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Pubblici discorsi

27 aprile – Radio Rock

Giovedì 27 aprile,
su Radio Rock,
alle 7 e 15 (circa),
il matto del giorno

Pubblici discorsi

28 aprile – Radio Rock

Venerdì 28 aprile,
su Radio Rock,
alle 7 e 15 (circa),
il matto del giorno

Pubblici discorsi

17 maggio – Milano

Mercoledì 17 maggio,
a Milano,
da Verso,
in Corso di Porta Ticinese, 40,
alle 19,
Strategia della crisi.

Pubblici discorsi

19 maggio – Torino

Venerdì 19 maggio,
a Torino,
al cimitero monumentale,
in corso Novara, 135,
alle 20 e 30,
La donna di picche
di Puškin

Pubblici discorsi

20 maggio – Torino

Sabato 20 maggio,
a Torino,
al salone del libro,
alle 17 e 30,
al caffè letterario,
Repertori dei matti delle città di
Bologna, Milano, Torino,
Roma, Cagliari, Parma,
Andria, Livorno,
Reggio Emilia, Lucera e Capitanata e
Genova, con particolare riferimento
ai repertori dei matti delle città di
Reggio Emilia, Lucera e Capitanata e
Genova.

Pubblici discorsi

27 maggio – Bologna

Sabato 27 maggio,
a Bologna,
in Salaborsa,
in piazza del Nettuno,
dalle 15 alle 18,
terza riunione di
Qualcosa.

Pubblici discorsi

18 giugno – Milano

Domenica 18 giugno,
a Milano,
alle 21 e 45,
dentro Da vicino nessuno è normale
all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini
in Via Ippocrate, 45
Repertori dei matti delle città di Bologna, Milano, Torino, Roma, Cagliari,
Parma, Andria, Livorno, Reggio Emilia, Lucera e capitanata e Genova:
che differenze, che affinità, che differenze? Che insegnamento trarre da questo incontro?

  • Vecchi discorsi

  • Vecchi seminari

    Scuola elementare

    Sulla guerra

    mercoledì 26 aprile 2017

    Šklovskij, Viaggio sentimentale

    È molto difficile scrivere sulla guerra. Di tutto quanto ho letto e giudicato verosimile, posso menzionare solamente le descrizioni di Waterloo di Stendhal e le scene di battaglia di Tolstoj.

    [Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, SE 1991, p. 86]

    Scuola elementare

    Se c’è un riflesso, è condizionato

    mercoledì 26 aprile 2017

    Stamattina ero a Bologna, sul viale davanti alla stazione, fermo al semaforo, e c’erano delle hostess di Alitalia, ferme anche loro, e io le ho guardate e mi sono accorto che, nel mio sguardo, c’era della disapprovazione, e poi subito dopo mi sono chiesto cosa ne sapevo, io, della vertenza Alitalia, e se non mi sembrava di essere telecomandato e mi son vergognato e ho alzato le mani rivolto alle hostess come per dire «Scusatemi».

    Scuola elementare

    Stranissimo

    mercoledì 26 aprile 2017

    Quando ero piccolo mi sembrava stranissimo che la gente che c’era nei film, non tossissero mai, o non starnutissero mai, o non andassero mai in bagno, adesso mi sembrava stranissimo che la gente, nei film, non cercassero mai dentro le borse il caricatore del cellulare.

