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Oblomov

giovedì 9 febbraio 2012

– Ah, è qui anche lei? – aveva detto d’un tratto Tarant’ev, rivolto a Alekseev, mentre Zachar pettinava Oblomov. – Non l’avevo vista. Come mai è qui? Che gran maiale che è quel suo parente. Era un bel po’ che glielo volevo dire…
– Che parente? Io non ho parenti, – rispose timidamente lo sconcertato Alekseev sbarrando gli occhi su Tarant’ev.
– Ma quello là, quello che lavora là, come si chiama… Afanas’ev si chiama. Come sarebbe che non è suo parente? È, suo parente.
– Io non mi chiamo Afanas’ev, ma Alekseev, – disse Alekseev, – non ho parenti.
– Sì, adesso non siete parenti. È come lei, non sa di niente, e si chiama anche lui Vasilij Nikolaič.
– Quant’è vero Iddio, non siamo parenti. Io mi chiamo Ivan Alekseič.
– Be’, è lo stesso, è come lei. Solo che lui è un maiale; glielo dica, la prossima volta che lo vede.
– Non lo conosco, non l’ho mai visto, – disse Alekseev aprendo la tabacchiera.
– Su, mi dia del tabacco! – disse Tarant’ev. – Ma è tabacco comune, non è francese? Proprio così, – disse sputando. – Perché non è francese? – aggiunse poi, severo. – Sì, io non ho mai visto un maiale come il suo parente, – continuò. – Ho preso in prestito da lui, son già due anni ormai, cinquanta rubli. Be’, è una gran cifra, cinquanta rubli? Come si fa a non dimenticarsene? No, se lo ricorda: dopo un mese, da qualsiasi parte lo incontri: «Allora, il debituccio?» dice. Mi ha scocciato. E se non bastasse, arriva ieri da noi in dipartimento: «Lei, dice, dovrebbe aver preso lo stipendio, adesso mi può restituire I soldi». Io gli ho dato lo stipendio, ma l’ho svergognato davanti a tutti in un modo che ha fatto fatica a trovare la porta. «Io sono povero, ne ho bisogno!». Come se io non ne avessi bisogno! Son forse un riccone, io, che posso privarmi di cinquanta rubli per lui? Su, dammi un sigaro, compaesano!
– I sigari sono là, nella scatola, – rispose Oblomov indicando lo scaffale.

[dovrebbe essere uscito ieri]

Una nota

martedì 27 settembre 2011

Dice il proverbio russo: «Svestimi, toglimi le scarpe, mettimi a dormire, coprimi, rimboccami le coperte, fammi il segno della croce, che poi, sta’ tranquillo, ad addormentarmi ci penso io».

[Gonćaròv, Oblòmov, con un saggio di Nikolàj Dobroljùbov, traduzione e introduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Mondadori 2010, nota 1, p. 610]

Cenni biografici

lunedì 26 settembre 2011

1812
Ivan Aleksandrovič Gončarov nasce a Simbirsk il 6 (18) giugno da una facoltosa famiglia di mercanti, secondogenito di Avdot’ja Matveevna (Šachtorina) e Aleksandr Ivanovič Gončarov.
La casa dei Gončarov è una grande casa in mattoni al centro della città.
La città, Simbirsk, è stata poi ribatezzata Ul’janovsk, e si chiama ancora oggi così, in memoria di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, che ci sarebbe nato nel 1870.
Stando ad Aldo Buzzi (Čechov a Sondrio) Lenin avrebbe poi detto che la missione della sua vita sarebbe stata «combattere Oblomov». Continua a leggere »

Utilizzo dei capitali

domenica 25 settembre 2011

Gli Oblomov sarebbero stati pronti a sopportare qualsiasi tipo di disagio, si sarebbero abituati anche a non considerarlo un disagio, piuttosto che spendere dei soldi. Anche per questo il divano, in salotto, era tutto macchiato, per questo la poltrona di cuoio di Il’ja Ivanyč era di cuoio solo di nome, in realtà era mezza di fibra di tiglio, mezza di corda: di cuoio ne era rimasto solo un pezzetto sullo schienale, e il resto eran già cinque anni che era andato in pezzi e si era staccato; per questo, forse, le porte erano tutte storte e il terrazzino traballava. Ma pagare, per qualcosa, anche estremamente necessario, d’un tratto, duecento, trecento, cinquecento rubli, sembrava loro quasi un suicidio.
Sentendo che uno dei giovani proprietari dei dintorni era andato a Mosca e aveva pagato per una dozzina di camice trenta rubli, venticinque rubli per degli stivali e quaranta rubli per un panciotto da matrimonio, il vecchio Oblomov si era fatto il segno della croce e aveva detto, in fretta, con un’espressione spaventava, che «un bel tomo così bisognava metterlo in galera subito».
In generale, gli Oblomov erano sordi alle verità politico-economiche sulla necessità di una circolazione rapida e vivace dei capitali, sull’aumento della produttività e dello scambio dei prodotti. Nella semplicità delle loro anime, capivano e praticavano un unico utilizzo dei capitali: tenerli dentro delle casse.

