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Cosa vediamo?

lunedì 23 febbraio 2015

brodskij, dolore e ragione

Spegniamo bene la luce, o chiudiamo bene gli occhi. Che cosa vediamo? Una portaerei americana nel Pacifico. E ci sono io, là sul ponte, a fare grandi gesti con la mano. Oppure sono al volante della 4Cv. O nella rima «green and yellow basket» della canzone di Ella Fitzgerald. Eccetera, eccetera. Perché un uomo è ciò che ama. Ecco perché l’ama: perché lui ne fa parte. E non l’uomo soltanto. Anche le cose sono così. A Leningrado avevano appena aperto una lavanderia automatica di fabbricazione americana, importata Dio sa da dove, e io ricordo il rombo prodotto dalla macchina quando vi gettai dentro i miei primi blue-jeans. C’era, in quel rombo, la gioia di riconoscersi: tuta la coda umana lo udì. E allora, con gli occhi chiusi, noi riconoscevamo qualcosa di nostro; e laggiù, forse, anche più chiaramente di quanto sia possibile qui dove siamo. E poi, quel che più conta, si è visto che eravamo disposti a pagare per quel sentimento, a pagare molto caro – con il resto della nostra vita. Che è un bel prezzo, d’accordo. Ma non c’era scelta, ogni altra strada sarebbe stata pura e semplice prostituzione. Senza dire che in quei giorni il resto della nostra vita era tutto ciò che avevamo.

[Iosif Brodskij, Trofei di guerra, in Dolore e ragione, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 31]

Il suo carattere fuligginoso e monocromo (e il loro sguardo)

giovedì 20 novembre 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se si è nati in Russia, la nostalgia per una genesi alternativa è inevitabile. Gli anni Trenta erano abbastanza vicini, dal momento che io sono nato nel 1940. Ciò che rendeva il decennio anche più congeniale era il suo carattere fuligginoso e monocromo, dovuto principalmente alla parola stampata e al cinema in bianco e nero: il mio Paese natale aveva la stessa sfumatura e la mantenne per parecchio tempo, anche dopo l’invasione della Kodak. MacNeice, Auden e Spender – li nomino nell’ordine in cui li scoprii – mi fecero sentire subito a casa. Non fu la loro visione morale, dato che il mio nemico, credo, era più terribile e onnipresente del loro; fu la loro poesia. Mi liberò dai ceppi: soprattutto da quelli dei metri e delle strofe. Dopo Bagpipe Music, il buon vecchio tetrametro legato in quartine sembrò – se non altro all’inizio – meno allettante. Ciò che poi trovavo straordinariamente attraente era la capacità, comune a tutti loro, di gettare uno sguardo sconcertato su quanto è usuale.

[Iosif Brodskij, Il miagolio di un gatto, in Profilo di Clio, a cura di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 273]

Se mai

mercoledì 13 agosto 2014

Fuga da Bisanzio, Brodskij

 

 

 

 

 

 

 

 

Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene.

 

[Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Adelphi, Milano 2008 (8), p. 107]

Con sentenza definitiva

lunedì 14 luglio 2014

A pensarci, è stranissimo, ma Tolstoj, Dostoevskij, Brodskij, Charms, Chlebnikov, Erofeev, oltre a Spinoza e a Giordano Bruno, e a Balzac, e a Puškin, anche, e anche a Lermontov, credo, e a Anna Achmatova, e a Mandel’štam, e a Sinjavskij, ecco loro, son tutti condannati con sentenza definitiva, e io, però, non mi stanco di leggerli, e se dovessi scegliere se smettere di leggere i condannati con sentenza definitiva o i non condannati con sentenza definitiva, io, non lo so, di preciso, ma credo che smetterei di leggere i non condannati con sentenza definitiva.

Un bel discorso da fare a dei laureandi

giovedì 29 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In breve, ricchi o poveri, prima o poi sarete afflitti da questa inutilità del tempo.
Voi, potenziali possidenti, sarete annoiati dal vostro lavoro, dagli amici, da mariti, mogli, o amanti, dalla vista che si gode dalla finestra di casa vostra, dai mobili o dalla tappezzeria della vostra stanza, dai vostri pensieri, da voi stessi. Di conseguenza, cercherete vie di fuga. A parte gli strumenti di autogratificazione sopra menzionati, forse comincerete a cambiare lavoro, residenza, amicizie, paese, clima; forse vi darete alla promiscuità sessuale, all’alcol, ai viaggi, alle lezioni di cucina, alle droghe, alla psicoanalisi.
Di fatto, potreste mettere insieme tutte queste cose; e per un po’ la combinazione potrebbe funzionare. Fino al giorno in cui, naturalmente, vi sveglierete nella vostra stanza con una nuova famiglia e una diversa tappezzeria, in un altro Stato, in un altro clima, con un mucchio di conti da pagare al vostro agente di viaggi o allo psicanalista, eppure con la stessa vieta sensazione nei confronti della luce del giorno che si diffonde alla finestra. E vi infilerete le pantofole solo per scoprire che quelle non sono le calzature più adatte per fuggire da quanto riconoscete come familiare. E a seconda del temperamento, o dell’età, vi lascerete prendere dal panico o vi rassegnerete alla dimestichezza con quella sensazione, oppure, una volta di più, passerete attraverso la trafila del cambiamento.
Nevrosi e depressione entreranno a far parte del vostro vocabolario quanto le pillole del vostro armadietto dei medicinali.

