Crea sito
Pubblici discorsi

11 dicembre – Bologna

Lunedì 11 dicembre,
alle 19,
a Bologna,
all’atelier Sì,
in via San Vitale, 69,
chi vuole aiutare a fare una rivista
che si chiama Qualcosa
può venire che proviamo a lavorare,
per un’ora circa,
a una rivista che si chiama Qualcosa
e che è l’organo semiufficiale dei Sapodisti

Pubblici discorsi

15 dicembre – Milano

Venerdì 15 dicembre,
a Milano,
alla libreria Il convegno,
in via Lomellina, 35,
alle 21,
Memorie di un giovane medico
di Michail Bulgakov

Pubblici discorsi

16 dicembre – Milano

Sabato 16 dicembre,
a Milano,
all’Associazione Italia-Russia,
in via Cadore, 16,
alle 18,
La grande Russia portatile
(un libro da scrivere, forse)

Pubblici discorsi

18 dicembre – Bologna

Lunedì 18 dicembre,
alle 20,
a Bologna,
alla Confraternita dell’uva,
in via Cartoleria 20/b,
Roberto Livi e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Pubblici discorsi

19 dicembre – Firenze

Martedì 19 dicembre,
a Firenze,
al Gabinetto Scientifico Letterario
G.P. Vieusseux 2017
in Piazza e Palazzo Strozzi
alle 17 e 30
discorso su Puškin

Pubblici discorsi

20 gennaio – Bologna

Sabato 20 gennaio,
a Bologna,
in Salaborsa,
in piazza del Nettuno,
dalle 15 alle 18,
quinta riunione di
Qualcosa.

Pubblici discorsi

13 febbraio – Bologna

Giovedì 13 febbraio,
a Bologna,
all’Atelier Sì,
in via San Vitale 69,
alle 21,
La fondazione
di Raffaello Baldini

Pubblici discorsi

13 marzo – Bologna

Giovedì 13 marzo,
a Bologna,
all’Atelier Sì,
in via San Vitale 69,
alle 21,
In fondo a destra
di Raffaello Baldini

  • Vecchi discorsi

  • Vecchi seminari

    Scuola elementare

    Nuove tecnologie

    lunedì 11 dicembre 2017

    Una voleva comprare un cavo wireless.

    Scuola elementare

    La grande Russia portatile

    domenica 10 dicembre 2017

    Vorrei scrivere un libro sulla Russia, e la prima cosa che vorrei dire, della Russia, è una cosa insensata, cioè che la Russia, nella mia testa, era la Russia prima ancora che fosse la Russia, cioè prima ancora che io andassi in Russia e vedessi, in Russia, com’era la Russia.
    Cioè c’era qualcosa, nella mia immaginazione, che mi diceva che là, da qualche parte, c’era del buono, che là c’era qualcosa che mi sarebbe piaciuto anche se non era necessariamente un posto bello, non era il paradiso terreste, e mi sarebbe piaciuto proprio per via che non era il paradiso terrestre, era la Russia, e quando, decenni dopo, avevo letto una cosa che aveva scritto Turgenev, che i russi gli piacevano soprattutto per la pessima opinione che avevano di se stessi, io mi ricordo che avevo pensato “Anche a me”.

    Scuola elementare, Seminari

    Matti di Como 10-11 / 24-25 marzo

    domenica 10 dicembre 2017

    Sabato 10 e domenica 11 marzo,
    sabato 24 e domenica 25 marzo,
    a Cantù,
    allo spazio libri La cornice,
    in viale Ospedale, 8,
    Repertorio dei matti delle città di Como
    (tra le 10 e e le 13 e tra le 14 e le 17)
    per informazioni e iscrizioni:
    031.700571 – associazionespaziolibri@gmail.com
    [cliccare sull’immagine per ingrandire]

    Scuola elementare

    Venedikt Erofeev

    domenica 10 dicembre 2017

    È irrimediabilmente passato, il tempo in cui io non esistevo.

    [Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 156]

    Scuola elementare

    Domani sera

    domenica 10 dicembre 2017

    E domani sera, l’11 dicembre, alle 19, a Bologna, all’atelier Sì, in via San Vitale, chi vuole aiutare a fare una rivista che si chiama Qualcosa può venire che proviamo a lavorare, per un’ora circa, a una rivista che si chiama Qualcosa e che è l’organo semiufficiale dei Sapodisti.

    Scuola elementare

    Secondo me

    domenica 10 dicembre 2017

    E dopo pensavo che Mulinex, secondo me, sarebbe un nome bellissimo, per un personaggio.

