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Scuola elementare.

Certe notti

domenica 19 febbraio 2017

Io ci sono delle notti che non scrivo sul sito, alle 00:02 di notte, allora la mattina qualcuno mi scrive che pensa che sto male, non è che sto male, è che ho sonno, certe notti, quando torno a casa in bicicletta, che io giro in bicicletta quando giro.

La mania della pittura

sabato 18 febbraio 2017

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Faccio qualcosa di male?
Per la pittura ero disposta a tagliarmi le orecchie come Van Gogh. La vita era per me importante ma la pittura ancora di più. Io mi lascio prendere dall’istinto, come le bestie. Mi ero presa un po’ di libertà in casa. Se non pulisco oggi pulisco domani. Ma devo stare sempre molto attenta. Sai quanti arrosti ho bruciato?

[Fiorentina de Fraia, La mania della pittura, in Alfredo Gianolio, Vite sbobinate e altre vite, Macerata, Quodlibet 2013, p.154]

I giovani

venerdì 17 febbraio 2017

Quand’ero giovane, che sentivo per radio qualcuno per radio che diceva I giovani mi veniva un nervoso.
Adesso che non sono più giovane, che sento qualcuno par radio che dice I giovani mi viene un nervoso.
Uguale.

Un’altra crisi

venerdì 17 febbraio 2017

A un mio amico che mi ha chiesto come mai non ho parlato anche di altri politici, di una parte politica anche importate, che ha governato il paese per tanti anni, ha detto.
«Non so, per esempio, – mi ha detto quel mio amico, –  ».
«Oppure, – mi ha detto poi dopo, – ».
«Oppure, – mi ha detto alla fine, –  ». E io gli ho risposto che non ne ho parlato perché a me sembra che, quei politici lì, non esistono mica.
E non esiste neanche quel mio amico che mi ha chiesto come mai non cito anche altri politici, me lo sono inventato perché mi sembrava che si dovesse precisare questa cosa e allora mi sono inventato un amico che non ce l’ho che io, di amici, in generale, ci son dei momenti che mi sembra di non averne neanche uno, di amici, la crisi dell’amicizia, in un certo senso.

[La strategia della crisi, in preparazione]

I genitori posso[no] essere considerati delle persone?

venerdì 17 febbraio 2017

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I genitori posso[no] essere considerati delle persone? Io ne ho sempre dubitato. I genitori sono negativi non sviluppati. Tra tutti coloro che incontriamo nella vita sono quelli che conosciamo peggio, proprio perché non li incontriamo; l’iniziativa fin dall’origine è già stata presa dagli «avi»: sono loro che vengono incontro a noi. Il cordone ombelicale non è stato tagliato, loro sono parte di noi esattamente nella stessa misura in cui ci è impossibile capirli. Il collasso della conoscenza è assicurato. Il resto sono congetture. Abbiamo paura di vedere il loro corpo e di guardarli nell’anima. Loro per noi non si trasformano mai in persone, rimangono per sempre un susseguirsi di impressioni che non hanno un origine, dei mutevoli spauracchi-miraggi.

[Viktor Erofeev, Il buon Stalin, traduzione di Luciana Montagnani, Torino, Einaudi 2008, pp. 3-4]

Per chi suona la campana

giovedì 16 febbraio 2017

Mi occupo di cose minuscole, nella convalescenza, dare indietro le cose prese in prestito, una borsina della spesa, fare la raccolta differenziata, conferire il vetro nell’apposita campana, di colore verde, ce ne sono quattro, intorno a casa mia.