    Scuola elementare

    Padiglione Hall

    mercoledì 26 aprile 2017

    Quando sono andato a Tempo di libri, la prima fiera del libro di Milano, sabato scorso, un po’ ero curioso un po’ non ne avevo voglia. Non ne avevo voglia perché in questo periodo sto provando a fare girare un romanzo e la cosa che mi interessa, in questo periodo, è fare girare il romanzo e il primo appunto che ho trovato sul mio quaderno, tra quelli che ho scritto sabato, è: «Che due maroni che due maroni che due maroni che due maroni» che rende, mi sembra, lo stato d’animo con cui son partito. Andavo a presentare un libro che si intitola Strategia della crisi, che è appena uscito e che comincia con una frase di un critico russo (Jurij Tynjanov) che, negli anni venti del novecento, scrive: «La prosa russa attraversa un periodo di crisi. (D’altra parte, anche la poesia attraversa un periodo di crisi. In generale, è difficile ricordarsi di un periodo in cui non attraversavano un periodo di crisi)», e che continua dicendo che io, che sono nato nel 1963 a Parma, ho l’impressione che, da quando mi ricordo io, la poesia italiana, la prosa italiana, l’economia italiana, la giustizia italiana, la pubblica istruzione, italiana, la sanità, italiana, la politica, italiana, lo sport, italiano, attraversino, da allora, un periodo di crisi; a me sembra di esser sempre vissuto in un periodo di crisi e delle volte mi chiedo cosa succederebbe se passasse, la crisi, e ho come l’impressione che ne sentirei la mancanza. Quindi il mio umore, mi viene da dire, era adatto al contesto, e poco prima di salire sul treno Freccia rossa che da Bologna mi avrebbe portato a Milano centrale, mentre aspettavo ai piedi dell’entrata che scendessero i passeggeri che dovevano scendere a Bologna, che mi erano sembrati tantissimi, e con delle valigie molto ingombranti, e un’età media intorno ai 75 anni, e mi era venuta in testa l’espressione «La sagra dell’anziano» (non ho niente, contro gli anziani, mi considero anch’io un anziano, o un aspirante, anziano), ecco, quello, devo dire, era stato un momento che mi era venuta in mente una frase che mi viene in mente spesso quando vado da qualche parte: «Non era meglio stare a casa?». Che di solito mi viene in mente quando arrivo, in questo caso mi era venuta in mente prima ancora che partissi una specie di piccolo record, per cominciare. Poi, arrivato a Milano centrale, avevo preso il treno per Rho Fiera, in dieci minuti ero in fiera e la prima cosa che mi aveva colpito era stato il nome del padiglione dove c’era la fiera che si chiamava Padiglione Hall. Che io subito avevo pensato che c’era qualcosa che non tornava perché una cosa o è una Hall o è un padiglione, avevo pensato, invece quello si chiamava proprio il padiglione Hall. Dopo, appena entrato, mi era sembrato di essere alla fiera del libro di Torino, solo con molta meno gente. Avevo cercato il mio editore, l’avevo trovato, mi aveva fatto vedere i due posti dove dovevo andare, lo stand della Rai, dovevo fare un’intervista per radio, e la sala dove dovevo presentare il libro. Lo stand della Rai mi era sembrato uguale allo stand della Rai che c’era a Torino, le sale invece erano diverse, dalle sale di Torino, fin dal nome, qui le sale si chiamavano come i caratteri, Arial, Gothic, Georgia, Garamond, la mia era la Arial.
    Poi avevo fatto l’intervista per radio, esattamente come le interviste che faccio a Torino, che quando mi avevano chiesto «Strategia della crisi, ma in che senso strategia?», a me era sembrata una domanda difficile, e quando mi avevano fatto presente che il libro l’avevo scritto io, io avevo pensato «Eh, ma è stato tanto tempo fa».
    Dopo, finita questa cosa, dovevo ritrovare la sala Arial, non sapevo più dov’era, avevo preso in mano il telefono, stavo per aprire Google maps e digitare «Sala Arial», mi ero fermato, avevo guardato per aria, era scritto per aria, con una freccia, esattamente come a Torino. Prima della presentazione avevo preso un caffè, al bar, nessuna fila, e era una cosa un po’ stupefacente: erano le 18 e 04 di sabato, al bar della fiera del libro di Torino ci sarebbe stata una fila lunghissima, al bar della fiera del libro di Milano non c’era nessuna fila. L’avevo fatto notare al mio editore che mi aveva detto che anche in bagno, a Torino c’eran delle file di un’ora, qui niente fila, i bagni vuoti. Che erano delle cose, a Torino, prendere un caffè, fare la pipì, erano cose che erano molto più difficili ma c’era più soddisfazione e alla fine, questa fiera del libro di Milano, forse era troppo facile, a parte la domanda sulla strategia della crisi, era come se non avessi fatto nessuna fatica, a venire alla fiera di Milano, e invece a me piace quando faccio fatica e Torino mi piace di più, non parliamo poi di Lucca, Lucca comics è il massimo, della soddisfazione, fare la pipì, a Lucca comics, è una delle esperienze più belle dell’anno «Forse dovrei mettermi a disegnar dei fumetti», avevo pensato intanto che tornavo a casa dalla prima fiera del libro di Milano, Tempo di libri.

