Eh

domenica 6 Gennaio 2019

«Il signor cappellano militare vi ha descritto a me come un imbecille di prima forza, ed io ritengo che non ha certo sbagliato».
«Fo umilmente notare, signor tenente, che il signor cappellano non si è affatto sbagliato. Quando io servivo nelle truppe di linea, fui riformato per idiozia, anzi, per esser preciso, come idiota notorio. Per questo motivo ci congedarono in due, me e per di più un capitano, un certo signor Von Kaunitz. Costui, signor tenente, con rispetto palando, quando andava a passeggio si ficcava continuamente un dito della mancina nella narice sinistra, e uno della manritta nella narice destra, e quando veniva con noi in piazza d’armi, ci faceva allineare come per una sfilata e ci diceva “Soldati, eh, non scordatevelo, eh, che oggi è mercoledì, e domani sarà giovedì, eh!”».

[Jaroslav Hašek, Il buon soldato Sc’vèik, a cura di Clara Bovero, Firenze, La Nuova Italia 1968, p. 72]

Così ci hanno ammazzato Ferdinando

giovedì 3 Luglio 2014

Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«E così ci hanno ammazzato Ferdinando!» disse la governante al signor Švejk che – avendo ormai anni addietro lasciato l’esercito, dopo che una commissione medica militare l’aveva definitivamente dichiarato un idiota – sbarcava attualmente il lunario smerciando cani, degli orrendi mostriciattoli bastardi per i quali pensava lui stesso a stilare fittizi pedigree.
Oltre a praticare tale professione, egli era anche affetto da reumatismi, e in quel preciso istante stava giusto applicandosi alle ginocchia l’Opodeldoc.
«E quale Ferdinando, Signora Müllerová» chiese Švejk senza neanche smettere di massaggiarsi le ginocchia. «Io di Ferdinandi ne conosco due. Il primo, lui fa il garzone dal droghiere Pruša, e una volta gli aveva anche bevuto per sbaglio un’intera bottiglia di lozione per capelli, e poi ne conosco ancora un altro, tale Ferdinando Kokoška, che è quello che raccoglie la cacca dei cani. In nessuno dei due casi si tratterebbe poi di una gran perdita».
«Ma, signor mio, io intendevo l’arciduca Ferdinando, quello di Konopištĕ, quello grasso, quello così religioso».

[Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk, a cura di Giuseppe Dierna, Torino, Einaudi 2010, pp. 7-8]

Il peccato del parroco Andrea

martedì 25 Febbraio 2014

hasek, il peccato del parroco andrea

 

 

 

 

Il parroco Andrea si trovava già da diciotto anni in purgatorio, senza sapere perché. Non aveva ancora avuto la definitiva condanna, sebbene negli ultimi anni l’affluenza nel purgatorio non fosse stata così grande. La più parte delle anime si fermava solo un poco e subito veniva trasportata, fra digrignare di denti, all’inferno. Il parroco ogni tanto si faceva coraggio e domandava a qualcuno degli angeli custodi:
– Ma perché mi trattenete ancora qui, signori?
Si stringevano nelle ali e dicevano: – Il vostro processo non è ancora definitivamente concluso, reverendo.
Questi discorsi lo angosciavano, per quanto sia possibile sentirsi angosciato nel purgatorio, perché lui non era consapevole di alcun peccato. Era uno di quegli stimati parroci che son descritti dal romanziere K. V. Rais. Sulla terra aveva tutti i segni buoni di quelle descrizioni: lunghi capelli bianchi, voce tremula di vecchietto, anima di primo ordine, moralmente pura.
Eppure stava da tanti anni nel purgatorio sotto istruttoria.
Negli ultimi tempi gli era compagno un cappellano, che aveva speranza di ottenere una condanna a diecimila anni. Il poveretto aveva guardato per un quarto d’ora le montagne russe, presso l’imbocco, alla mostra del giubileo e, tornato a casa, aveva avuto un infarto.
– Veri merletti di Bruxelles, reverendo, – diceva il povero cappellano al parroco Andrea, la cui anima pura non capiva la differenza tra la sottana semplice e quella dei merletti di Bruxelles.
E gli angeli gli volavano attorno silenziosamente, avevan pena di lui, e gli cantavano belle canzoni sulle parole dei santi padri e gli dicevano:
– Perché non fate il ricorso, reverendo?
E così lui presentò un ricorso scritto.

