Pubblici discorsi

16 ottobre – Bologna

Martedì 16 ottobre,
a Bologna,
alla libreria Coop Ambasciatori,
in via degli Orefici, 19,
alle 18,
La grande Russia portatile

Pubblici discorsi

20 ottobre – Bologna

Sabato 20 ottobre,
a Bologna,
in Salaborsa,
in piazza del Nettuno,
dalle 15 alle 17,
nella sala incontri del primo piano,
c’è la riunione dei soci di To soréla entertainment
e la riunione di Qualcosa,
per lavorare al numero 7;
dalle 17 e 30 alle 18 e 30,
nell’auditorium Enzo Biagi,
al piano sotterraneo
della stessa Salaborsa,
sempre sabato 20 ottobre,
presentazione del numero 3
di Qualcosa.
La cittadinanza è invitata
e anche gli altri.

Pubblici discorsi

9 novembre – Parma

Venerdì 9 novembre,
alle 18 e 30,
a Parma,
in Piazza Ghiaia 41/A,
alla libreria Mondadori,
La grande Russia portatile.

Pubblici discorsi

15 novembre – Milano

Giovedì 15 novembre,
a Milano,
alle 19:00,
alla libreria Verso,
in corso di Porta Ticinese 40,
La grane Russia portatile.

Pubblici discorsi

22 novembre – Bologna

Giovedì 22 novembre,
a Bologna,
all’Ateliersi,
in via San Vitale 69,
alle 21,
La grande Russia portatile
(ingresso 5 euro con un bicchiere di vino
o un analcolico)

Pubblici discorsi

17 gennaio – Milano

Giovedì 17 gennaio,
a Milano,
alla libreria Verso,
in corso di Porta Ticinese, 40
alle 19,
presentiamo
il numero 3 di
Qualcosa

  • Vecchi discorsi

  • Vecchi seminari

    Scuola elementare

    I morti

    martedì 16 ottobre 2018

    Quel che sanno i morti, e non dicono niente, sanno tutto,
    anche quando sei in casa, da solo, la notte,
    porte, finestre chiuse, loro sono lì,
    che sei andato a letto, è tardi, hai spento la luce,
    sei sveglio, al buio, ti vengono di quei pensieri,
    che non si possono dire, loro sono sempre lì, ti leggono dentro,
    ma sono buoni, fanno finta di non esserci.

    [Raffaello Baldini, Piccola antologia in lingua italiana, Macerata, Quodlibet 2018, p. 51]

    Scuola elementare

    Qualcosa non va

    lunedì 15 ottobre 2018

    Io, quando mi sembra che ci sia qualcosa che non va, mi sembra che sia normale; quando mi sembra che vada tutto bene, mi sembra che ci sia qualcosa che non va.
    È sempre poi quella storia del filo da torcere, che quando lo trovi lo torci e quando l’hai torto lo cerchi.
    Venticinque anni, che va avanti quella storia lì, uno dovrebbe annoiarsi, invece.

    Scuola elementare

    Da lontano

    lunedì 15 ottobre 2018

    Gli amori che durano assai
    senza eccessivi costi
    e senza troppi guai
    sono quelli non corrisposti.

    [Giancarlo Tramutoli, Drink, Potenza, Calebasse 2018, p. 62]

    Scuola elementare

    La vita di uno

    lunedì 15 ottobre 2018

    Ieri, a Castel Maggiore, ho letto dai repertori dei matti delle città di Bologna, Milano, Torino, Roma, Cagliari, Parma, Livorno, Andria, Reggio Emilia, Genova, Lucera, Padova e Prato e, tra gli altri, ho letto questo matto qui (dal Repertorio dei matti della città di Cagliari): «Uno era quello che pisciava nella lettiera del gatto per dimostrargli che era lui il capobranco» che è uno che io, mi piacerebbe conoscerlo e saperne un po’ di più, della sua vita.

    Scuola elementare

    La cosa più noiosa

    domenica 14 ottobre 2018

    Nulla è più noioso o più ingiusto nei confronti dell’autore dell’incominciare a leggere, diciamo, Madame Bovary partendo dall’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia.