    [Uscito ieri sulla Verità]

    Scuola elementare

    Nino Pedretti

    martedì 25 aprile 2017

    nino

    I partigiani

    Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.

    [Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, pp. 17-18, la poesia si intitola I partigièn]

    Scuola elementare

    Degli autobus che mi commuovono

    lunedì 24 aprile 2017

    1. Anche da lontano

    Una mattina di febbraio del 2017, alle 7, quando sono montato sull’autobus, a Casalecchio Villa Chiara, i pochi posti liberi non ci si poteva sedere perché eran bagnati, ci pioveva dentro, e a me era venuto in mente il filobus numero 10, a San Pietroburgo, che avevo preso una mattina, verso le 8, nel ’95, sulla prospettiva Grande dell’Isola Vasilevskij, che pioveva, e ero entrato sul filobus, era pieno dappertutto tranne un tondo di un metro di diametro che era vuoto perché in alto, sul soffitto, c’era un buco. Allora cosa avevano fatto, i russi? Avevano fatto buco anche sotto, sul pavimento. E l’acqua passava, e il filobus andava. E questa, per me, era la Russia, e mi sembrava bellissima, e l’autobus numero 20, una mattina di febbraio del 2017, da Casalecchio Villa Chiara a Bologna Funivia, uguale, più o meno, con la gente che avevan delle facce così tristi che sembrava dicessero, tutti, «Anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, anche da lontano, si vede, che non mi vuoi più bene».

    2. Il cavallo

    Quando ero piccolo, che avevo ventisei anni, noi, in famiglia, io ho due fratelli, e un babbo e una mamma, e noi cinque, quando avevo ventisei anni, nell’ottantanove, avevam cinque macchine, intese come automobili, e io, all’epoca, usare la macchina mi sembrava una cosa normale come nell’ottocento dev’essere stato normale usare il cavallo, io ci andavo anche al bar, in macchina, nell’ottantanove.
    Non avevo ancora letto un saggio di Brodskij che diceva che, i monumenti, c’erano molti monumenti di gente a cavallo, pochissimi monumenti di gente in macchina, Brodskij abitava in un posto che io, allora, nell’ottantanove non c’ero mai stato ci sarei andato per la prima volta due anni dopo, nel novantuno, e la cosa avrebbe cambiato completamente la relazione mia con le macchine, con treni e con gli autobus, non con i cavalli che io, i cavalli, si potrebbe dire che non so neanche dove stanno di casa, i cavalli.

    3. Consumata

    Io adesso la macchina non ce l’ho più, dal novantanove, e prendo, più o meno, a farci il conto, duecentocinquanta treni all’anno, e non saprei dir quanti autobus, e devo dire che prendere gli autobus, non è bellissimo, prendere gli autobus, la qualità della vita, su un autobus, lo spazio respirabile, se così si può dire, non è una gran qualità e non è un grande spazio, e si vedon delle scene imbarazzanti, sugli autobus, una signora, a Milano, una volta, su un tram, «Lasciamo che si siedano i giovani», diceva, con una cattiveria che se avesse potuto li avrebbe fulminati, quei giovani lì che si eran seduti, non è bellissimo ma a me piace molto, prendere gli autobus, non so perché. Una volta Giorgio Manganelli, in un saggio che si intitola Piacenza non è Singapore, e che comincia dicendo: «D’accordo, Piacenza non è Singapore; le differenze sono molte e non trascurabili», in quel saggio lì Manganelli scrive che lui ha conosciuto veramente Piacenza quando ci è andato a mangiare, che una città in cui non hai mangiato è una città «rata e non consumata»; ecco, io, devo dire, quando vado in un posto, se riesco, faccio un giro su un autobus, perché sugli autobus, mi sembra, è come se si sentisse l’odore, di quella città, è come se la si consumasse, se così si può dire.