Illustre Giudizio Universale!
La sottoscritta anima, il parroco Andrea, rivolge l’umilissima preghiera di essere dimesso dal purgatorio e motiva la sua rispettosa domanda con le seguenti ragioni:
a) Il sottoscritto non trova nella sua coscienza nulla che gli potrebbe nuocere. Ha sempre vissuto così com’è scritto nei libri sacri.
b) È del tutto impregiudicato, come può dimostrare il sindaco del villaggio Paluška, che si trova adesso nella caldaia numero 253 nel reparto mite del purgatorio, arredato con ventilatori.
c) Della sua buona condotta e della sua purezza può testimoniare anche il brigadiere dei gendarmi Loukota Giuseppe, vivente adesso in beatitudine in paradiso presso il quinto arganello.
d) Il sottoscritto scoprì una fontanella miracolosa e ne forniva l’acqua gratis agli orfanotrofi e agli istituti di correzione.
e) Studiò con lode, come può testimoniare il direttore del ginnasio Alexius, addetto agli angeli custodi dei ginnasiali nel purgatorio.
f) Il sottoscritto conosce a perfezione il latino, il greco, l’ebraico e l’aramaico.
g) Non ha mai dubitato di niente.
Per queste ragioni prega di essere dimesso dal purgatorio e promette che nel caso di accoglimento della sua umile preghiera, cercherà di dimostrarsi degno di questa fiducia.
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Edizione economica

martedì 7 Maggio 2013

Švejk, Hašek, economico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[ho visto ieri sera che è uscita l’edizione economica di Švejk, rimetto qui un pezzetto che avevo scritto alla fine del 2010, quando il libro era uscito nei Milleni]

La prima volta che ho letto Le vicende del bravo soldato Švejk ero in transiberiana, da Mosca andavo a Vladivostok, sette giorni di treno, avevo preso con me i due volumetti dell’edizione dell’universale economica Feltrinelli che era l’unica in commercio allora (era il 2002), 846 pagine tradotte in parte da Renato Poggioli in parte da Bruno Meriggi e, non è che sul treno ci fosse tanto da fare, avrei voluto che il romanzo durasse di più, anche il doppio, a un certo punto avevo pensato di rileggerlo, poi avevo fatto conoscenza con qualcuno dei miei compagni di viaggio e avevo cominciato a perdere una serie considerevole di partite a scacchi, e a rifiutare una serie considerevole di offerte d’affari (nel campo della moda e della ristorazione, prevalentemente) e a vuotare una serie considerevole di bicchierini di vodka, anche se non bevo, ma in Russia in generale, e in trasiberiana in particolare, per non bere ci vuole una motivazione più seria del fatto di essere astemi, mi sembra, perlomeno a me succede così. Continua a leggere »

Sulle tracce della polizia di stato a Praga

lunedì 13 Agosto 2012

Era il tempo in cui l’imperatore Francesco Giuseppe I doveva venire di nuovo a Praga a battere col martello sulla prima pietra di un nuovo ponte. Nella questione ceca infatti il vecchio monarca s’era specializzato esclusivamente in ponti. Arrivava, batteva sulla pietra e notava: «È interessante che questo ponte porti da una parte all’altra», poi diceva ancora «Oh, che ciòia che siete gèchi» e dopo questa visita l’intero popolo ceco aveva sempre l’impressione che quel vecchio signore avesse la paralisi.
Erano i tempi gloriosi in cui la polizia di Stato di Praga svolgeva una rilevante attività e arrestò nel ristorante Al Due il vecchio suonatore d’armonica storpio Kučera, che circa trent’anni fa, prima di una visita dell’imperatore, se n’era andato a piedi da Praga a Vienna e qui s’era buttato sotto i cavalli del cocchio imperiale per ottenere un’udienza, perché aveva l’idea fissa che gli spettasse una tabaccheria per via di una pallottola italiana che gli aveva spezzato una gamba a Custoza. Invece della tabaccheria si ebbe cinque giorni in base al «Prügelpatent», poi per circa un mese lo tennero in osservazione in una clinica psichiatrica di Vienna e investigarono se teneva corrispondenza con persone sospette d’oltrefrontiera. Quando accertarono che non sapeva scrivere e che era sano e responsabile, lo condussero alla stazione di deportazione e da qui andò poi sotto scorta per la strada comune fino a Praga, dove in ricordo della sua fallita udienza presso l’imperatore compose questa canzone sulla sua armonica:

