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Pubblici discorsi

Tutti i giorni – Radio rock

Tutti i giorni feriali
(non il sabato),
a Radio rock,
alle 7 e 15 circa,
Il matto del giorno.

Pubblici discorsi

3 giugno – Livorno

Sabato 3 giugno,
a Livorno,
alla libreria Feltrinelli,
in via Franco, 12,
alle 16,
Strategia della crisi

Pubblici discorsi

3 giugno – Livorno

Sabato 3 giugno,
a Livorno,
alla libreria Feltrinelli,
in via Franco, 12,
alle 17 e 15,
Repertorio dei matti della città di Livorno
(con Francesco Mencacci e Francesco Parasole)

Pubblici discorsi

5 giugno – Bologna

Lunedì 5 giugno,
a Bologna,
alla libreria Ambasciatori,
in via degli Orefici 19,
alle 18 e 30,
Strategia della crisi.

Pubblici discorsi

9 giugno – Parma

Venerdì 9 giugno,
a Parma,
alla libreria Diari di bordo,
in borgo Santa Brigida, 9
alle 18,
Strategia della crisi

Pubblici discorsi

18 giugno – Milano

Domenica 18 giugno,
a Milano,
alle 21 e 45,
dentro Da vicino nessuno è normale
all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini
in Via Ippocrate, 45
Repertori dei matti delle città di Bologna, Milano, Torino, Roma, Cagliari,
Parma, Andria, Livorno, Reggio Emilia, Lucera e capitanata e Genova:
che differenze, che affinità, che differenze? Che insegnamento trarre da questo incontro?

Pubblici discorsi

20 giugno – Milano

Martedì 20 giugno,
a Milano,
nel cortile d’onore della Biblioteca Sormani,
in Corso di Porta Vittoria, 6
(in caso di maltempo nel Grechetto)
dentro la rassegna Sormani Estate,
anteprima di
Sei città

Pubblici discorsi

27 giugno – Genova

Martedì 27 giugno,
a Genova,
al palazzo Ducale,
Munizioniere,
alle 18
Repertorio dei matti della città di Genova

Pubblici discorsi

16 settembre – Bologna

Sabato 16 settembre,
a Bologna,
in Salaborsa,
in piazza del Nettuno,
dalle 15 alle 18,
quarta riunione di
Qualcosa.

  • Vecchi discorsi

  • Vecchi seminari

    Scuola elementare

    Da Fare pochissimo

    lunedì 29 maggio 2017

    Quella volta, con Margherita, ci eravamo lasciati perché non avevo lavato i piatti. Abitava a dieci minuti di bicicletta da casa mia, e io ero sceso, avevo inforcato la mia bicicletta, ero tornato a casa che mi dicevo, nella mia testa, Va bene, basta, non ci vedremo mai più. E ero arrivato a casa avevo pulito tutta la casa da cima a fondo. Cinque ore.
    Adesso io, non si può più dire che cos’è la verità, ma la mia verità, io, per me, dimagrire è senz’altro meglio di Ingrassare.
    E io, quando Margherita mi aveva lasciato ero a dieta, e dimagrivo, e intanto, nella mia testa pensavo Così impara.
    Perché io lo sapevo, dentro, nel profondo, che mi aveva lasciato perché ero grasso. Non si può lasciare uno perché non lava i piatti, pensavo. Invece perché è grasso, secondo me è un motivo serio, mi dicevo.
    Quando sarò magrissimo, lì lì per morire di fame, lei, vedendomi capirà di essere sempre stata innamorata di me, e allora io non la vorrò più, mi dicevo intanto che pulivo.
    Così impara, mi dicevo.

