e che avrebbe dovuto esser contento, non era mai contento, e mi vien da pensare che noi, che siamo meno ricchi, di Tolstoj, e meno famosi, di lui, e infinitamente meno bravi, se volessimo far delle cose sensate probabilmente dovremmo cominciare a essere un po’ più malcontenti, mi vien da pensare, senza spingere però questo malcontento a rinunciare a fare le cose, perché era sempre lui, Tolstoj, che, nel 1884, in un libretto che si chiama Che fare scrive (nella traduzione di Luisa Capo): «Dicono: l’attività dell’uomo è una goccia nel mare. Una goccia nel mare!
    C’è una leggenda indiana su un uomo che lasciò cadere una perla in mare e che, per recuperarla, prese un secchio e cominciò ad attingere l’acqua e a versarla sulla riva. Lavorò così senza sosta e il settimo giorno il genio del mare ebbe paura che l’uomo prosciugasse il mare e gli portò la perla. Se anche quel nostro male sociale che è l’oppressione dell’uomo fosse il mare, anche in questo caso per riavere quella perla che abbiamo perso varrebbe la pena di sacrificare la propria vita a prosciugare il mare di questo male. Il principe di questo mondo si impaurisce e si sottomette più facilmente del genio del mare; ma il male sociale non è il mare, bensì un fetido mondezzaio che siamo noi stessi a riempire con cura delle nostre lordure. Basterebbe solo tornare in sé e comprendere quel che stiamo facendo, cessare di amare le proprie lordure, perché il mare immaginario si disseccasse immediatamente e ci fosse possibile impadronirci di quella perla inestimabile che è la vita umana e fraterna».

    [uscito ieri su Libero]

    Scuola elementare

    Stasera

    venerdì 12 settembre 2014

    E stasera a Modena, prima di leggere la sovrana lettrice, dovrei parlare, brevissimamente, per cinque minuti, della regina Elisabetta e di Giuseppe Saragat, se riesco.