    4. Un autobus

    Io, anche se dal 1999 abito a Bologna, sono di Parma, e quando ero piccolo, a Parma, che avevo quattordici anni, abitavo in periferia, e andavo a scuola con l’autobus numero otto, e l’autobus numero otto, nella mia giovinezza, che è stato un periodo un po’ turbolento, per me, e dove io non mi trovavo bene quasi da nessuna parte, be’, l’autobus numero otto era uno dei posti dove mi trovavo meglio e una volta, qualche anno fa, nel 2012, ero tornato a Parma per vedere uno spettacolo teatrale, a un certo punto, su un ponte, mi sono visto venire incontro l’autobus numero otto e mi sono accorto che aveva lo stesso colore di quando lo prendevo io che ero piccolo e mi sono commosso e subito dopo mi sono chiesto «Ma cosa fai, ti commuovi per un autobus?».
    E poi mi sono risposto «Sì, mi commuovo per un autobus».

    5. Gli autobus, i treni, e i pensieri

    Poi, il giorno dopo, al mattino, dopo che ero andato a vedere lo spettacolo teatrale, e che mi ero fermato a dormire da mio fratello, e che avevo preso un autobus ero tornato in stazione per prendere il mio treno che mi avrebbe riportato a Bologna, io mi ricordo che mi era successa una cosa che aveva risolto un problema che avevo fin da quando ero piccolo, che io fin da quando ero piccolo ero un po’ tormentato da una questione che, c’entra forse un po’ anche la mia educazione cattolica, io mi chiedevo continuamente se io ero buono o non ero buono e lì, in quel giorno del 2012, nella stazione di Parma, intanto che tiravo fuori dal portafoglio il mio biglietto del treno per convalidarlo, io mi ricordo che avevo pensato, d’un tratto, che io non ero buono perché ero buono, ero buono se, ero buono.

    6. Quel che facevo

    E questa cosa, mi viene in mente adesso, questo pensiero forse stupido ma per me rivoluzionario, che non era importante quello che ero, ma quel che facevo, che tutto quel che facevo tutti i giorni era quello, che determinava quello che ero, e che, se era così, diventava importante tutto quel che facevo tutti i giorni fin dal mattino presto quando caricavo la caffettiera e la stringevo, con le mie mani, quel pensiero lì, secondo me, a me è venuto in mente quel giorno perché ero appena sceso da un autobus e stavo per montare su un treno che io credo che, il movimento in generale, e in particolare il movimento dei mezzi pubblici, metta in moto i pensieri e questa cosa non vale solo con i mezzi pubblici emiliani che son mezzi pubblici, per me, famigliari, vale anche per i mezzi pubblici russi, per esempio, che son mezzi pubblici esotici.

    7. Gli zar

    Una volta, qualche anno fa, sarà stato il duemilaedieci, su un treno interregionale da Bologna a Parma che era partito da Bologna alle 18 e 24, in orario da pendolari, io ero in piedi nel corridoio, era settembre, la gente che va a lavorare era appena tornata dalle vacanze e c’era un signore, seduto, che parlava con il suo dirimpettaio e gli diceva che in vacanza era stato in Russia, a Mosca, e che era stato in metropolitana e che era bellissima, la metropolitana di Mosca, e poi si vede aveva visto la faccia del suo dirimpettaio che era un po’ stupito e aveva aggiunto, in fretta, «Ma l’han fatta gli zar, eh».
    E a me era venuta voglia di dirgli che la metropolitana, a Mosca, si chiama Lenin, e la prima linea l’hanno aperta nel 1935 e non l’han fatta gli zar, l’han fatta i comunisti e che, anche se adesso andava di moda parlarne male, dell’Unione Sovietica io l’avevo vista che era ancora Unione Sovietica era un posto bellissimo, secondo me, avrei voluto dirgli, a quel signore che era stato in vacanza in Russia, poi non gliel’avevo detto.

