Scuola elementare.

Non sapere cosa farci

lunedì 8 ottobre 2018

L’altroieri, intanto che andavo a presentare La grande Russia portatile a Formigine, mi è venuto in mente di una volta che una ragazza russa, di venticinque anni circa, che faceva la maestra a Mosca, mi ha raccontato che, quando faceva le elementari, erano andati, con la sua classe, in gita in Ungheria, in corriera, e che era stata una bella gita ma che quando, al ritorno, la corriera aveva rimesso le ruote sul suolo russo, lei e tutte le sue compagne di classe erano scoppiate a piangere; una corriera intera che piangeva perché era tornata nella madrepatria.
Adesso io, il patriottismo, a me non piace, in astratto, però questo racconto a me, allora, mi aveva commosso, e adesso, mi commuove ancora, non so cosa farci.

Una ipotesi

domenica 7 ottobre 2018

Quest’estate ho parlato con un giornalista del Foglio che mi ha detto che, dopo che il portavoce del presidente del consiglio ha chiesto, a un giornalista del Foglio, «Quando chiudete cosa fai?», o qualcosa del genere, Il foglio, per un po’, ha venduto molto di più e ha fatto molti più abbonamenti.
E adesso che il ministro del lavoro ha detto che i periodici del gruppo L’espresso sono morti e che, tra poco, chiuderanno, o qualcosa del genere, io credo che succederà la stessa cosa, che i periodici del gruppo L’Espresso, per un po’, venderanno molto di più e faranno molti più abbonamenti, credo.
Quindi, il ministro del lavoro, a rigore, ha fatto il suo mestiere, ha garantito, per un po’, che dei posti di lavoro a rischio siano, come dire, puntellati. Non capisco tutte queste critiche. Buongiorno.

Economia

domenica 7 ottobre 2018

Nei Magri Anni Trenta,
i giovani vendevano
per un pasto abbondante il loro corpo.

Nei Ricchi Anni Sessanta
lo facevano ancora:
per onorare i Pagamenti a Rate.

[W. H. Auden, Grazie, nebbia, traduzione di Alessandro Gallenzi, Milano, Adelphi 2011, p. 51]

Lo sport

sabato 6 ottobre 2018

Dello sport, del pugilato, per esempio, dicono che toglie i ragazzi dalla strada, ecco, io, che non sono un ragazzo, ho l’impressione di avere bisogno di qualcosa che mi tolga dalla casa, anche uno sport, ma anche un po’ di delinquenza, minima, un piccolo spaccio di sostanze vietate, qualcosa, che non ne posso più, di uscire soltanto per correre, per fare la spesa e per andare a lavorare. Intanto comunque buongiorno.