    Scuola elementare

    Gentilmente

    sabato 9 dicembre 2017

    Uno aveva messo un cartello sul cancello di casa propria che diceva “I testimoni di Geova sono gentilmente pregati di andare in figa de so mare”.

    Scuola elementare

    Ci si può innamorare dappertutto

    sabato 9 dicembre 2017


    Il secondo romanzo che ho pubblicato si intitolava Bassotuba non c’è, e cominciava con una frase, «Io sono quello che non ce la faccio», che era un anacoluto, cioè una frase dove c’era un brusco cambiamento di soggetto che, sintatticamente, era un errore, errore che si ripeteva molte volte, dentro il romanzo, il cui protagonista, che si chiamava Learco Ferrari, parlava in una lingua concreta, simile alla lingua che si parlava a Parma per strada, una lingua grezza, non raffinata, mi verrebbe da dire, senza preoccupazioni di correttezza sintattica, morfologica e lessicale, una lingua che a me, devo confessare, piaceva.
    Mi ricordo la prima presentazione del libro, alla festa dell’Unità di Parma, e una signora che mi aveva detto «Ma lei, quando parla, però, li usa, i congiuntivi», e l’aveva detto con un tono come se mi avesse preso in castagna, come per dire «Come la mettiamo, come lo spiega, questo fatto?».
    Che era una domanda bellissima, secondo me, che supponeva un’identità assoluta tra autore e protagonista.
    A me era venuto in mente un racconto di Tolstoj, che si chiama Cholstomer, il cui protagonista, e io narrante, è un cavallo, e mi ero chiesto se Tolstoj, quando aveva presentato Cholstomer, ammesso che all’epoca in Russia si presentassero i racconti (era il 1886), mi ero chiesto se qualcuno gli avesse fatto notare «Lei però, mi scusi, eh?, ma lei non è un cavallo».
    Ecco. Bisogna stare attenti.
    Ci sono degli autori, però, che questa identità, o vicinanza, tra l’io narrante dei loro libri e loro stessi, non solo la fanno supporre, la sottolineano, la spingono, la impongono, quasi (solo in Francia, tra i contemporanei, mi vengono in mente Carrère, Beigbeder e Grégoire Bouiller, il cui primo romanzo si intitola Rapport sur moi, bellissimo titolo, secondo me, che in italiano diventa Rapporto su me stesso).
    In Italia, prima che ci fosse la moda della cosiddetta autofiction, la fiction che parte dall’autobiografia, Cesare Zavattini esordisce nel 1931 con un libro intitolato Parliamo tanto di me, che comincia con un Ritratto dell’autore che fa così: «Sul tavolo da lavoro ho pochi oggetti: il calamaio, la penna, alcuni fogli di carta, la mia fotografia. Che fronte spaziosa! Cosa mai diventerà questo bel giovane! Ministro, re? Guardate il taglio severo della bocca, guardate gli occhi. Oh, quegli occhi pensosi che mi fissano! Talvolta provo una vera soggezione e dico: sono proprio io! Mi do un bacio sulle mani pensando che sono proprio io quel giovane, e mi rimetto a lavorare con lena per essere degno di lui». E nel secondo libro di Zavattini, che si intitola I poveri sono matti e esce nel 1937, Zavattini rimette in gioco Zavattini in un modo stranissimo. Il libro comincia così: «Voglio insegnare ai poveri un gioco molto bello.
    Salite le scale con il passo del forestiero (quella volta rincaserete più tardi del solito) e davanti al vostro uscio suonate il campanello.
    Vostra moglie correrà ad aprirvi, seguita dai figli. È un po’ seria per il ritardo, tutti hanno fame. «Come mai?» domanda.
    «Buona sera, signora», levatevi il cappello e assumete un’aria dignitosa. «C’è il signor Zavattini?». «Su, su, il lesso è già freddo».
    «Scusi, ho bisogno di parlare con il signor Zavattini». «Cesare, andiamo, vuoi sempre giocare…». Non muovetevi e dite: «Evidentemente si tratta di un equivoco. Scusi, signora…». Vostra moglie si volterà di scatto, vi guarderà con gli occhi spalancati. «Perché fai così?». Serio, state serio, e ripetete avviandovi giù per le scale: «Io cercavo il signor Zavattini». Si farà un gran silenzio, udrete solo il rumore dei vostri passi. Anche i bambini sono restati fermi. Vostra moglie vi raggiunge, vi abbraccia: «Cesare, Cesare…». Ha le lagrime agli occhi, i bambini forse cominceranno a piangere. Scioglietevi con delicatezza dall’abbraccio, allontanatevi mormorando: «È un equivoco, cercavo il signor Zavattini». Rientrate in casa dopo una ventina di minuti fischiettando. «Ho tardato tanto perché il capo ufficio…» e raccontate una bugia come nulla fosse avvenuto. Vi piace? Un mio amico a metà giuoco si mise a piangere».
    A questo punto, qualsiasi cosa di quel marziano in forma di reggiano che si chiamava Cesare Zavattini, diventa parte del personaggio Cesare Zavattini, che a me sembra uno straordinario protagonista della letteratura italiana del novecento: anche le lettere, anche i diari, raccolti in un’autobiografia postuma (a cura di Paolo Nuzzi) da Einaudi Stile libero (intitolata Io), dove si scopre che a Parigi, nel 1938, «sapendo poco la lingua» Zavattini mangiava sempre e solo omelettes perché sapeva dirlo. E anche gli appunti, come questo: «Alzi la mano chi non si gratta mai i coglioni». E anche le cose dette da altri, come questa: «Io voglio morire lo stesso giorno che non sono più buono di vestirmi e di svestirmi da solo». E i ricordi, come questo: «La pianola di mia nipote Nicoletta, a schiacciare i diesis alti veniva fuori il suono del clacson». E anche le confessioni, come questa: «Certe parole in dialetto mi piacciono quasi come le donne». E anche le poesie, come questa: «Ci si può innamorare dappertutto / ma dove si è nati di più. / Quando ha alzato gli occhi / e mi ha detto di sì / invece di baciarla / son stato lì a guardarla». E anche le frasi perse dalle lettere, come questa: «Sono un pessimista ma me ne dimentico sempre». E anche gli scherzi, come questo: «Entrate in un negozio, acquistate mille lire di merce. Poi uscite senza pagare. Se il padrone e i commessi vi rincorreranno dite secco secco: “Pesce d’aprile.” E rideranno anche i sassi». E anche nelle opere teatrali dove Zavattini non compare, come quella che si intitola La torre di Babele, e che è stata pubblicata in un libro che si intitola Al macero (pubblicato nel 1976), e che è il testo con cui finisco questo pezzettino, anche in quest’opera teatrale dove Zavattini non c’è, sembra però di vederlo, in un angolo, col basco, e gli occhiali, vestito di nero, che sta a attento a fare una faccia seria: «La torre di Babele. Nella piana di Sennaar. Il fratello non intende il fratello, l’amata l’amante. Campeggia tragica la Torre, sovra gli uomini resi stranieri l’uno all’altro. È il crepuscolo. S’odono imprecazioni in istrane lingue, sospiri. Due manovali siedono su un cumulo di pietra, mesti. Verso oriente partono torme di audaci, in cerca di chi li possa intendere.
    Primo manovale: – C’èst bien effrayant de vivre sans pouvoir parler (come parlando a se stesso) avec une âme vivante!
    Secondo manovale: – Oh, yes!
    Sipario».