    8. Romanzo teatrale

    E se penso alla metropolitana Lenin, mi viene in mente un momento preciso del’91 quando l’ho vista davvero.
    Era la prima volta che ero in Russia, eran due anni che studiavo russo, e su un vagone della metropolitana Lenin stavo leggendo il primo libro che leggevo tutto in russo, e ero così contento che finalmente, leggendo in russo, non cercavo solo di decifrare frase dopo frase ma avevo voglia di vedere come sarebbe andata a finire, e mi ricordo, ancora adesso, ventisei anni dopo, perfettamente, la vernice marrone della metropolitana di Mosca e la direzione del moto, tornavo dal centro, nel momento in cui avevo alzato la testa perché mi ero accorto, stavo leggendo da un libro che ho ancora, Romany, che significa Romanzi, di Michail Bulgakov, edizioni Sovremennik 1988, che contiene La guardia bianca, Romanzo teatrale e Il maestro Magherita, e io avevo alzato la testa, nel mio vagone verde e marrone della metropolitana Lenin di Mosca, nel momento in cui mi ero accorto che il primo romanzo in russo che aveva prodotto nella mia testa la voglia di vedere come andava a finire, Romanzo teatrale, era un romanzo incompiuto.
    «Che coglione, che sono», avevo pensato.
    E guardando le altre persone che erano nel mio stesso scompartimento verde e marrone della metropolitana Lenin di Mosca, mi era sembrato che mi guardassero tutti pensando «Che coglione, che sei».

    9. Quello che faccio io di mestiere

    Io, di mestiere, quando me lo chiedono, dico che scrivo dei libri, non dico che faccio lo scrittore perché mi sembrerebbe di darmi dell’importanza; la frase «Faccio lo scrittore» a me, non so perché, sembra una frase sfacciata, mentre la frase «Scrivo dei libri» mi sembra vera, se non altro.
    Adesso, mentre sto scrivendo questo articolo, un mio conoscente mi ha chiesto con un messaggio sul telefono la mail di un funzionario dell’Einaudi, e io la sono andata a cercare sulla mia casella di posta elettronica, e ho trovato che l’ultimo messaggio che ci siamo scambiati, con quel funzionario dell’Einaudi, risale al novembre del 2013, quando quel funzionario mi chiedeva un testo per festeggiare gli ottant’anni della casa editrice e io gli rispondevo con il testo seguente:

    10. 29 libri

    «Credo di aver pubblicato, da quando ho cominciato a pubblicare, nel 1999, 29 libri, e la casa editrice con la quale ne ho pubblicati di più (7) è l’Einaudi, anche se a me non sembra. Non mi sembra perché l’idea di quei libri lì così bianchi, così lontani, così algidi, così einaudiani, non si concilia, nella mia testa, con la mia pratica di scrittura che è così sporca, così vicina, così febbrile, così poco elegante, forse. Io, l’ho già raccontato un’altra volta, e forse anche due, questa cosa – scrivevo nel 2013 – ma quando avevo appena firmato il primo contratto con l’Einaudi, nel ‘99, io mi ricordo un pomeriggio, lavavo i piatti, ho alzato la testa ho pensato “Guardalo qua, uno che sta per pubblicare per Einaudi, guardalo qua che lava i piatti. Che umiltà” ho pensato. E poi mi ricordo ho pensato “Ma sei deficiente?”. E dopo poi niente».
    Ecco.

