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Scuola elementare.

Diario pietroburghese 2018

lunedì 16 luglio 2018

Anche quest’anno, la prima cosa che ho visto, a Pietroburgo, è un ristorante di una catena di ristoranti italiani che si chiamano Il Patio, che son ristoranti che i russi pensano che in Italia sian molto diffusi ma che in Italia io non ho mai visto, e anche quest’anno mi son ricordato che i russi, negli anni novanta, non so come mai, erano convinti che gli italiani pasteggiassero con l’amaretto di Saronno, e se uno voleva fare, dall’Italia, un regalo a un russo che voleva esser sicuro che gli sarebbe piaciuto, se gli portava una bottiglia di Amaretto di Saronno era tranquillo che andava bene.
E mi son ricordato di quando sono arrivato a Mosca, la prima volta, nell’aprile del 1991, che erano gli ultimi mesi della perestrojka, che sarebbe finita nell’agosto di quell’anno con l’arresto di Gorbačëv, e, in giro per la città, si vedevano i primi negozi privati, eran dei chioschi che vendevano un po’ di tutto e, tra le altre cose, c’erano della bottiglie di Amaretto di Milano, di Amaretto di Verona, che in Italia non avevo mai visto e che non avrei mai più rivisto, credo fossero prodotti a Tula, o a Kaluga, da qualche parte nella provincia russa chissà com’eran buoni.
Anche quest’anno, come l’anno scorso, per il momento.

Prima di partire

lunedì 16 luglio 2018

Non so perché, ma prima di partire per la Russia non dormo mai. Come quando dovevo dare un esame, solo senza niente da studiare, senza voti da prendere, così, gratis.

Ooooooo

domenica 15 luglio 2018

Domani vado in Russia allora bisogna sentire questa canzone qua: Clic

Una nave

domenica 15 luglio 2018

Tutti, per radio, in questi giorni, parlavano della nave Diciotti, e io pensavo che fosse la nave di don Luigi Ciotti, “Come mai ha comprato una nave?”, mi chiedevo. Dopo l’ho visto scritto, Diciotti, tutto attaccato. Aah. Mi sembrava.

Sto scrivendo un discorso

sabato 14 luglio 2018

Sto finendo di scrivere il discorso che devo fare domani al Paolo Pini, e ho appena scritto che, può sembrare stranissimo, per me la letteratura russa è lo strumento per aprire tutte le scatole, che, non ci avevo mai pensato, secondo me è proprio così.

Altri disastri

sabato 14 luglio 2018

Io comunque sono una figura stupefacente, anche se non mi piace molto parlarne.

[È quasi esaurito Disastri, di Charms, stiamo per lavorare a una nuova edizione rivista e con un po’ di roba in più, forse]

Ogni tanto

sabato 14 luglio 2018

Niente, ogni tanto ho voglia di scrivere qualcosa dal telefono.

[scritto dal telefono]

