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Pubblici discorsi

15 dicembre – Milano

Venerdì 15 dicembre,
a Milano,
alla libreria Il convegno,
in via Lomellina, 35,
alle 21,
Memorie di un giovane medico
di Michail Bulgakov

Pubblici discorsi

16 dicembre – Milano

Sabato 16 dicembre,
a Milano,
all’Associazione Italia-Russia,
in via Cadore, 16,
alle 18,
La grande Russia portatile
(un libro da scrivere, forse)

Pubblici discorsi

18 dicembre – Bologna

Lunedì 18 dicembre,
alle 20,
a Bologna,
alla Confraternita dell’uva,
in via Cartoleria 20/b,
Roberto Livi e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Pubblici discorsi

19 dicembre – Firenze

Martedì 19 dicembre,
a Firenze,
al Gabinetto Scientifico Letterario
G.P. Vieusseux
in Piazza e Palazzo Strozzi
alle 17 e 30
discorso su Puškin

Pubblici discorsi

20 gennaio – Bologna

Sabato 20 gennaio,
a Bologna,
in Salaborsa,
in piazza del Nettuno,
dalle 15 alle 18,
quinta riunione di
Qualcosa.

Pubblici discorsi

24 gennaio – Bologna

Mercoledì 24 gennaio,
a Bologna,
alla libreria Ambasciatori,
in via degli Orefici, 19,
alle 18 e 30,
Daniele Benati e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Pubblici discorsi

25 gennaio – Bologna

Giovedì 25 gennaio,
a Bologna,
all’Atelier Sì,
in via San Vitale 69,
alle 21,
La fondazione
di Raffaello Baldini

Pubblici discorsi

15 febbraio – Bologna

Giovedì 15 febbraio,
a Bologna,
all’Atelier Sì,
in via San Vitale 69,
alle 21,
In fondo a destra
di Raffaello Baldini