    [Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura, traduzione di Franca Pece, Milano, Adelphi 2018, p. 37 ]

    Scuola elementare

    Restare qui

    sabato 13 ottobre 2018

    Il MAMbo, il museo d’arte moderna di Bologna, è stato inaugurato nel 2007 ed è ospitato in un palazzo che è stato costruito nel 1915 dal dottor Francesco Zanardi, primo sindaco socialista di Bologna, che aveva dichiarato di voler operare, come sindaco, «a favore della povera gente», e aveva fatto aprire dei negozi, che venivano chiamati negozi Zanardi, che vendevano a buon mercato dei prodotti di largo consumo; aveva fatto costruire l’edificio che oggi ospita il MAMbo per farne un forno del pane, gestito direttamente dal comune, che fosse in grado di cuocere il pane per tutta la città, e dicono avesse comperato due piroscafi, uno che andasse in America a prendere il grano, uno in Inghilterra a comprare il carbone, e era diventato, Zanardi, per i bolognesi, “il sindaco del pane”.
    Per me, Bologna, una delle cose incantevoli, di questa città, è che è una città civile, dove, negli anni cinquanta, con il sindaco Dozza, gli autobus, negli orari di apertura e di chiusura delle fabbriche erano gratis, che è una cosa che io trovo commovente, come se fosse possibile fare le cose come si deve e c’è un pittore, del quale al MAMbo si trova un lungo quadro che si chiama il Teorema di Pitagora, Pinot Gallizio, che è l’ideatore di un tipo di pittura che ricorda questa vocazione popolare della città di Bologna, la pittura industriale, che Gallizio vendeva al metro.
    Uno dei quadri più celebri, tra quelli ospitati dal MAMbo è i Funerali di Togliatti, di Renato Guttuso, che Guttuso ha voluto esplicitamente, nel 1974, fosse esposto a Bologna.
    Dal 2012 l’ex Forno del pane ospita anche il Museo Morandi, con i paesaggi e le bottiglie che l’han reso celebre, e le sue incisioni fatte tutte di righe, son solo righe, e con delle piccolissime righe Morandi è capace di fare tanta di quella roba che a me, a guardarle, mi vien voglia di mettermi a disegnar delle righe.
    A me è successo più di una volta, trovandomi a Parigi o a Mosca, di visitare mostre di Morandi e nel 2002, quando ho conosciuto un pittore russo vivente che a me sembra un maestro, Vladimir Šinkarëv, son rimasto stupefatto quando, nel suo studio, sul suo tavolo di lavoro, ho visto un catalogo di Giorgio Morandi. Mi sembrava di trovare, al sesto piano di un edificio della quindicesima linea dell’Isola Vasilevskij di San Pietroburgo, un pezzo di casa mia.
    Il carattere internazionale della pittura di Morandi mi sembra tanto più strano, e più bello, considerando che lui rarissimamente si muoveva da Bologna: a parte Grizzana, sull’Appennino (dove si ea fatto costruire una casa, nel 1960, perché davanti alle finestre dell’appartamento dove era in affitto, in via Fondazza, avevano costruito un palazzo e la luce non era più quella che piaceva lui), era stato varie volte a Firenze, una volta a Venezia, e una volta in Svizzera, e sembra che quando qualcuno gli diceva «Giorgio, ma perché non fai un bel viaggio che ti distrai, sempre queste bottiglie?» lui incrociasse le braccia e rispondesse «No, io resto qui». 

    [Dalla guida verde di Bologna del Touring Club Italiano]

    Scuola elementare

    Un autoritratto

    sabato 13 ottobre 2018

    Le persone, in genere, amano parlare di sé, e io rimango turbato quando qualcuno mi dice cose che a mio avviso avrebbe fatto meglio a tenere per sé. Preferisco indovinarli, i segreti dei loro cuori. Non sono in grado di prendere la gente per come si mostra e non sono facilmente impressionabile. Non sono capace di venerazione. Sono più incline a ridere degli altri, che a rispettarli.

    [W. Somerset Maugham, Alcuni romanzieri che ho conosciuto, in Lo spirito errabondo, traduzione di Gianni Pannofino, Milano, Adelphi 2018, pp. 218]

    Scuola elementare

    Gli anni ottanta

    sabato 13 ottobre 2018

    Era il periodo che l’Italia sembrava funzionasse, un paese pragmatico, che si era scoperto pieno di stilisti. È nato allora il made in Italy, che c’era sempre stato, tutto quello che si faceva in Italia era made in Italy, solo che mio babbo, per esempio, che costruiva delle case, le faceva senza sapere che erano case made in Italy. Ecco, negli anni ottanta, erano diventate made in Italy, cosa che in verità cambiava poco perché le case non sono un genere molto adatto all’esportazione, e il concetto di made in Italy era un concetto che aveva senso soprattutto fuori, dall’Italia; io, per esempio, che son nato nel 1963, i primi anni della mia vita ho avuto a che fare con cose prevalentemente made in Italy, abitavo in una casa made in Italy, andavo a scuola su degli autobus made in Italy, pranzavo con delle lasagne made in Italy, facevo merenda con del salame made in Italy, ma non avevo mai pensato che ero fortunato, a essere circondato da tutto questo made in Italy, era tutto made in Italy, era come se niente lo fosse.
    Dopo sono arrivati gli anni ottanta, arrivederci.