A Vienna non mi piace nulla,
è un vero manicomio
e un grosso imbroglio,
oh, povero me, povero me…

E per trent’anni suonò e cantò questa canzoncina al Due e ogni volta che l’imperatore doveva arrivare a Praga la polizia di Stato si portava il suonatore Kučera alla “quattro”, in direzione di polizia, sicché la vita di Kučera era una specie di formula matematica e lui aveva l’impressione che l’imperatore Francesco Giuseppe I avesse paura di lui, del vecchio Kučera, e questo lo aiutava sempre a farsi forza nella vita.

[Jaroslav Hašek, Sulle tracce della polizia di stato a Praga, in Racconti, a cura di Sergio Corduas, Milano, Mondadori 2006, pp. 211-212]

Hašek

martedì 26 Giugno 2012

La Storia del partito del progresso moderato nei limiti della legge, di Jaroslav Hašek (traduzione e cura di Sergio Corduas, ed. Sugaman), è uscito adesso anche su Amazon: clic

Discorso elettorale (inizio)

venerdì 13 Aprile 2012

Spettabile pubblico! Elettori!
Dico elettori, e ripeto ancora una volta: elettori! Dovendo pronunciare il mio primo discorso come candidato, il mio sguardo vola al passato, quando Cristoforo Colombo, della cui esistenza molti dubitano, sebbene il nome Colombia mostri dove si debba probabilmente cercare la sua patria, ebbene, mi ricordo che Cristoforo Colombo, mentre si preparava a salpare dalla Spagna per scoprire l’America, qui ritto sul ponte delle sue tre caravelle, proclamò un attimo prima di levare l’ancora: «Con vuote frasi e vuote parole l’America non si scopre».
Stimati elettori! Quel che disse Cristoforo Colombo, lo dico anch’io. E lo dico ancora una volta e ancora più forte: non si scopre.

[Jaroslav Hašek, Storia del partito del progresso moderato nei limiti della legge, traduzione e cura di Sergio Corduas, Cuneo, Sugaman 2012, capitolo 3 (inizio)]

Offerte speciali

mercoledì 11 Aprile 2012

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Mi sembra che sia uscito

mercoledì 11 Aprile 2012

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Come la coda del maiale 2

venerdì 30 Marzo 2012

Nel 1911, un anarchico di Praga che si chiama Jaroslav Hašek, e che diventerà uno dei più grandi scrittori del ventesimo secolo, fa l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da un anarchico, fonda un partito politico. Lo chiama Partito del progresso moderato nei limiti della legge, e si autonomina Unico candiato alle elezioni per il rinnovo del parlamento austroungarico. E fa una vera e propria campagna elettorale, con dei comizi come quelli di tutti gli altri partiti, con la differenza che la prima domanda è gratis, per fare le successive bisogna pagare mezza pinta di birra. Allora, a parte il fatto che questa esperienza è diventata poi un piccolo libro che a me sembra bellissimo, Storia del partito del progresso moderato nei limiti della legge, e che comprende i discorsi che Hašek fece in quella celebre e ingloriosa campagna elettorale (sembra che i voti per il Partito del progresso moderato nei limiti della legge furono 38) e a parte il fatto che questo libro, nella traduzione di Sergio Corduas, sta per ricomparire in italiano dopo trentasette anni di assenza, in ebook, per i tipi di Sugaman (casa editrice nata l’anno scorso e fondata da Alessandro Bonino e da me – sono in palese conflitto d’interessi, mi sembra), a parte questi fatti mi veniva da chiedermi se io sarei disposto a spendere l’equivante di una mezza pinta di birra per fare una domanda a Bersani, per dire, e mi veniva da rispondermi che non lo so mica.

[Uscito oggi su Libero]