I misteri dell’etrusco

sabato 6 ottobre 2018

Qualche anno fa, il periodo che mia figlia faceva le elementari, quando andavo a prenderla a scuola, al lunedì, arrivavo di solito un quarto d’ora prima e c’erano sempre due o tre genitori di bambini che facevano le elementari con mia figlia che parlavano delle partite del campionato di calcio del giorno prima e io mi mettevo a ascoltare e mi stupivo della cura e dell’attenzione con le quali questi genitori avevano seguito la giornata di campionato, della profondità dell’analisi tecnica, tattica, strategica e psicologica e degli sviluppi che lì, nel cortile della scuola Armandi Avogli, a Bologna, sembravano certi, inevitabili, in virtù del tono quasi scientifico di quelle conversazioni che sentivo e che si ripetevano, pensavo, tutti i lunedì all’uscita di tutte le scuole di tutt’Italia, e mi ero detto che, se una parte anche minima di questa intelligenza e di questa capacità di analisi fosse dirottata, per dire, sullo studio della lingua etrusca, probabilmente nel periodo di tempo corrispondente a un girone di ritorno si sarebbe trovata la risposta a molti misteri che, credo, da secoli tormentano i linguisti di mezzo mondo. Adesso, son passati quattro anni, mia figlia fa lo scientifico e io, in questi quattro anni, non ho dato nessun significativo contributo allo studio della lingua etrusca, mi sono invece rimesso a seguire con una certa continuità il campionato di calcio. La scusa è un libro che sto provando a scrivere, ma il motivo vero credo che sia che, a me, il calcio piace più della lingua etrusca; ho dei gusti così, un po’ alla buona, nonostante ogni tanto me ne dimentichi, e la nuova serie di pezzi che scriverò per La verità, è una serie che parla delle partite di calcio più belle che ho visto nella mia vita, e son proprio curioso di vedere cosa salterà fuori e comincio da una partita che ho visto male e che è finita in un modo orribile, per me. Io, essendo nato a Parma, io tengo per il Parma, e ho cominciato a tenere per il Parma nel 1970, quando avevo sei anni e il Parma giocava in serie D, nel girone B, e i suoi principali avversari erano il Crema, la Gallaratese, la Pergolettese e la Cremonese.
Ho cominciato a andare allo stadio qualche anno dopo, quando il Parma era in serie C, e i ricordi più vividi, della mia esperienza di tifoso del Parma, hanno a che fare col freddo. Ho preso tanto di quel freddo, allo stadio Tardini di Parma, e ho l’impressione che, nei miei periodici riavvicinamenti al calcio, oltre al fatto che mi piace, c’entri anche il desiderio di dare un senso a tutto quel freddo e a quella nebbia e a tutte quelle sconfitte, perché io, devo dire, ho elaborato una teoria che a me sembra che, il senso del calcio, non sia vincere, ma perdere. Perché vincere, io mi ricordo l’Italia, i mondiali, le due volte che ha vinto, la gente sopra le macchine, con le bandiere, con le facce pitturate di blu, o di tricolore, a gridare, a suonare il clacson, a bere, non so, io non lo capisco tanto bene, che gusto c’è, a vincere. Secondo me, mi sbaglierò, ma quando perdi, magari quattro a zero, o cinque a uno, e nell’andare a casa guardi per terra e vedi tutte le foglie, tutte le crepe che ci son sull’asfalto e ti vien da pensare a tutto quello che non va mica bene nella tua vita, a tutte le cose che ti eri ripromesso che le facevi e poi non le hai fatte, tutto il freddo che hai preso, ecco, quei momenti lì, che te ti chiedi «Ma che vita sto facendo?», secondo me son momenti che hanno più senso, di quando sei in centro, imbottigliato sopra una macchina, che canti l’inno nazionale con una bandiera in mano e la faccia dipinta di blu, o di tricolore. Il tennista Andre Agassi, in un libro che si intitola Open, racconta cos’ha pensato dopo che ha vinto il primo Wimbledon della sua vita (la traduzione è di Giuliana Lupi): «Ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente». Ciò detto, io non parlerò solo di partite del Parma, e non parlerò solo di sconfitte, e la partita da cui voglio cominciare è una partita del Parma ma non è una partita in cui il Parma ha perso. No. Ha vinto. Però non ha vinto. Una partita strana. Era il febbraio del 1985, quell’anno il Parma giocava in serie B e quel giorno era ultimo in classifica, e giocava contro il Bari, che era secondo in classifica, e apparteneva a Matarrese, che era il fratello del Matarrese che era presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, se non ricordo male, e quando avevan cominciato a giocare, Parma e Bari, il Parma dopo un po’ aveva fatto gol (Pin), poi era finito il primo tempo, era scesa un po’ di nebbia, io ero in curva nord, non si vedeva tanto bene dall’altra parte, si sentiva però, e a un certo punto si era sentito gridare, e dopo qualche secondo era arrivata la notizia che il Parma aveva fatto il secondo gol (Lombardi), e dopo un po’ si era sentito gridare, e dopo qualche secondo si era sparsa la notizia che il Parma aveva fatto il terzo gol (Berti), e dopo un po’, si era sentito gridare ancora, e tutti avevamo pensato che il Parma aveva fatto il quarto gol invece dopo qualche secondo si era sparsa la notizia che l’arbitro, Pezzella da Frattamaggiore, aveva sospeso la partita all’ottantasettesimo, a tre minuti dalla fine, per nebbia. Allora noi, che eravamo in curva, eravamo scesi dalla curva ma non eravamo andati a casa, eravamo rimasti nel piazzale a vedere cosa succedeva. Io mi ero messo a parlare con un poliziotto gli avevo detto «Ma secondo lei, è normale fare delle cose del genere?». E lui, che era un signore pelato, che mi sembrava pacato, ragionevole, ha scosso la testa ha detto qualcosa del tipo «Lascia perdere». Poi, tutto d’un tratto, deve aver ricevuto un ordine, ha abbassato il casco, mi ha detto «Vai via». Io, non davo fastidio a nessuno gli ho detto «No, non vado via, non do fastidio a nessuno». Lui mi ha detto «Vai via». Io gli ho detto «No, non vado via». Lui ha afferrato il manganello, mi ha dato una manganellata di punta sulla pancia. Io, sono andato via. E nell’andare via pensavo Che cose interessanti succedono, allo stadio Tardini di Parma, e ero quasi contento. La partita l’hanno rifatta la settimana dopo, ha vinto il Parma uno a zero (gol di Facchini). Ecco. Alla prossima.