    11. Di cosa parlano, questi romanzi?

    Quando una persona che non mi conosce mi chiede che mestiere faccio, e io gli rispondo che scrivo dei libri, e lui di solito mi chiede che tipo di libri, e io gli rispondo romanzi, e lui di solito mi chiede che tipo di romanzi, e io allora non so mai cosa dirgli potrei dirgli che sono romanzi che prevalentemente, trattano della mia coglionaggine, se così si può dire. Continua a leggere »

    Scuola elementare

    Be’

    lunedì 24 aprile 2017

    Adesso poi la smetto, ma, a proposito di crisi, forse ha senso raccontare una cosa che dicono sia successa quando uno scienziato americano, che aveva lavorato ai voli nello spazio americani, ha incontrato un suo collega sovietico che aveva lavorato ai voli nello spazio sovietici e sembra gli abbia detto: «Ascolta, noi, alla Nasa, abbiamo speso diciotto milioni di dollari per creare delle penne speciali che potessero funzionare anche in assenza di gravità.
    E voi come avete fatto?», aveva chiesto lo scienziato americano a quello sovietico.
    «Be’, – aveva risposto quello sovietico, – noi abbiamo usato le matite».

    Scuola elementare

    Non so come si dice

    domenica 23 aprile 2017

    Dopo, ieri, ero dentro alla fiera del libro di Milano, o di Rho, non so come si dice, dovevo trovare la sala Arial, dove dovevo presentare un libro, non sapevo dov’era, ho preso in mano il telefono, stavo per aprire Google maps e digitare Sala Arial.
    Poi mi son fermato, Non so se c’è, ho pensato, ho guardato per aria, era scritto per aria, con una freccia, come a Torino.