    Scuola elementare

    Prenderli e farne un libro

    lunedì 29 maggio 2017

    Sono dieci anni, dal 2007, che tengo una piccola scuola di scrittura che si chiama Scuola elementare di scrittura emiliana. I primi due anni la facevo a Reggio Emilia insieme a Daniele Benati e Ugo Cornia, dal 2009 la faccio a Bologna da solo.
    Ogni tanto mi chiedono se qualcuno dei miei allievi ha mai pubblicato dei libri, e io rispondo di sì, perché è vero, qualcuno dei miei allievi ha pubblicato dei libri, per esempio Mauro Orletti ha pubblicato, per Quodlibet, una Piccola storia delle eresie che a me è sembrata molto ben fatta e, recentemente, Elena Favilli ha pubblicato con Francesca Cavallo un libro che sta andando benissimo, Storie della buona notte per bambine ribelli.
    Solo che, rispondevo di solito io, Mauro, Elena e gli altri che avevano pubblicato dopo aver fatto la Scuola elementare di scrittura emiliana, io credo che avrebbero pubblicato anche senza aver fatto la scuola, e sono contento del fatto che la Scuola elementare di scrittura emiliana non li ha dissuasi, dal pubblicare.
    Ultimamente, però, è successa una cosa strana, è uscito un libro, La terra si muove, di Roberto Livi, edizioni Marcos y Marcos, che, se non ci fosse stata la Scuola elementare di scrittura emiliana forse non esisterebbe.
    Livi, che è un signore di Pesaro che di mestiere costruisce dei clavicembali, ha cominciato a scrivere quando si è iscritto alla scuola elementare di scrittura emiliana, e il primo compito che ha scritto per la scuola, «Descrivetevi in cinque righe», è stato, assicura, la prima cosa di carattere letterario che ha scritto nella sua vita.
    E m’erano sembrati talmente riuscito, quel compito e i compiti successivi, che a un certo momento gli avevo detto «Guarda, tu dovresti prenderli, questi compiti, metterli insieme e farne un romanzo». L’ha fatto.
    Il romanzo comincia con la terra sotto la casa del protagonista che si muove. C’è un suo amico geometra che gli dice «Non so dirti quanto tempo potrà ancora durare, ma se continua così alla fine la terra si porterà via la tua casa». Allora lui mette in vendita la casa, e, da quando lo fa, non ha più voglia di vedere nessuno. Quando suona il telefono, è sempre un agente immobiliare che gli chiede un appuntamento per far vedere la casa a un cliente. Lui, allora, il giorno prima, nasconde tutte le crepe con lo stucco, sfuma il bianco della calce con uno straccio sporco, spruzza qualche goccia di trementina per confondere l’odore della calce, poi, con un bel sorriso, apre la porta al mediatore e ai suoi clienti.
    Questo è l’inizio.
    Ecco a me, La terra si muove di Livi ha ricordato Povera gente, il primo romanzo di Dostoevskij, che è un romanzo epistolare, composto dalle lettere che si scambiano due abitanti della periferia di Pietroburgo che vivono uno di fronte all’altro, Varvara e Makar, e vivono in condizioni così difficili che, a volte, arrivato alla fine di una lettera il lettore pensa «Be’, non può andare peggio di così», poi legge la lettera successiva e scopre che può, andare peggio di così.
    La poesia preferita del protagonista della Terra si muove è una poesia che dice che l’universo è un’immensa macchina per dimenticare e che, di tutto l’universo «finiamo sempre per trascorrere l’intera esistenza in un luogo dove mai avremmo voluto vivere, e finiamo sempre per impiegare tutto il nostro tempo in un lavoro che mai avremmo voluto fare, e finiamo sempre per passare la nostra vita con una persona che mai avremmo voluto incontrare, e soltanto quando tutto questo diventa insopportabile, allora partiamo e andiamo via lontano per raggiungere un posto che mai avremmo voluto vedere».
    Il pensatore di riferimento del protagonista è un signore che si chiama Fiorenzo la cui frase ricorrente è «La vita è un’eterna rinuncia». Fiorenzo ha 45 anni e vive con la sorella. Quando gli chiedono quando si sposa, lui risponde che non si sposa. «Che tanto metter su famiglia son solo tasse, ogni numero civico in più son altre tasse, poi se per caso fai un figlio, è un altro codice fiscale e giù altre tasse, e io le tasse allo stato non le voglio pagare» dice Fiorenzo. «Il telefono non ce l’ho. La macchina son costretto, ma ho una Fiat Uno turbodiesel esente da bollo in quanto veicolo di riconosciuto valore storico, dove al posto del gasolio, che sarebbero altre tasse, io ci metto l’olio esausto dei motori che si trova gratis e va benissimo». Fiorenzo la sera sgancia il freno a mano della sua Uno, prende una strada qualsiasi e comincia a cantare. «In macchina ha la raccolta completa dei CD con tutte le basi delle canzoni degli Stadio». È credente, Fiorenzo. Una volta ha detto: «Pensa, io che da piccolo ho sempre avuto la passione per gli Stadio, da grande mi è venuta la voce identica al cantante degli Stadio. Te pensa il destino. Guarda che delle volte la vita è una cosa incredibile. Tutti dicono che la vita è un caso, sembra che non ci sia niente di niente, io dico che qualcosa c’è».