    Scuola elementare

    Da soli

    sabato 13 ottobre 2018

    A pensarci, i film che mi sono piaciuti di più, tra tutti i film che ho visto nella mia vita, sono film che ho visto da solo: il primo che sono andato a vedere da solo al cinema, Fanny e Alexander, di Ingmar Bergman, Come in uno specchio, sempre di Bergman, Crimini e misfatti, di Woody Allen, che ho visto due volte di seguito, alla fine della proiezione son rimasto seduto e l’ho rivisto, allora si poteva, Vogliamo vivere, di Ernst Lubitsch, Stalker, di Andrej Tarkovskij, Brazil, di Terry Gilliam.
    E il viaggio più bello della mia via, è un viaggio che ho fatto da solo, da Basilicanova, paese che si trova dieci chilometri a sud di Parma, a San Pietroburgo, la finestra russa sull’Europa, sul mar Baltico, 2.734 chilometri più a nord, dice Google maps, ma io allora, non so perché, son voluto passare da Mosca ne ho fatto 4.000, di chilometri, e secondo me ho fatto bene perché è stato un viaggio bellissimo, fatto da solo, così come da solo ho visto una delle partite che mi è piaciuta di più tra tutte le partite che ho visto nella mia vita, a casa di una mia amica, io non avevo la televisione, a lei non interessava il calcio, mi ha lasciato la casa lei è andata a fare un giro.
    Era il 29 giugno del 2000, c’erano gli europei in Olanda, si giocava la semifinale, Olanda Italia, squadre che avevano vinto, tutte e due, tutte e quattro le partite che avevano giocato fino ad allora; si preannunciava una bella partita e io non avrei mai immaginato che sarebbe finita zero a zero e non avrei mai immaginato che mi sarebbe piaciuta tanto perché a me non piacevano, di solito, gli zero a zero, e credevo che Gianni Brera, il celeberrimo giornalista sportivo, quando diceva che la partita ideale è quella che finisce zero a zero lo dicesse per provocare, un’iperbole, un’esagerazione.
    Invece quella partita, che l’Italia ha giocato in dieci per un’ora e mezza compresi i supplementari, (al trentesimo del primo tempo era stato espulso Zambrotta), nella quale l’Olanda ha preso due pali e ha tirato due rigori, uno il portiere dell’Italia, Francesco Toldo, l’ha parato, l’altro, il centravanti dell’Olanda, Patrik Kluivert, l’ha tirato conto il palo, è stata una partita bellissima. Uno zero a zero. Uno zero a zero però, tutt’altro che noioso: ogni volta che l’Olanda attaccava, e attaccavano sempre, sembrava sempre che stessero per segnare, e ogni volta che un difensore italiano, Nesta, o Cannavaro, o Maldini (anche Juliano, ma meno) ribatteva il pallone, anche alla viva il parroco, come si dice, uno che faceva il tifo per l’Italia, o uno spettatore neutrale, che, per forza, faceva anche lui il tifo per l’Italia, erano in dieci, e si erano messi dietro a difendersi contro gli olandesi che erano in undici, e giocavano in casa e gli avevano dato anche due rigori, non uno, due, ogni volta che un italiano riusciva a ribattere, o che un olandese sbagliava a tirare, era così un sollievo.
    Sembrava l’apoteosi del calcio all’italiana, inventato qualche decennio prima, a Padova, da un signore di Trieste che si chiamava Nereo Rocco, e al quale io, nel 2000, mi ero permesso di paragonarmi, in un pezzetto che copio qua sotto e per scrivere il quale avevo letto il libro di Gigi Garanzini Nereo Rocco. La leggenda del paron la cui lettura mi permetto di consigliare:
    «Io mi rendo conto che io come persona io non son mica adatto, al mondo sofisticato della letteratura. Io come persona mi sembra di essere, rispetto al mondo della letteratura, quello che era rispetto al mondo del football Nereo Rocco del Padova. Non come Nereo Rocco, che Nereo Rocco con il suo Padova ha scritto delle pagine indimenticabili, nel mondo del football, non in quel senso nel senso dei risultati, nel senso dello stile.
    Nereo Rocco in origine era un bambino di Trieste che era figlio di un macellaio. Suo babbo, di Nereo Rocco, aveva fatto tanti di quei soldi con la macelleria che voleva che il figlio assumesse dei modi signorili, adatti al tenore sociale che la famiglia Rocco aveva acquisito grazie ai proventi delle vendite di carni equine bovine ovine suine. Gli aveva imposto di prendere lezioni di piano, a Nereo, e sognava per lui un futuro da concertista. Solo Nereo, nonostante le velleità di suo babbo, aveva fisicamente proprio la conformazione del macellaio, con delle dita che sembravano dei culatelli non riusciva a schiacciare un tasto alla volta, ne prendeva due o tre. Poi a lui gli piaceva giocare a pallone a dispetto della volontà paterna, come si dice, si diede al football.
    Il football, prima della comparsa di Rocco, era uno sport per gentiluomini tutti impettiti vestiti di bianco molto rigidi nei movimenti molto eleganti molto sportivi. Dopo è arrivato Nereo Rocco. Nereo Rocco, con il suo Padova, lui ha inventato il catenaccio, undici in difesa e via di contropiede. Era una squadra che li chiamavano i manzi, una squadra che giocarci contro ti veniva una rabbia, raccontano quelli che son capitati a Padova in quegli anni lì. Raccontano anche che ai suoi difensori lui gli diceva, Nereo, Tutto quello che si muove sull’erba, colpitelo. Se poi è il pallone, diceva, pazienza».
    Ecco, quella partita, l’Italia aveva giocato così, dieci in difesa e via di contropiede, e gli unici tre tiri che aveva fatto nei 120 minuti (compresi i 30 dei supplementari) li aveva fatti il centravanti, Del Vecchio, come esito di tre contropiedi l’ultimo dei quali era stato l’unico minimamente pericoloso. Si era andati ai rigori, e l’Olanda, che ne aveva sbagliati due nei 90 minuti regolamentari, ne aveva sbagliati altri tre, due dei quali parati da Toldo, che, in quella partita, era sembrato il miglior portiere del mondo, e l’Italia, sui quattro che aveva tirato, ne aveva fatti tre, uno l’aveva fatto Totti in un modo stranissimo, col cucchiaio, a imitazione di Antonin Panenka, il calciatore ceco che, per primo, ha tirato un rigore così, il 20 giugno del 1976, allo stadio della Stella Rossa di Belgrado, nella finale degli europei di quell’anno (arbitro l’italiano Sergio Gonella), una bella partita anche quella, con la Cecoslovacchia che vinceva 2 a 0, la Germania che ha segnato il 2 a 1 nel primo tempo e ha pareggiato a un minuto dalla fine del secondo tempo, si era andati ai rigori, li avevano segnati i primi 4 cecoslovacchi e i primi tre tedeschi, poi il quarto tedesco, Hoeneß, lo aveva sbagliato, era andato a tirare Panenka.
    Panenka aveva tirato un pallonetto centrale, debole, apparentemente innocuo in realtà imparabile, perché il portiere tedesco, Sepp Maier, immaginando un tiro angolato, si era buttato alla propria sinistra, e, per qualche secondo, non aveva idea di cosa stesse succedendo, e stava succedendo che la Germania perdeva la finale dei campionati europei del 1976. Cosa che sarebbe poi successa, nel 2000, anche all’Italia, contro la Francia, a Rotterdam, il 2 luglio del 2000, ma quella è stata una partita che non è stata particolarmente bella, bisogna dire.