    [Uscito ieri sulla Verità]

    Scuola elementare

    In copertina

    venerdì 8 dicembre 2017

    Sono arrivato alla presentazione di Paolo Onori che la presentazione era appena finita, e mi han detto che aveva detto, Onori, che, intanto che girava per la fiera (più libri più liberi), una ragazza l’aveva fermato gli aveva detto che aveva visto il suo libro, «Quello con Lenin in copertina», aveva detto quella ragazza, aveva detto Onori in fiera, mi han detto.

    Scuola elementare

    Troppo complicata

    venerdì 8 dicembre 2017

    La mail che avevo mandato a Maritoni diceva così:

    Buongiorno Giacomo Maritoni; per il mio gusto personale, la cosa che mi ha mandato è troppo complicata. Le copio qua sotto una cosa che mi piace, è la descrizione di un gatto ed è stata pubblicata dal quotidiano francese Le Figaro:

    Il gatto è un animale che ha due zampe davanti, due zampe dietro, due zampe sul lato destro e due zampe sul lato sinistro.
    Le zampe davanti gli servono per correre, le zampe dietro gli servono da freno. Il gatto ha una coda che segue il suo corpo. Essa finisce improvvisamente.
    Egli ha dei peli sotto il naso, rigidi come dei fili di ferro. È per questo che egli è nell’ordine dei «filini». Ogni anno il gatto desidera avere dei piccoli. Allora li fa: è a questo momento che diventa una gatta.

    L’ha scritta, negli anni cinquanta, una bambina francese di nove anni. Il mio gusto, ci tengo a sottolinearlo, non vale niente, è il mio, e basta. Ma nel suo caso c’è anche un altro problema del quale le parlo adesso al telefono.
    Stia bene 
    Marco Pietramellara

    [Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 154-155]