    [Uscito ieri sulla Verità]

    Scuola elementare

    Dimmelo tu cos’è

    domenica 28 maggio 2017

    C’era una canzone, quando ero bambino, una canzone di Antonello Venditti, s’intitolava Dimmelo tu cos’è, che io me la sentivo in continuazione. Di Dimmelo tu cos’è, a casa mia, avevamo addirittura l’audiocassetta originale (in quel periodo lì c’erano le audiocassette per sentire la musica), una delle poche audiocassette originali che avessimo in casa; le altre erano delle copie, avevano i titoli delle canzoni scritti con la penna sul cartoncino bianco che stava dentro alle custodie di plastica delle cassette vergini, quelle che si usavano per registrarci sopra le canzoni. Io me lo ricordo piuttosto bene quel cartoncino bianco delle cassette perché per me, scriverci sopra i titoli delle canzoni, è stata una cosa che mi sono portato appresso anche negli anni dopo, gli anni Novanta, quando sono diventato adolescente, e continuavo a scrivere i titoli delle canzoni su quel cartoncino bianco dopo aver registrato sulle cassette delle compilation, diciamo così, da regalare alle ragazze che mi piacevano (che poi, di solito, alle ragazze che mi piacevano, passavo più tempo a preparargli le cassette che a uscirci insieme).
    Ma non è questo che m’interessava dire, quello che m’interessava dire è che la popolarità di Antonello Venditti, a casa mia, in quegli anni lì, negli anni Ottanta, era fuori discussione. E non è una cosa scontata, mi sembra. A casa di mia mamma, per esempio, quando lei era adolescente, non era mica così, lei ce lo raccontava spesso, a me e mio fratello. Nella famiglia di mia mamma, quando lei era adolescente, cioè negli anni Sessanta, non c’era un Antonello Venditti che fosse fuori discussione, ma c’era una specie di faida, tra mia mamma e i suoi fratelli, per decidere chi dovesse essere l’Antonello Venditti fuori discussione di casa loro: per il fratello di mia mamma, Giorgio, la musica degli anni Sessanta erano i Pink Floyd; per sua sorella, Emilia, la musica degli anni Sessanta era Woody Guthrie, che però mi sa negli anni Sessanta era già morto o ci mancava poco; mentre per mia mamma, la musica degli anni Sessanta, per mia mamma era Rita Pavone. Che ogni volta che mia mamma raccontava, davanti a degli amici o a dei conoscenti, questa cosa, che per lei la sua musica di quando era giovane era Rita Pavone, io mi vergognavo e pensavo: “Ma non poteva piacerle qualcun altro a mia mamma? Ma proprio Rita Pavone? Ma come si fa che a una ragazza degli anni Sessanta le piace Rita Pavone, ma dài”.
    Comunque sia, il motivo per cui questa canzone di Antonello Venditti, Dimmelo tu cos’è, era così importante per me, in quel periodo della mia vita, è che aveva una seconda strofa che cominciava in una maniera, che io non riuscivo a spiegarmelo come potesse, una canzone, dire una cosa del genere. Alla prima strofa Venditti diceva: “Il nostro cane / non mi riconosce più” e va bene. Ma alla seconda strofa diceva: “Scopare bene, / scopare bene questa è la prima cosa”. E a me, che ero ancora bambino, mi imbarazzava che uno cantasse che scopare era la prima cosa della sua vita. E più la risentivo, questa canzone, più mi sembrava incredibile questa seconda strofa, e pensavo: “Magari mi sono sbagliato, magari ho sentito male, che non può essere che uno dice, in una canzone: ‘scopare bene’, e poi, addirittura insiste: ‘scopare bene è la prima cosa’”; mi sembrava una cosa da vergognarsi. Però nessuno diceva niente e allora, forse, ero io che non capivo, pensavo.