[Uscito ieri sulla Verità]

Un travestimento

venerdì 5 ottobre 2018

Šklovskij, Viaggio sentimentale

Arrivato a Mosca, poiché le notizie sugli arresti risultarono esatte, decisi di andarmene in Ucraina. A Mosca mi rubarono il denaro e i documenti mentre stavo comprendo la tintura per i capelli. Per tingermi andai a in casa d’un amico che non si occupava di politica e venni fuori color lilla. Ridevano tutti, dovetti raparmi. Non potevo pernottare dall’amico, andai da un altro che mi chiuse a chiave nell’archivio dicendo: «Se stanotte vengono a perquisire, fruscia e di’ che sei carta».

[Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale, traduzione di Maria Olsoufieva, Milano, SE 1991, p. 182]

Cose che mi piacciono

venerdì 5 ottobre 2018

Quando comincia la stagione delle mele renette.

La cosa peggiore che poteva fare

venerdì 5 ottobre 2018

Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol'

Puškin avrebbe semplicemente sfoderato i luccicanti denti da negro in una bonaria risata – per poi volgersi al manoscritto incompleto del suo capolavoro di turno. Gogol’ fece ciò che aveva fatto dopo il fiasco di Kuechelgarten: fuggì, o piuttosto scivolò via, verso terre straniere.
Fece anche qualcos’altro. Fece la cosa peggiore che uno scrittore potesse fare in quelle circostanze: cominciò a spiegare a mezzo stampa i punti del suo lavoro che i critici avevano o trascurato o rivolto contro di lui. Gogol’, essendo Gogol’ e vivendo in un mondo a specchio, aveva la speciale abilità di pianificare per intero le proprie opere dopo averle scritte e pubblicate. E così fece con Il revisore. Vi aggiunse una sorta di epilogo in cui spiegava che il vero Revisore che si profila di lontano alla fine dell’ultimo atto è la Coscienza dell’Uomo, mentre gli altri personaggi sono le Passioni che albergano nelle nostre Anime. In altre parole, si doveva credere che queste passioni erano simboleggiate da funzionari di provincia e che la Coscienza più elevata era simboleggiata dal Governo.

[Vladimir Nabokov, Nikolaj Gogol’, a cura di Cinzia De Lotto e Susanna Zinato, Milano, Adelphi 2014, p. 62]

Storie e allegrie

giovedì 4 ottobre 2018

Un mio amico, il giorno che è morto Aznavour, mi ha mandato un sms con una frase che Aznavour aveva detto in un’intervista del 2014: «La gente felice non ha storia. Solo gli infelici hanno una storia».
Ecco oggi, in Italia, io devo dire che mi sento in mezzo a un sacco di storie.
Come sempre, si potrebbe pensare, invece secondo me no.
Perché c’è stato un periodo, gli anni ottanta, che di storie mi sembra ce ne fossero meno; era il periodo che Sciascia scriveva: «Voglio quel che non c’è mai stato e che evidentemente non c’è; e che così continuando si fa meta sempre più lontana. Il che mi fa ancora e sempre apparire come un pessimista: e pare non sia permesso esserlo nemmeno di fronte al pessimo. Allegria, allegria».

Bismark (in confronto con Puškin)

giovedì 4 ottobre 2018

È difficile parlare di Puškin a qualcuno che di lui non sa niente. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande, di Puškin. E Bismark, in confronto con Puškin, non vale niente. E Alessandro primo e secondo, e terzo, in confronto con Puškin sono delle vesciche. Tutti, in confronto con Puškin, sono delle vesciche, solo in confronto con Gogol’, lo stesso Puškin è una vescica.
E allora, anziché scriver di Puškin, è meglio se scrivo di Gogol’.
Anche se Gogol’ è tanto grande, che di lui non si può scrivere niente, pertanto scrivo di Puškin.
Ma dopo Gogol’, scrivere di Puškin vien quasi vergogna. E di Gogol’ scrivere non si può. Allora è meglio se non scrivo niente di nessuno.

[scuola media inferiore di Puškin e Gogol’: a Bologna: clic, a Milano: clic]