17 giugno – Bologna
Lunedì 17 giugno,
a Bologna,
alla libreria Modo Infoshop,
in via Mascarella 24/b,
alle 19,
diciannovesima parte (di diciannove)
della lettura integrale di
Oblomov,
di Ivan Gončarov


Lunedì 17 giugno,
a Bologna,
alla libreria Modo Infoshop,
in via Mascarella 24/b,
alle 19,
diciannovesima parte (di diciannove)
della lettura integrale di
Oblomov,
di Ivan Gončarov

Venerdì 21 giugno,
alla libreria Modo infoshop
in via Mascarella 24 /b,
a Bologna,
alle 21 e 45,
dentro una manifestazione che si chiama
Letti di notte,
partendo dall’uscita dell’audiolibro
Grandi ustionati (Marcos y Marcos),
paliamo, con Daniele Benati,
di letteratura orale
e della pratica di leggere
ad alta voce.

Sabato 22 giugno,
al circolo arci Cucine del popolo,
in via Beethoven 78/C,
a Masenzatico (RE)
alle ore 21,
si parla della Banda del formaggio,
con Daniele Benati e me.

Venerdì 28 giugno,
a Foggia,
alle ore 20,
in piazza Battisti,
La banda del formaggio

Domenica 30 giugno,
a Napoli,
al chiostro della chiesa di
San Paolo Maggiore,
alle ore 16 e 30,
La banda del formaggio.

C’era una volta un uomo, si chiamava Kuznecov. Una volta gli si è rotto uno sgabello. È uscito di casa è andato a comprare la colla da legno per incollare lo sgabello. Quando è passato vicino a una casa che stavano costruendo, da sopra è caduto un mattone e ha colpito Kuznecov in testa.
Kuznecov è caduto, ma si è alzato poi subito in piedi ha cominciato a tastarsi la testa. Nella testa di Kuznecov era cresciuto un enorme bernoccolo.
Kuznecov ha considerato il bernoccolo con la mano e ha detto:
– Io, cittadino Kuznecov, sono uscito per andare al negozio a… a… a… Accidenti, che roba. Ho dimenticato perché dovevo andare in negozio.
Proprio in quel momento, dal tetto è caduto un secondo mattone e ha sbattuto anche questo contro la testa di Kuznecov.
– Aià! – ha gridato Kuznecov prendendosi la testa, e si è tastato il secondo bernoccolo.
– Guaarda te che storia, – ha detto Kuznecov. – Io, cittadino Kuznecov, sono uscito di casa per andare… per andare… per andare… Dove stavo andando? Mi son scordato dove stavo andando!
A quel punto dall’alto su Kuznecov è caduto un terzo mattone. E sulla testa di Kuznecov è cresciuto un terzo bernoccolo.
– Ahi ahi ahi! – ha gridato Kuznecov, prendendosi la testa. – Io, cittadino Kuznecov, sono uscito di… Sono uscito da… sono uscito dalla cantina? No. Sono uscito dal barile? No. Da dove accidenti sono uscito?
Dal tetto è caduto un quarto mattone, ha colpito Kuznecov sulla nuca, sulla nuca di Kuznecov è cresciuto un quarto bernoccolo.
– Ben ma, oh! – ha detto Kuznecov grattandosi la nuca. – Io… Io… Io… Chi sono io? Sembra che mi sono scordato come mi chiamo. Che storia! Come mi chiamo? Vasilij Petuchov? No. Nikolaj Sapogov? No. Pantelej Rysanov? No. Ma chi accidenti sono?
Ma a quel punto dal tetto è caduto un quinto mattone e ha colpito Kuznecov sulla nuca così forte, che Kuznecov ha dimenticato definitivamente ogni cosa e gridando:
– Ooo-o-oh! – si è messo a correre per la strada.
Per cortesia! Se qualcuno incontra per strada un uomo con cinque bernoccoli in testa, ricordategli che si chiama Kuznecov e che deve comprare la colla da legno e aggiustare lo sgabello rotto.

Adesso, io, non lo so di preciso, non è che sono sicuro, però mi viene da dire, così, a occhio, a sentimento, che questi numeri qua, questi paragrafini che cambiano, 1, 2, 3, 4, 5, che cambian così che sembra che non ci sia tanto una regola, ecco, io di preciso anche se non lo so, però secondo me, la regola, non c’è.
Io, questi numeri qua, 0, 1, 2, 3, 4, 5, li metto così, per i critici, perché abbiano almeno qualcosa da fare, con questo libro qua, quando esce, ammesso che esca, vale a dire spiegare il senso di questi numeri qua, 0, 1, 2, 3, 4, 5. Se vogliono. Se no è anche lo stesso.