    Scuola elementare

    Il meglio della fantascienza sovietica

    domenica 23 aprile 2017

    I primi scrittori a cui penso quando penso a Arkadij e Boris Strugackij, gli autori di Un miliardo di anni prima della fine del mondo, che, tradotto da me, è appena uscito per Marcos y Marcos, sono Il’f e Petrov e Fruttero & Lucentini.
    Il’ja Il’f e Evgenij Petrov, autori di due straordinari romanzi del primo novecento russo, Le dodici sedie e Il vitello d’oro, perché, come Arkadij e Boris Strugackij, scrivevano insieme, e a chi chiedeva loro: «Ma come fate a scrivere insieme?», rispondevano: «È facile, facciamo come facevano i fratelli Goncourt»; Carlo Fruttero e Franco Lucentini perché, quando mi vien da pensare che i libri che mi piacciono sono quasi sempre dei libri che vendono poco, e ogni tanto lo penso, e che i libri che si trovano in cima alle classifiche sono quasi sempre dei libri che a me non piacciono, e ogni tanto lo penso, mi vengono in mente La donna della domenica e A che punto è la notte, di Fruttero & Lucentini, che sono due libri che sono stati in testa alle classifiche e sono scritti con una cura, con una perizia, che rileggerli è forse ancora più bello di quanto è stato bello leggerli.
    Lo stesso discorso, per quel che mi riguarda, vale per Arkadij e Boris Strugackij e per il loro Picnic sul ciglio della strada, il romanzo al quale si è ispirato il regista Andrej Tarkovskij per il suo straordinario Stalker, e per questo Un miliardo di anni prima della fine del mondo, che ha mosso il regista Aleksandr Sokurov a realizzare Dni zatmenja (I giorni dell’eclisse), film che, nel 2000, è stato inserito, dall’associazione dei critici russi, tra i cento migliori film russi di sempre.
    Arkadij e Boris Strugackij, nati rispettivamente nel 1925 e nel 1933, sono i principali rappresentanti di un genere letterario che non dovrebbe avere, oggi, molti estimatori, in Italia: la fantascienza sovietica. Se consigliassi a qualcuno di leggere Un miliardo di anni prima della fine del mondo perché è un ottimo esempio della qualità della fantascienza sovietica, non credo che farei un gran servizio al libro. Non voglio dire che la fantascienza sovietica non abbia dato risultati notevoli (anche a me, che non sono un grande lettore di fantascienza, vengono in mente il terribile Noi di Evgenij Zamjatin e l’incantevole Storia di capodanno, di Vladimir Dudincev, per esempio), voglio solo dire che una fascetta: «Il meglio della fantascienza sovietica» non credo sarebbe una fascetta che convincerebbe molti lettori a prendere in mano questo romanzo.
    Ma il fatto è che questo Miliardo di anni prima della fine del mondo, così come il precedente Picnic sul ciglio della strada, è un romanzo di fantascienza che non sembra un romanzo di fantascienza, e che può essere letto con passione anche da chi, come me, non ha nessuna competenza scientifica particolare.
    Il romanzo, scritto tra il 1973 e il 1974, è ambientato in un condominio della periferia di Leningrado, l’attuale San Pietroburgo, un condominio probabilmente simile al condominio in cui ha vissuto Boris Strugackij fino alla sua morte, nel 2012 (Arkadij è morto nel 1991), poco distante da quella che, nel 2014, è stata chiamata Piazza fratelli Strugackij, all’incrocio tra il Moskovskij prospekt e ulica Frunze.
    Dentro questo condominio che uno si immagina come un condominio sovietico degli anni settanta, con delle cose che ormai non ci dovrebbero essere più nemmeno là in Russia, come, sul pianerottolo, la condotta di scarico delle immondizie, succedono delle cose fantascientifiche, cioè cose che uno si immagina succederanno in futuro ma che, allo stesso tempo, appartengono al vissuto di tutti noi, come il fatto che, quando stai per fare una cosa a cui tieni molto, cominciano a succedere delle cose che sembra che qualcuno voglia impedirti di farla.
    Arkadij e Boris Strugackij, in Un miliardo di anni prima della fine del mondo, dicono che è vero, c’è qualcuno che vuole impedirci di fare le cose a cui teniamo molto, e per rispetto di chi vuol leggere il libro non dirò qui chi è ma lo so, perché nel libro c’è scritto e, vi avviso, saperlo non fa molto piacere.
    Fa talmente poco piacere che l’editore sovietico che aveva commissionato il romanzo, e che aveva pagato un anticipo adeguato alle vendite degli Strugackij, che vendevano molto, aveva poi chiesto agli autori di spostare l’ambientazione, «magari negli Stati Uniti», e quando loro avevano rifiutato aveva rinunciato sia all’anticipo che al romanzo (che era poi uscito qualche mese dopo, a puntate, su una rivista con un nome che mi sembra bellissimo: “Znanie – sila” Conoscenza-forza).
    Io, devo dire, un po’ capisco quei censori sovietici, perché questo romanzo degli Strugackij è un libro con dentro delle cose che un po’ fanno pensare un po’ fanno stare male, come questa frase: «Voi siete talmente soli che non avete nemmeno nemici». Condizione terribile, e nostra, mi viene da dire.

    [Uscito ieri su Tuttolibri]

    Scuola elementare

    La crisi

    sabato 22 aprile 2017

    Oggi, a Milano, presento per la prima volta Strategia della crisi, che, per me, la prima volta che presento un libro, non so mai cosa dire, che bisognerebbe forse parlare della sostanza, mi dico, solo che io dubito, che abbiano una sostanza, i libri: ogni volta che penso alla sostanza dei libri mi viene in mente Nabokov quando gli avevan chiesto qual era il messaggio, del libro che aveva appena pubblicato e lui sembra che abbia risposto «Un messaggio? Non son mica un postino, per mandar dei messaggi», e secondo me, adesso, io, nel mio piccolo, a me piacerebbe, essere un postino, solo che non sono, un postino, allora magari, lasciamo perdere la sostanza, leggo le divagazioni, magari, del libro, oggi, se riesco, vediamo.