  • Vecchi discorsi

  • Vecchi seminari

    Scuola elementare

    Da gridare al soccorso

    sabato 16 dicembre 2017

    Tutte le volte che, in questi anni, ho sentito parlare di nichilismo, e è successo abbastanza spesso, c’è stato un periodo che ne parlava sempre anche il papa, tutte le volte che ne sentivo parlare a me veniva in mente Bazarov, il protagonista del romanzo di Turgenev Padri e figli, pubblicato nel 1862, e con Bazarov mi venivano in mente le rane.
    E quando ho poi visto il film dei fratelli Coen Il grande Lebowski, dove c’era un gruppo di nichilisti, tutti vestiti di nero, che dicevano praticamente solo «Noi non crediamo in niente», oppure «Noi non vogliamo niente», oppure «Noi non sappiamo niente», mi è venuto da pensare che Bazarov non era così: lui credeva nelle rane, e negli esperimenti che faceva sulle rane, e non faceva finta di rapire le figlie di facoltosi produttori cinematografici, come succede, se non ricordo male, nel film dei fratelli Coen, no. Lui studiava medicina, faceva il medico, curava la gente e si innamorava di inarrivabili nobili signore che lo facevan star male.
    Quando è uscito Padri e figli, nel 1862, qualcuno, il critico Antonovic, ha pensato che Bazarov fosse una parodia di Nikolaj Pisarev, che all’epoca era il leader della cosiddetta critica positivista, radicale, o utilitarista.
    Ma a Pisarev il libro di Turgenev era piaciuto: «I personaggi e le situazioni, le scene e i paesaggi di Padri e figli – aveva scritto Pisarev, – sono tracciati in modo così concreto, e nello stesso tempo morbido, che il più accanito nemico dell’arte sente, nel corso della lettura, un qualche incomprensibile piacere, che non si spiega né con l’interesse delle vicende narrate, né con una particolare verosimiglianza dell’idea principale».
    Quanto Pisarev parlava del più accanito nemico dell’arte, è possibile che intendesse se stesso.
    In articolo del 1865, intitolato La distruzione dell’estetica, Pisarev scriveva: «Immaginatevi che la contemplazione dei quadri di Raffaello e delle statue antiche accenda a tal punto la vostra immaginazione che tutte le donne viventi, che vedete tutti i giorni, vi sembrino brutte. Che cosa ci guadagnereste, dal vostro malcontento, e cosa ci guadagnerebbero gli altri? Le donne russe effettivamente non sono così belle come le italiane che incontrava Raffaello o come le greche che incontravano gli scultori antichi; ma per quanto sia grande il vostro malcontento, le donne russe non diventeranno più belle, e voi, con il vostro malcontento, non riuscirete, in tutta la vostra vita, a inventarvi niente che le renda più belle di quello che sono».
    È stranissimo il motivo per cui Pisarev, a metà dell’ottocento, pensava che le russe a lui contemporanee fossero più brutte delle italiane dei tempi di Raffaello, ma, a parte quello, la cosa che risulta chiara da quell’articolo è che, secondo lui, secondo Pisarev, l’arte doveva essere al servizio della realtà, e, come si diceva all’epoca, se non ricordo male, un paio di stivali erano più utili della Venere di Botticelli.
    Un personaggio di Padri e figli, effettivamente, un discepolo di Bazarov, il nobile Arkadij Kirsanov, toglie dalle mani del padre Nikolaj un volume di versi di Puškin per sostituirlo con Kraft und Stoff (Forza e materia), opera del medico e fisiologo tedesco Ludwig Büchner considerata uno dei caposaldi del materialismo evoluzionistico.
    Il giudizio positivo che Pisarev dà di Padri e figli di Turgenev non deriva da una sensazione estetica o dalla bravura dello scrittore, ma dal fatto che Padri e figli «mostra come agiscono su un uomo come Turgenev le idee e le aspirazioni che agitano le nostre giovani generazioni», scrive Pisarev stesso.
    Adesso, per quando fossero importanti, all’epoca, nel 1862, le idee e le aspirazioni che agitavano le giovani generazioni russe, io mi ricordo che, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, quando ero in Russia a studiare, e avevo detto a dei miei amici russi che stavo leggendo Pisarev, uno di loro mi ricordo che mi aveva risposto che il mio impegno «confinava con lo stoicismo», mentre per Turgenev, che veniva considerato da Pisarev un anziano rappresentante di una classe superata (Turgenev, quando è uscito il romanzo, aveva 44 anni), si può forse dire che l’incomprensibile piacere provato da Pisarev mentre leggeva Padri e figli, è stato condiviso da generazioni e generazioni di lettori, che e ancor oggi, nel 2017, non è impossibile che un lettore italiano abbia la stessa reazione che ebbe, allora, un giovane medico russo di nome Anton Cechov che scrisse: «Dio mio! Che magnificenza Padri e figli di Turgenev! Da gridare al soccorso!».
    I personaggi principali, di Padri e figli, Bazarov, l’Odincova, Arkadij, Nikolaj e Pavel Kirsanov, sono descritti con un’attenzione incantevole e una minuzia di gesti e di intonazioni e una misura, nelle distanze, che lascia stupefatti ancor oggi, ma più incantevoli ancora, nella loro frammentarietà, a me sembrano i personaggi secondari, come un certo Sitnikov che, dopo aver deciso di andare a far visita, in campagna, a una donna che conosceva appena e che non l’aveva mai invitato, si era intimidito e, invece di pronunciare le scuse che aveva preparato in anticipo si era confuso «a tal punto che si era seduto sul proprio cappello»; o come quella Arina Vlas’evna che «credeva che se la domenica di Pasqua, alla messa notturna, non venivano spente le candele, ci sarebbe stato un buon raccolto di grano, e che un fungo smetteva di crescere, quando lo vedeva un occhio umano, e che il diavolo amava i posti dove c’era dell’acqua, e che ogni ebreo avesse in petto una macchiolina color sangue, e che aveva paura dei topi, delle bisce, delle rane, dei passeri, delle sanguisughe, del tuono, dell’acqua fredda, degli spifferi, dei cavalli, dei caproni, dei rossi di capelli e dei gatti neri, e che pensava che grilli e cavalli fossero animali impuri, e che non mangiava né carne di vitello, né piccioni, né gamberi, né formaggio, né asparagi, né tartufi di canna, né lepri, né cocomeri, perché un cocomero tagliato ricordava la testa di Giovanni Battista». O come la vecchia principessina, «una donna magrolina, piccola, con un volto grande come un pugno, e degli immobili occhi cattivi sotto una parrucca grigia» che «nelle stanze comuni sbuffava e basta, ma nella sua stanza, con la sua cameriera, delle volte si scatenava in certi insulti che la cuffia le ballava in testa insieme alla parrucca».
    E poi, ultima cosa che voglio dire, l’ultima volta che ho riletto Padri e figli, sette anni fa, mi è tornato in mente quel che un docente sardo di letteratura inglese, grande appassionato di Dickens, aveva detto quando una volta, a Sassari, mi aveva detto: «Dickens è crudele; quando ti vuole far ridere, ti fa ridere, quando ti vuole far piangere, ti fa piangere».
    Ecco. Turgenev, uguale, secondo me.