[Ivan Gončarov, Oblomov, capitolo IX, Il sogno di Oblomov, Feltrinelli, in preparazione (esce a febbraio)]

A volte

sabato 24 settembre 2011

Così, a volte, piace stare ai cani: seduti, per giorni interi, alla finestra, la testa appoggiata al sole, a guardare, scupolosi, tutto quello che passa.

[Ivan Gončarov, Oblomov, capitolo IX, Il sogno di Oblomov, Feltrinelli, in preparazione (esce a febbraio)]

La padrona di casa

martedì 23 agosto 2011

“È la moglie di un impiegato, ma ha dei gomiti da contessa; con le fossette, perfino”, pensò Oblomov.

Il barone

lunedì 22 agosto 2011

Dava giudizi su tutto: e sulla virtù, e sul carovita, e sulla scienza, e sulla società, e su ogni cosa era netto; esprimeva il proprio parere con delle frasi chiare e compiute, come se fossero delle sentenze già pronte, trascritte per un qualche corso e fatte circolare nel mondo per incentivare la pubblica istruzione.

Un maiale

domenica 21 agosto 2011

– Ah, è qui anche lei? – aveva detto d’un tratto Tarant’ev, rivolto a Alekseev, mentre Zachar pettinava Oblomov. – Non l’avevo vista. Come mai è qui? Che gran maiale che è quel suo parente. Era un bel po’ che glielo volevo dire…
– Che parente? Io non ho parenti, – rispose timidamente lo sconcertato Alekseev sbarrando gli occhi su Tarant’ev.
– Ma quello là, quello che lavora là, come si chiama… Afanas’ev si chiama. Come sarebbe che non è suo parente? È, suo parente.
– Io non mi chiamo Afanas’ev, ma Alekseev, – disse Alekseev, – non ho parenti.
– Sì, adesso non siete parenti. È come lei, non sa di niente, e si chiama anche lui Vasilij Nikolaič.
– Quant’è vero Iddio, non siamo parenti. Io mi chiamo Ivan Alekseič.
– Be’, è lo stesso, è come lei. Solo che lui è un maiale; glielo dica, la prossima volta che lo vede.
– Non lo conosco, non l’ho mai visto, – disse Alekseev aprendo la tabacchiera.
– Su, mi dia del tabacco! – disse Tarant’ev. – Ma è tabacco comune, non è francese? Proprio così, – disse sputando. – Perché non è francese? – aggiunse poi, severo. – Sì, io non ho mai visto un maiale come il suo parente, – continuò. – Ho preso in prestito da lui, son già due anni ormai, cinquanta rubli. Be’, è una gran cifra, cinquanta rubli? Come si fa a non dimenticarsene? No, se lo ricorda: dopo un mese, da qualsiasi parte lo incontri: «Allora, il debituccio?» dice. Mi ha scocciato. E se non bastasse, arriva ieri da noi in dipartimento: «Lei, dice, dovrebbe aver preso lo stipendio, adesso mi può restituire I soldi». Io gli ho dato lo stipendio, ma l’ho svergognato davanti a tutti in un modo che ha fatto fatica a trovare la porta. «Io sono povero, ne ho bisogno!». Come se io non ne avessi bisogno! Son forse un riccone, io, che possso privarmi di cinquanta rubli per lui? Su, dammi un sigaro, compaesano!

Una giornata di Il’ja Il’ič

sabato 20 agosto 2011

Appena alzato da letto, al mattino, dopo aver preso il tè, si coricava subito sul divano, appoggiava la testa alle mani e si metteva a riflettere, senza risparmiare le forze, fino al momento in cui, alla fine, la testa era stremata dal duro lavoro e la coscienza diceva: abbiam fatto abbastanza, oggi, per il nostro bene.
Solo allora decideva che si poteva riposare dalle fatiche e cambiava la sua posa diligente in un’altra, meno lavorativa e severa, più adatta ai sogni e al languore.
Liberatosi così dalle cure connesse agli affari, a Oblomov piaceva rinchiudersi in sé e vivere nel mondo che si era creato.

Un dialogo 2

lunedì 15 agosto 2011

– Be’, e c’è qualcos’altro di nuovo in politica? – chiese Oblomov dopo aver taciuto un po’.
– Sì, scrivono che la sfera terrestre si raffredda sempre di più: una volta o l’altra ghiaccerà tutta.
– Ma dài! Ma è forse politica, questa?
Alekseev era mortificato.
– Dmitrij Alekseič all’inizio ha parlato di politica, – si giustificò, – poi è andato avanti a leggere e non ha detto, quando finiva la politica… Questa era già letteratura, lo so.
– E cosa ha letto, di letteratura? – chiese Oblomov.
– Ha letto che gli autori migliori sono Dmitriev, Karamzin, Batjuškov e Žukovskij…
– E Puškin?
– Puškin lì non c’era. Anch’io ho pensato: ma perché non c’è? Eppure è un zenio, – disse Alekseev pronunciando la g come una z.
Subentrò il silenzio.

[Oblomov, quarta parte, oggi finiamo]