    E quando ero da solo, questa canzone, me la risentivo per cercare di capire se diceva proprio “scopare bene” oppure magari un’altra cosa, e allora ero io a sbagliarmi, e tutto sarebbe stato più semplice. Quando invece mi capitava di sentirla insieme a qualcuno, e io lo sapevo che alla seconda strofa Venditti avrebbe detto “scopare bene”, cercavo sempre di fare in modo che la seconda strofa non si sentisse, che mi pareva avrebbe creato una situazione di disagio ascoltare Venditti che cantava “Scopare bene, scopare bene” come se niente fosse. E in quelle circostanze, in cui ero con qualcuno e c’era il rischio di ascoltare questa seconda strofa, cercavo di fermare lo stereo, oppure di parlarci sopra, oppure facevo qualche rumore forte per coprire almeno l’inizio della seconda strofa di Dimmelo tu cos’è, che poi, superato l’inizio, non c’erano grossi problemi.
    Una volta però, capitò che mia mamma mettesse questa cassetta di Antonello Venditti mentre eravamo in macchina, d’estate, per andare al mare a Terracina, vicino a Roma. La nostra macchina di allora non aveva l’impianto stereo per sentire le cassette, ma mia mamma s’era portata lo stereo di casa, se lo teneva sulle gambe, e aveva messo proprio quella cassetta di Venditti in cui dentro c’era Dimmelo tu cos’è, e io, la prima cosa che avevo pensato quando avevo sentito la prima canzone della cassetta, che lo conoscevo bene l’ordine delle canzoni di quella cassetta, era che cosa avrei potuto fare per coprire la canzone quando Venditti avrebbe cantato: “Scopare bene, scopare bene”. E più si avvicinava il momento della seconda strofa di Dimmelo tu cos’è più mi agitavo.
    Dopo un po’ che la cassetta andava, la prima cosa che provai a fare, provai a dire a mia mamma che non volevo più sentire la musica, che avevo male alla testa; solo che mio fratello, che era seduto di fianco a me, nel sedile dietro della macchina, aveva cominciato pure lui a lamentarsi, che invece lui la musica la voleva sentire. Io, allora, avevo pensato che continuando così, a litigare con lui, magari, sarei riuscito a coprire, con le urla, quella seconda strofa di Dimmelo tu cos’è. Però poi era intervenuta mia mamma che aveva detto di fare silenzio perché papà stava guidando e non ci stava capendo niente e aveva pure sbagliato strada. E in quel momento lì, mentre mia mamma diceva di fare silenzio, lo stereo continuava a andare e Dimmelo tu cos’è era appena cominciata, e mio fratello sembrava avesse per davvero deciso di non urlare più e di non lamentarsi più, a me non mi rimase che colpirlo, a mio fratello, con un pugno in faccia, proprio poco prima dell’inizio della seconda strofa di Dimmelo tu cos’è, quella in cui Venditti canta “Scopare bene”.
    Che mio fratello, lì per lì, ci rimase, a guardarmi, con una faccia come se volesse dire: “Così, a tradimento? Ma non ti vergogni?”. Poi, con le lacrime agli occhi, mi saltò addosso e cominciò a picchiarmi. E mentre mio papà, che stava guidando, cercava un posto per accostare e separarci, e mia mamma urlava che lei aveva fallito come madre se due fratelli come noi non solo non si volevano bene ma anzi si picchiavano addirittura, io mi difendevo dalle botte di mio fratello, e sentivo che la seconda strofa di Dimmelo tu cos’è stava finendo, e finalmente ero sereno.