Da miei conoscenti, gente che ha letto molto, mi è stato riferito che degli sienziati del pensiero e dell’animo umano, che la maggior parte degli appartenenti alla malavita muoiono per il mal di cuore per le paure l’orgasmo provato nel compiere i reati contro la proprietà e le persone. Questa statistica secondo la mia esperienza è errata. Molti miei amici sono morti di fame freddo e stenti, senza letto d’inverno. Il mio cuore non ha mai avuto disordinazioni mentre facevo delle cose non ammesse dalla legge, ma ammesse dal mio bisogno corporale e do qualche esempio: trovandomi un giorno scoperto all’alba in un studio di una fabbrica di birra, con altri due miei compagni appropriandosi di medaglie di oro che vi si trovavano in quadro fummo scoperti da due agenti che introdussero una luce della strada da una finestra, a quella vista siamo usciti nel cortile per uscirne dalla porta dell’abitazione ma il «palo» aveva chiuso la porta per non fare entrare le due «piante» (agenti) così allora ci infilammo per le scale e siamo saliti sopra i tetti vicino vi erano altre case più basse così si siamo portati su quei tetti finché si raggiunse una casa ad un piano dall’altezza di circa una decina di metri in un angolo vi si trovava un palo della luce tenuto da un bracciale di ferro dalla distanza di circa una cinquantina di centimetri dal numero dell’abitazione, la decizione fu una il calarsi sulla strada da quella parte, essendo che da dove si era venuti non si poteva essendo che agli agenti si erano uniti gli inquilini delle case svegliatesi dagli spari fatti dagli agenti, io fui l’ultimo a discendere proprio nel mentre che uno degli agenti si presentava al lucernario, a questo punto con la mia calma mi presi il palo e cominciai la mia discesa, giunto a terra ce la siamo dati a gambe e giunti al punto dove vi si trovava i nostri mezzi (biciclette) siamo arrivati a Nuvolara abbiamo venduto il ricavato che si potè raccogliere e l’abbiamo finita la nostra avventura con un buon pasto fra le risate dell’avventura accorsaci, senza come dico aver provato emozioni e disturbi al cuore, il cuore soffriva quando se la faceva «bianca» e così potrei citarne diverse.
[dopo degli anni che non si trovava più, hanno ristampato questo libro bellissimo]
[Bigoncia, Le mie memorie, in Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera, Milano, Bompiani 2012, pp. 500-501]

Il ruolo e la sfera d’azione dello scrittore, in Russia, sono sempre stati molto rispettati, perciò dire di sé «Io sono uno scrittore» è sempre stato considerato, in Russia, una cosa indecente, come dire di sé «Io sono bellissimo».
[Sergej Dovlatov, Sobranie sočinenij (Raccolta delle opere), Spb, Azbuka 2000, t. 4, p. 354]

Però una cosa, forse, che è arrivata, c’è, il silenzio dell’estate. Quel silenzio lì, fermo, che non tira un fiato di vento, che non puoi far niente, neanche andare a letto, cosa vuoi andare a letto che sono le 11 e 33?

[Lev Nikolaevič Tolstoj] Avrebbe voluto essere come tutti: una volta partito per il Caucaso bisognava tornare cinti di gloria, sia pure d’una gloria modesta, con qualche azione bellica al proprio attivo.
Non si rendeva ancora conto di non essere come tutti.
Non ammetteva molta importanza al suo lavoro letterario. Scriveva alla zia:
Vi ricordate, cara zia, che una volta mi avevate consigliato di scrivere romanzi; ebbene ho dato retta al vostro consiglio, le occupazioni di cui vi parlo sono letterarie. Non so se verrà mai pubblicato ciò che scrivo, ma il lavoro mi diverte e inoltre me ne occupo da tanto tempo e con tanta tenacia che non voglio abbandonarlo.
Stava lavorando alla seconda redazione di Infanzia.
La zia consolava affettuosamente il nipote, il fallito, dicendogli che anche quello era pur sempre un lavoro.
[Viktor Šklovskij, Tolstoj, traduzione di Maria Olsufieva, Milano, Il saggiatore 1978, p. 145]

Spesso mi capita di non sapere se gli esseri umani mi piacciono o no, ma di una cosa sono certo, che mi piacciono i loro rumori. Mi piacciono le loro voci, mi piacciono le loro lingue, il loro gridare e sussurrare. Mi piacciono i rumori che fanno con le mani, con gli attrezzi, i macchinari e persino il suono di un martello pneumatico mi piace di più del silenzio assoluto. Preferisco una stanza d’albergo rumorosa a quella tranquilla che dà su un orribile o – peggio ancora – curato cortile interno. Ho bisogno dei rumori per addormentarmi e ho bisogno dei rumori per svegliarmi.
Ho bisogno dei rumori per lavorare. Sarà per questo che per scrivere i miei elzeviri prendo il treno. Non per viaggiare, ma solo per star seduto e avere nelle orecchie il rumore del viaggiatore. Mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera.
[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, Comma 22 2011, p. 15]

Stamattina, alle 9 e tre quarti, a Bologna, su via Andrea Costa, davanti al cancello dello stadio, c’erano una trentina di ragazzi, in braghe corte, seduti per terra, al sole, che aspettavano che aprissero i cancelli per il concerto di Jovanotti che ci sarà stasera che io a vederli ho pensato Poverini.

Com’è bianco!
Nessuna pittura lo adorna
È tutto d’un pezzo
[Erik Satie, Quaderni di un mammifero, a cura di Ornella Volta, Milano, Adelphi 2002 (3), p. 26]