[Iosif Brodskij, Elogio della noia (discorso per la cerimonia del conferimento dei diplomi di laurea al Darmouth College nel luglio dl 1989), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 101]

E

martedì 27 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sforzatevi di non prestare attenzione a quelli che cercano di rendervi la vita infelice.

[Iosif Brodskij, Discorso allo stadio (Discorso pronunciato in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan, Ann Arbor, 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 93]

Il mondo

martedì 27 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mondo in cui vi accingete a entrare ed esistere non ha una buona reputazione.

[Iosif Brodskij, Discorso allo stadio (Discorso pronunciato in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan, Ann Arbor, 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 93]

La cosa che di sicuro capiterà al mondo

sabato 24 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 
La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo è di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onestà l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alle luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire, prendervi cura voi del mondo.

[Iosif Brodskij, Discorso allo stadio (Discorso pronunciato in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan, Ann Arbor, 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), pp. 89-90]

Allo stesso modo

sabato 24 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Ora, e nel tempo a venire, penso che trarrete grande profitto dalla precisione del vostro linguaggio. Cercate di costruire e curare il vostro vocabolario allo stesso modo in cui curerete il vostro conto in banca.

[Iosif Brodskij, Discorso allo stadio (Discorso pronunciato in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan, Ann Arbor, 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 88]

La miglior difesa

venerdì 2 maggio 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’idea di una fiera del libro nella città dove, cent’anni fa, Nietzsche perse la ragione ha, a suo modo, una curiosa circolarità. Un «nastro di Möbius» (comunemente noto come circolo vizioso), per essere precisi, visto che diversi stand di questa Fiera del libro sono occupati dalle opere scelte o dalle edizioni integrali del grande tedesco. In generale, l’infinità è un aspetto abbastanza tangibile del mestiere editoriale, non fosse altro perché estende l’esistenza di un autore defunto oltre i limiti da lui stesso immaginati, o fornisce all’autore vivente un futuro che tutti noi preferiamo considerare infinito.
Tutto considerato, i libri sono in effetti meno limitati delle persone. Anche i peggiori sopravvivono ai loro autori – principalmente perché occupano uno spazio fisico minore di coloro che li hanno scritti. Nella maggior parte dei casi stanno sugli scaffali ad assorbire polvere molto tempo dopo che lo scrittore stesso si è ridotto a una manciata di polvere. Eppure, persino questa forma di vita futura è migliore della memoria di pochi parenti superstiti o di amici sui quali non si può far conto, e spesso è precisamente la voglia di questa dimensione postuma a mettere in moto la penna dello scrittore.
Pertanto, quando prendiamo e rigiriamo tra le mani questi oggetti rettangolari – in ottavo, in quarto, in dodicesimo e così via –, non siamo poi troppo lontani dal vero immaginando di accarezzare, per così dire, le urne reali o potenziali delle nostre ceneri rispedite al punto di partenza. Dopo tutto, ciò che entra nella composizione di un libro – sia esso un romanzo, un trattato filosofico, una raccolta di poesie, una biografia o un giallo – è, in ultima analisi, la vita, e quella sola, di un uomo: buona o cattiva, ma comunque limitata. Chi ha detto che filosofeggiare è un esercizio di preparazione alla morte aveva ragione sotto molti punti di vista, perché nessuno ringiovanisce, scrivendo un libro.
Né si ringiovanisce leggendolo. Dato che questo è un fatto, la nostra preferenza naturale dovrebbe andare ai buoni libri. Il paradosso, però, sta nel fatto che in letteratura, come in quasi ogni altro campo, il «bello» non è una categoria autonoma: si definisce distinguendolo dal «brutto». Non solo. Per scrivere un buon libro, uno scrittore deve leggere un bel po’ di spazzatura, altrimenti non sarà in grado di sviluppare la necessaria capacità critica. Questo potrebbe costituire la miglior difesa della cattiva letteratura nel giorno del Giudizio; e questa è anche la raison d’être della cerimonia cui prendiamo parte oggi.

[Iosif Brodskij, Come leggere un libro (Intervento pronunciato all’inaugurazione del primo Salone del libri di Torino, nel maggio del 1988), in Profilo di Clio, traduzione di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), pp. 77-78]