    [Di Matteo Girardi, per Qualcosa; se qualcuno lo vuole rileggere, si può rileggere, uguale, qui:clic]

    Scuola elementare

    Consistenza delle valutazioni espresse dai presenti

    sabato 27 maggio 2017

    L’artista sorride cordialmente a tutti quelli che le rivolgono complimenti. Consistenza delle valutazioni espresse dai presenti: bello, bellissimo, interessante e interessantissimo.

    [Roberto Venturini, Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera, Milano, Sem 2017, p. 16]

    Scrittura emiliana, Scuola elementare

    I matti di questa settimana

    sabato 27 maggio 2017

    Per sentirli: Clic.

    Scuola elementare

    E se c’è una checca

    sabato 27 maggio 2017

    È isterica.

    [grazie a Giancarlo]

    Scuola elementare

    Sono tanti

    sabato 27 maggio 2017

    Era svaporato via perfino il Papa da poco tempo e non si parlava d’altro. Una brutta morte, povero Papa, dissi, ma capii subito che Miriam non aveva simpatia per lui. A Roma muoiono in media novanta persona al giorno, disse, e nessuno se ne accorge. Vai in giro per le strade, vedi la gente che ride, che va a spasso. Non viene in mente a nessuno che novanta persone stanno morendo nella città. Se ci pensi devi fare uno sforzo per crederci, i morti bisogna vederli per crederci. Novanta morti sono tanti, dicevo io, ma se ti allarghi un po’ fuori Roma diventano anche novecento e novemila. Anche novantamila, diceva Miriam. Novantamila morti sono tanti.

    [Luigi Malerba, Il serpente, Milano, Bompiani 1966, p. 47]

    Scuola elementare

    Il mio messsaggio

    venerdì 26 maggio 2017

    Domani, alle 15, in Salaborsa, c’è la riunione di Qualcosa, che è una rivista che vorremmo fare, e adesso, pochi minuti fa, ho mandato a quattro o cinque persone che seguono la rivista il materiale che è arrivato per questa riunione, un centinaio di pagine, e poi ho pensato che era un po’ tardi, mandare cento pagine il giorno prima, allora mi sono scusato gli ho detto che era un periodo difficile, e poi ho pensato che è un po’, che è un periodo difficile, e allora ho aggiunto che questo periodo difficile non passerà mai, probabilmente, e poi ho aggiunto state bene, a domani, chi viene, e poi ho schiacciato invio dopo una frazione di secondo mi diceva che il mio messaggio l’avevo mandato.

    Scuola elementare

    Diventare famosi

    venerdì 26 maggio 2017

    Uno era nato in una frazione di Correggio. Quando nel settembre del 1904 Pericle Pagliani, famoso podista italiano, aveva partecipato a una gara a Carpi, lui si era messo a correre dietro a Pagliani e lo aveva seguito fino all’arrivo. Poi era diventato un podista anche lui, con premi e qualificazioni e nel 1908 aveva partecipato alla Maratona delle Olimpiadi di Londra. La regina Alessandra lo aveva premiato personalmente con una coppa d’argento dorato e era diventato famoso in tutto il mondo perché aveva perso la maratona.

    Scuola elementare

    Due cose

    venerdì 26 maggio 2017

    Poi ieri sera ho pensato due cose, che mi piacciono i mesi di trentuno giorni, son sempre in ritardo e ho bisogno di quel giorno in più, e che ci son certe cose femminili che son molto piacevoli, come darsi la crema sui gomiti, che non siano sempre così secchi, buongiorno.