    [uscito ieri sulla Verità]

    Scuola elementare

    Il monopattino

    venerdì 12 ottobre 2018

    Eravamo al parco, con la Battaglia, mi aveva dato lezioni di pattinaggio, i pattini in linea, credo si chiamino, difficilissimo, secondo me, ma sto migliorando, credo, avevamo finito, mi stavo togliendo i pattini c’eravamo io, la Battaglia, e tre bambini, un maschio e due femmine, con un monopattino.
    D’un tratto, una di queste bambine, si chiamava Camilla, coi capelli neri, lunghi, e una camicia bianca, che era un po’ che guardava in lontananza, è scoppiata a piangere.
    Ci siamo tutti guardati, quelli che eravamo lì, e intanto Camilla diceva «Mamma, mamma», e piangeva.
    Il bambino, le si è avvicinato da dietro, le ha toccato una spalla le ha detto «Ascolta, Camilla, intanto che piangi lo posso usare io, il monopattino?».
    Camilla, ha smesso di piangere, si è voltata, l’ha guardato «Sì», gli ha detto, poi si è voltata ancora ha ricominciato a guardare in lontananza è scoppiata ancora a piangere e ha detto: «Mamma, mamma».
    E il bambino, si è voltato anche lui, ha preso il monopattino si è messo a girare in monopattino.