I buoni e i cattivi

sabato 14 luglio 2018

Una delle cose più difficili, secondo me, per uno che scrive un romanzo, è descrivere un personaggio cattivo. Il cattivo, del libro, bisogna essere bravi, a farlo saltar fuori. Perché non puoi dire semplicemente che è cattivo, sarebbe troppo facile, devi farlo agire in un modo che sia poi il lettore, che vedendolo agire così pensi “Accidenti, com’è cattivo, questo”.
L’unica cosa forse più difficile, di descrivere un personaggio cattivo, è descrivere un personaggio buono. Anche lui, non puoi dire semplicemente che è buono, devi farlo agire in un modo che sia poi il lettore che pensi “Accidenti, com’è buono, questo”.
Mi viene in mente un esempio che ha a che fare con il giornalismo e con la religione.
Io, per un certo periodo, appena preso il diploma, prima ancora di fare l’università, tra l’ottantasette e l’ottantotto, ho lavorato in Iraq, a Baghdad, quando c’era al potere Saddam Hussein.
Una volta, qualche tempo fa, una signora che era stata in Iran, quando mi ha detto che lei era stata in Iran, e io le ho detto che per un po’ avevo vissuto in Iraq, lei m’aveva detto «Be’, in Iraq dev’essere un po’ pericoloso», e io le avevo detto «Ma no, allora c’era Saddam Hussein si stava bene». Dopo mi ero fermato avevo pensato «Ma cosa dici?».
Che il tempo fa delle cose stranissime, alla realtà, e io all’epoca non l’avrei mai detto, che si stava bene, in Iraq, che allora, quando ci abitavo io, in Iraq, 1987-1988, tutto il paese era coperto di gigantografie di Saddam Hussein ne parlavano tutti bene, se ne parlavi male c’era la pena di morte, in Iraq, che allora era alleato con l’occidente anche in occidente non ne parlavano male, di Saddam Hussein, è stato dopo.
Quando tipo quindici anni dopo l’occidente stava per scatenare la seconda tempesta nel deserto, come han chiamato la seconda missione di pace da cui poi è saltata fuori la guerra in Iraq, è stato allora che Saddam Hussein è diventato un nemico ed è stato il momento che in Italia era uscito un libro su Saddam Hussein che io, forse per il fatto che in Iraq ci avevo vissuto, l’avevo comprato e avevo cominciato anche a leggerlo.
Questo libro era stato scritto da un giornalista arabo che viveva in Italia e era una biografia molto dettagliata che cominciava fin dall’infanzia e diceva che la mamma di Saddam Hussein come mestiere faceva la puttana, e che lei suo figlio non l’avrebbe neanche voluto per quello l’aveva chiamato Saddam che significava Maledetto e effettivamente, diceva questo giornalista che poi avrebbe fatto carriera sarebbe diventato vicedirettore ad personam di un importante quotidiano italiano, e poi dopo si sarebbe anche convertito al cattolicesimo in mondovisione, questo giornalista scriveva che, effettivamente, con un nome del genere, Maledetto, era venuto poi fuori un bambino così cattivo che fin da piccolo quando andava alle elementari lui rubava le merendine ai suoi compagni di classe, e se i suoi compagni di classe se ne accorgevano e le rivolevano indietro lui le buttava per terra e poi le pestava coi piedi così non le poteva mangiare nessuno, diceva questo futuro vicedirettore ad personam convertendo in mondovisione che avrebbe poi anche fondato un movimento politico e che queste cose le scriveva in un libro pubblicato da un’importante, rispettata casa editrice italiana, che io mi ricordo che avevo pensato che non avrei mai detto, che si potessero pubblicare delle cose del genere, invece si potevano pubblicare, si vede.
Quando avevo letto quella cosa di Saddam Hussein e delle merendine, avevo finito l’università, avevo già cominciato a scriver dei libri, mi era venuta in mente una mia amica che, quando facevo l’università, aveva un fratello devoto a Sai Baba, e questo fratello, di quella mia amica, aveva insistito perché io vedessi un film sulla vita di Sai Baba.
Un documentario fatto da degli emiliani devoti a Sai Baba che erano stati là in India da Sai Baba per far capire agli emiliani che da Sai Baba non c’erano stati la realtà di Sai Baba per come la capivano loro, quella realtà lì.
Allora in questo documentario si diceva che Sai Baba, che per chi non lo sa era un santone indiano che aveva una pettinatura che sembrava uno dei Nuovi Angeli, cioè aveva una pettinatura da cantante pop–rock degli anni settanta, in questo documentario si diceva che Sai Baba, che la sua specialità era materializzare le cose, che i devoti di Sai Baba andavano là in India dove lavorava e si facevano vedere da lui e lui si faceva girar tra le mani un po’ di polvere e trac, ti materializzava quello di cui avevi bisogno: ti serviva una pietra della fortuna?, lui ti materializzava una pietra della fortuna, ti serviva la calma?, lui ti materializzava un amuleto che trasmetteva la calma, ti servivano dei soldi?, lui ti materializzava dei soldi, credo, non sono sicuro, insomma, quella lì di materializzare le cose era la sua caratteristica che lui, Sai Baba, fin da quando era piccolo, si diceva nel film, ne era dotato, tant’è vero che quando andava alle elementari materializzava le merendine per i suoi compagni di classe, si diceva nel documentario, ecco io, quando avevo poi letto l’inizio del libro su Saddam Hussein del futuro vicedirettore ad personam a me era venuto da immaginarmi la classe di Saddam, dopo che lui aveva rubato e calpestato le merendine dei suoi compagni di classe, mi era venuto da immaginarmi che passasse Sai Baba e ripristinasse la situazione iniziale, ognuno con la sua bella merendina, la giustizia divina, in un certo senso.
Ecco questi due casi, quello di Sai Baba e quello di Saddam Hussein, come son stati raccontati da quei fedeli e da quel giornalista, a me sembrano belli perché sono veri, non sono inventati, non sono frutto dell’immaginazione, perché se fossero frutto dell’immaginazione, quei due personaggi lì, un Sai Baba così buono e un Saddam così cattivo, sarebbero forse un po’ stucchevoli, un po’ prevedibili, dentro un romanzo.
Se queste due storie fossero dentro un romanzo, bisognerebbe che a Sai Baba ogni tanto gli venisse il nervoso e che Saddam ci fosse qualcuno a cui vuole bene, quella sarebbe una cosa interessante, da raccontare, forse. Un buono che sia minimamente anche un po’ cattivo, ogni tanto e un cattivo che ogni tanto abbia un’inspiegabile attrazione per i buoni sentimenti e le buone azioni.
E con questo finisce la penultima puntata di questa piccola serie, ne manca solo una, dove proveremo a dire cosa succede quando avete scritto un romanzo e dovete trovare qualcuno che ve lo pubblichi.

[uscito ieri sulla Verità]

Intera

venerdì 13 luglio 2018

Mi sono svegliato convinto che fosse sabato, ho scoperto che è venerdì: che regalo, una giornata intera per poter lavorare.

Una parte più importante

venerdì 13 luglio 2018

«Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, – scrive Brodskij, – quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno». E nel discorso di accettazione del Nobel, Brodskij chiarisce ancora di più questa cosa dicendo: «Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza. La lingua e, presumibilmente, la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito. Un sistema politico, una forma di organizzazione sociale, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria professione è l’ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibilità di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria. La filosofia dello Stato, la sua etica, per non dire la sua estetica, scrive Brodskij, sono sempre ieri. La lingua e la lettratura sono sempre oggi e spesso domani».

[Da Noi e i governi 2.0 che leggo dopodomani a Milano, al Paolo Pini]