    [Uscito ieri sulla Verità]

    Scuola elementare

    Le radici del loro successo

    venerdì 15 dicembre 2017

    Forse da qui nasce, da questa armonia fra le due figure – il grasso e il magro – quella strana forma di “godimento estetico” che spingeva Jean-Pierre Coursodon a individuare le radici del loro successo «in un fatto morfologico indiscutibile: erano belli da vedere, anche separatamente; uniti, erano irresistibili».

    [Gabriele Gimmelli, Grandi affari (Big Business, James W. Horne, 1929). Laurel & Hardy e l’invenzione della lentezza, Sesto San Giovanni, Mimesis 2017, p. 61]

    Scuola elementare

    Delle mattine

    venerdì 15 dicembre 2017

    Ci son delle mattine che mi sveglio e mi metto a lavorare che poi son contento come una Pasqua. Che vita incredibile, che fanno, le Pasque.

    Scuola elementare

    Oste

    venerdì 15 dicembre 2017

    Il figlio di Roberta Colomba da piccolo era convinto che l’oste fosse il marito dell’hostess.

    Scuola elementare

    Il colonnello Bernacca

    venerdì 15 dicembre 2017

    Mi hanno detto che una volta, il colonnello Bernacca, quando ha cominciato a far le previsioni del tempo, che era uno dei primi, a farle, un giornalista inglese gli ha chiesto «Quante volte ci prende?», e Bernacca gli ha risposto «Il quaranta per cento», e il giornalista gli ha detto «Non potrebbe dire il contrario di quello che direbbe? Così ci prenderebbe il sessanta per cento delle volte, no?». A me questa cosa mi torna in mente tutte le volte che sento parlare la sottosegretaria di stato alla presidenza del consiglio dei ministri nel governo Gentiloni (clic) che mi vien da pensare “Ma non potrebbe dire il contrario di quello che dice? Che così magari qualcosa di sensato ogni tanto lo direbbe anche lei. Poverina”. Ma pazienza.

    Scuola elementare

    Le cose che si possono fare

    giovedì 14 dicembre 2017

    Io, per un certo periodo, appena preso il diploma, tra l’ottantotto e l’ottantanove, avevo lavorato in Iraq, a Baghdad, che c’era al potere Saddam Hussein.
    Una volta, qualche tempo fa, una signora che era stata in Iran mi aveva detto che era stata in Iran, e io le avevo detto che per un po’ avevo vissuto in Iraq e lei m’aveva detto «Be’, in Iraq dev’essere un po’ pericoloso», e io le avevo detto «Ma no, allora c’era Saddam Hussein si stava bene». Dopo mi ero fermato avevo pensato «Ma cosa dici?».
    Che il tempo fa delle cose stranissime, alla realtà, e io all’epoca non l’avrei mai detto, che si stava bene, in Iraq, ma allora, quando ci abitavo io, in Iraq, 1988-1989, tutto il paese era coperto di gigantografie di Saddam Hussein che son cose che restano impresse e poi dopo, quando tipo quindici anni dopo l’occidente stava per scatenare la seconda tempesta nel deserto, come han chiamato la seconda missione di pace da cui poi è saltata fuori la guerra in Iraq, in Italia era uscito un libro su Saddam Hussein e io, forse per quello, per il fatto che in Iraq ci avevo vissuto, l’avevo comprato e avevo cominciato anche a leggerlo.
    Questo libro era stato scritto da un giornalista arabo che viveva in Italia e era una biografia molto dettagliata che cominciava fin dall’infanzia e diceva che la mamma di Saddam Hussein come mestiere faceva la puttana, e che lei suo figlio non l’avrebbe neanche voluto per quello l’aveva chiamato Saddam che significava Maledetto e effettivamente, diceva questo giornalista che poi avrebbe fatto carriera sarebbe diventato vicedirettore ad personam di un importante quotidiano italiano contemporaneo, e poi dopo si sarebbe anche convertito in mondovisione, e poi avrebbe anche fondato un movimento politico, mi sembra, questo giornalista scriveva che, effettivamente, con un nome del genere, Maledetto, era venuto poi fuori un bambino così cattivo che fin da piccolo quando andava alle elementari lui rubava le merendine ai suoi compagni di classe, e se i suoi compagni di classe se ne accorgevano e le rivolevano indietro lui le buttava per terra e poi le pestava coi piedi così non le poteva mangiare nessuno, diceva questo futuro vicedirettore ad personam convertendo in mondovisione che avrebbe anche fondato un movimento politico, forse, e queste cose le scriveva in un libro pubblicato da un’importante, rispettata casa editrice italiana, che io mi ricordo che avevo pensato che non avrei mai detto, che si potessero fare delle cose del genere, invece si potevano fare, si vede.