La caloscia

giovedì 16 febbraio 2017

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Certo, perdere una caloscia in tram è una cosa che può succedere.
Soprattutto se ti spingono di fianco e da dietro un delinquente ti mette un piede sul tallone, e ecco, hai perso la caloscia.
A perdere una caloscia non ci vuole niente.
A me l’avevano sfilata in un attimo. Si può dire che non avevo fatto in tempo a dire «Ahi».
Ero entrato sul tram con due calosce al loro posto. E ero uscito dal tram, avevo guardato, una caloscia era al suo posto, sul piede. L’altra no. Lo stivale c’era. E la calza, avevo guardato, c’era. E i mutandoni, c’erano anche loro. Ma la caloscia no.
Non è che mi ero messo a correr dietro al tram.
Avevo preso la caloscia rimasta, l’avevo arrotolata in un giornale e via andare.
Dopo il lavoro, avevo pensato, mi metterò a cercarla. Non è una cosa che sparisce nel nulla. Da qualche parte sarà andata a finire.
Dopo il lavoro avevo cominciato a cercare. Prima di tutto, avevo chiesto a un mio conoscente che faceva il tramviere.
E lui mi aveva rassicurato così:
– Ringrazia che l’hai persa in tram, – mi aveva detto. – In un altro luogo pubblico non garantisco, ma perdere qualcosa in tram è come vincere alla lotteria. Noi abbiamo un deposito per gli oggetti smarriti. Vai e la riprendi. Come vincere alla lotteria.
– Be’, – gli avevo detto io, – grazie. Mi hai proprio tolto un peso. Per via che è una caloscia quasi nuova. Son solo tre stagioni che la porto.
Il giorno dopo ero andato al deposito.
– Non posso, ragazzi, avere indietro la mia caloscia? Me l’han sfilata in tram.
– Certo che può, – mi avevan detto. – Che caloscia è?
– Una caloscia – avevo detto io, – normale. Numero dodici.
– Del numero dodici, – avevan detto loro, – ne abbiam dodicimila. Che caratteristiche ha?
– Le caratteristiche – avevo detto io, – son poi le solite. Il tallone è tutto sfilacciato e la fodera interna non c’è più, s’è consumata.
– Di calosce così ne abbiamo forse più di mille. Non ha dei segni particolari?
– Dei segni particolari, – avevo detto io, – ce li ha. La mascherina è quasi tuta staccata, si tiene appena. E il tacco non c’è quasi più. Si è consumato, il tacco. E i fianchi, – avevo detto, – tengono ancora botta, per il momento reggono.
– Siediti qui, – mi avevan detto, – adesso guardiamo.
E poi, d’un tratto, mi avevan portato la mia caloscia.
E io ero così contento. Mi ero commosso, proprio.
– Ecco, – avevo pensato, – un apparato che funziona come si deve. E che persone impegnate, avevo pensato, come si sono dati da fare per una caloscia.
– Grazie, – gli avevo detto – amici, fino alla morte. Presto, datemela. Che me la metto. Grazie ancora.
– No, – mi avevan detto loro, – caro compagno, non possiamo dargliela. Noi – mi avevan detto, – come facciamo a sapere che è stato proprio lei a perderla?
– Ma perché sono stato io, che l’ho persa. Posso darvi la mia parola d’onore. –
Loro mi avevan detto: – Le crediamo e la capiamo perfettamente, e è molto verosimile che sia stato proprio lei a perdere questa caloscia. Ma non possiamo dargliela. Ci porti una dichiarazione che attesta che è stato proprio lei a perdere la caloscia. La faccia autenticare dalla amministrazione del condominio e allora, senza lungaggini inutili, le daremo quello che ha perso per legge.
Io gli avevo detto: – Ragazzi, – avevo detto, – compagni, all’amministrazione del condominio non lo sanno, che io ho perso la caloscia: può darsi che non me lo danno, un certificato del genere.
Loro mi avevan detto: – Glielo danno, glielo devon dare, cosa servono a fare se no?
Avevo guardato un’ultima volta la caloscia e ero uscito. Il giorno dopo ero andato dal presidente del mio condominio e gli avevo detto: – Fammi un certificato che ho perso la caloscia.
– Ma è vero, – mi aveva detto lui – che l’hai persa? O ci prendi in giro? Forse vuoi solo accaparrarti un oggetto di largo consumo.
– Accidenti, – avevo detto io, – se l’ho persa!
Lui mi aveva detto – Capisci che non posso fidarmi solo della tua parola. Se ti mi porti una dichiarazione dal deposito dei tram che dichiara che tu hai perso la caloscia, allora io posso farti il certificato. Ma senza niente non posso.
Io gli avevo detto – Ma sono loro che mi han mandato da te.
Lui mi aveva detto – Allora scrivimela tu una dichiarazione.
Io gli avevo detto – E cosa devo scriverci?
Lui mi aveva detto – Scrivici: il tal giorno ho perso una caloscia. Eccetera. Mi impegno, scrivi, a non lasciare la città fino a che la questione non sarà chiarita.
Avevo scritto la dichiarazione. Il giorno dopo avevo mi avevan rilasciato il certificato ufficiale. Con quel certificato ero andato al deposito. E lì, immaginatevi un po’, senza far neanche una piega e senza tante lungaggini burocratiche mi avevan dato la mia caloscia. Mi ero appena infilato la caloscia, che mi ero sentito invadere dalla commozione. Ecco, avevo pensato, come si lavora! In che altro posto al mondo avrebbero perso tanto tempo per la mia caloscia? L’avrebbero buttata via e basta. Qui, invece, ti dai da fare per un po’ meno di una settimana, e te la danno indietro. Peccato solo che in questa settimana, intanto che mi davo da fare avevo perso la prima caloscia. L’avevo tenuta sempre sotto l’ascella, dentro un foglio di giornale e non mi ricordo dove l’avevo lasciata. Ma la cosa grave, era che non l’avevo persa in tram. Era un disastro, non averla persa in tram. Dove potevo cercarla? Però l’altra caloscia ce l’avevo. L’avevo messa sul comò. Se mi veniva la malinconia, guardavo la mia caloscia e mi sentivo l’animo leggero e comprensivo. Ecco, pensavo, come funziona bene la burocrazia! La conservo per ricordo, questa caloscia. Che i posteri, un giorno, possano ammirarla.

[Michail Zoščenko, Izbrannoe v 2-ch tomach (Opere scelte in due volumi), Mosca, Chud. Lit. 1978]

Venedikt Erofeev

mercoledì 15 febbraio 2017

e sono nato con la camicia di forza

[Venedikt Erofeev, Bespoleznoe iskopaemoe, Moskva, Vagrius 2001, p. 151]

Ormai

mercoledì 15 febbraio 2017

Oggi ho anche messo fuori il bidoncino dell’umido, vuol dire che sto quasi bene, ormai.

Ci erano quasi rimasti male

martedì 14 febbraio 2017

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Per esempio, abbiamo un’intervista in cui Totò parla della comicità come di un sale che «frizza sulle piaghe» del pubblico, e dell’attore comico come di un «giudice istruttore» e persino di un carnefice; in un’altra, dice di voler far «patire di piacere» gli spettatori. È come se ci fosse sempre un fondo di inquietudine nella sua comicità, le risate che suscita non sono mai consolatorie. I vari De Feo, Franci, Ramperti che lo avevano visto a teatro, ancora molti anni dopo ricordavano l’impatto della prima volta: dicevano d’esserci quasi rimasti male, perché si aspettavano di ridere e invece si trovavano davanti un’apparizione spettrale.

[Totò, un comico per tutte le stagioni, intervista di Gabriele Gimmelli a Alberto Anile, da doppiozero (clic) l’immagine è di Umberto Onorato]