    Quando avevo letto quella cosa di Saddam e delle merendine, mi era venuta in mente una mia amica che, quando facevo l’università aveva un fratello devoto a Sai Baba, e questo fratello, di quella mia amica, aveva insistito perché io vedessi un film sulla vita di Sai Baba.
    Un documentario fatto da degli emiliani devoti a Sai Baba che erano stati là da Sai Baba per restituire agli emiliani che da Sai Baba non c’erano stati la realtà di Sai Baba per come la capivano loro, quella realtà lì.
    Allora in questo film si diceva che Sai Baba, che per chi non lo sa era un santone indiano che aveva una pettinatura che sembrava uno dei Nuovi Angeli, cioè aveva una pettinatura da cantante pop–rock degli anni settanta, in questo film si diceva che Sai Baba, che la sua specialità era materializzare le cose, che i devoti di Sai Baba andavano là in India dove lavorava e si facevano vedere da lui e lui si faceva girar tra le mani un po’ di polvere e trac, ti materializzava quello di cui avevi bisogno: ti serviva una pietra della fortuna?, lui ti materializzava una pietra della fortuna, ti serviva la calma?, lui ti materializzava un amuleto che trasmetteva la calma, ti servivano dei soldi?, lui ti materializzava dei soldi, credo, non sono sicuro, insomma, quella lì di materializzare le cose era la sua specialità che lui, Sai Baba, fin da quando era piccolo, si diceva nel film, ne era dotato, tant’è vero che quando andava alle elementari materializzava le merendine per i suoi compagni di classe, si diceva nel film, mi son ricordato quando ho letto l’inizio del libro su Saddam Hussein del futuro vicedirettore ad personam e mi è venuto da immaginarmi un’altra realtà, una realtà aumentata, dove, nella classe di Saddam Hussein, dopo che lui aveva rubato e calpestato le merendine dei suoi compagni di banco, passava Sai Baba e ripristinava la situazione iniziale, ognuno con la sua bella merendina.

    Scuola elementare

    Buontempone

    giovedì 14 dicembre 2017

    Per me un buontempone era uno che si alzava molto presto alla mattina.

    [Massimo Palmia]

    Scuola elementare

    Niente di nessuno

    mercoledì 13 dicembre 2017

    Quando mi hanno chiesto di venire a parlare di un classico russo, io ho subito pensato che avrei parlato di Daniil Charms, però poi mi han detto che Charms, bravissimo, eh?, magari, però non è che sia proprio un classico classico forse, non ne avrei uno un po’ più classico, allora ho pensato che avrei parlato di Puškin, mi hanno detto che Puškin va bene. Allora, per parare di Puškin, comincerei da un breve testo di Danill Charms, che dice così:

    È difficile parlare di Puškin a qualcuno che di lui non sa niente. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande, di Puškin. E Bismark, in confronto con Puškin, non vale niente. E Alessandro primo e secondo, e terzo, in confronto con Puškin sono delle vesciche. Tutti, in confronto con Puškin, sono delle vesciche, solo in confronto con Gogol’, lo stesso Puškin è una vescica.
    E allora, anziché scriver di Puškin, è meglio se scrivo di Gogol’.
    Anche se Gogol’ è tanto grande, che di lui non si può scrivere niente, pertanto scrivo di Puškin.
    Ma dopo Gogol’, scrivere di Puškin vien quasi vergogna. E di Gogol’ scrivere non si può. Allora è meglio se non scrivo niente di nessuno.

    Ecco.

    [Inizio del discorso su Puškin Firenze, al Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, martedì prossimo]

    Scuola elementare

    Buongiorno

    mercoledì 13 dicembre 2017

    Una era una signora, quando qualcuno le diceva “Buongiorno” rispondeva “Figurati”.

    Scrittura emiliana

    Scuola media inferiore di Dostoevskij

    mercoledì 13 dicembre 2017

    Вот так (Болонья).