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Se sei pronto

giovedì 8 giugno 2017

Se sei pronto a lasciare padre e madre, fratello e sorella, moglie e figli e amici e a non rivederli mai più, se hai pagato i tuoi debiti e hai scritto il tuo testamento e sistemato tutti i tuoi affari e sei uomo libero, allora sei pronto per una passeggiata.

[Henry David Thoreau, L’arte di passeggiare, in Fredrik Sjöberg, L’arte della fuga, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea 2017, p. 148]

Italian

lunedì 28 novembre 2016

L’altroieri, il 26 novembre, son stato a Reggio Emilia a sentire Fredrik Sjöberg, alla biblioteca Panizzi, dove Sjöberg, dentro una rassegna che curo io e che si chiama Sono pessimista ma me ne dimentico sempre, avrebbe dovuto parlare dei libri che gli hanno fatto venire voglia di mettersi a scriver dei libri (dopo in realtà ha parlato dei libri che l’hanno aiutato a scrivere il suo primo libro). Avevo presentato Sjöberg a Milano, lo scorso aprile, al teatro Parenti, avevamo parlato del suo primo libro, L’arte di collezionare mosche, e avrei voluto presentare il secondo, Il re dell’uvetta, a Mantova, in settembre, al festivaletteratura, solo che, quando gliel’ho chiesto, avevano già affidato la presentazione a Marco Malvaldi; io comunque l’ero andata a sentire e avevo salutato Sjöberg e poi, quando dall’Arci di Reggio Emilia mi avevano detto che potevamo invitare un autore straniero, a Sono pessimista ma me ne dimentico sempre, ho pensato a Sjöberg e l’abbiamo invitato, attraverso Iperborea, e lui ha detto che veniva e poi, qualche giorno dopo, Rivista Studio mi ha chiesto se volevo andare a Milano, in triennale, il 27 novembre a presentare Sjöberg al loro festival e io ho detto dì si è poi, l’altro giorno, il 26 novembre, quando Sjöberg è arrivato in biblioteca a Reggio Emilia mi ha salutato e mi ha presentato alla sua fidanzata dicendo «This is my italian gruopie». Allora ieri, la prima cosa che ho detto a Milano, ho detto che avevo presentato Sjöberg a Milano, lo scorso aprile, al teatro Parenti, avevamo parlato del suo primo libro, L’arte di collezionare mosche, e che avrei voluto presentare il secondo, Il re dell’uvetta, a Mantova, in settembre, al festivaletteratura, solo che mi avevano preferito Marco Malvaldi, e che li capivo, e che io comunque l’ero andata a sentire e che poi l’avevo invitato a un festival a Reggio Emilia che si chiamava Sono pessimista ma me ne dimentico sempre, e era venuto, il giorno prima, il 26 novembre, a Reggio Emilia, e quando era arrivato mi aveva presentato alla sua fidanzata come il suo italian groupie e che io, a me piacciono molto le note biografiche che ci son nei romanzi, e che la mia sembra semplice ma ci ho messo un po’, a elaborarla, e dice «Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno e scrive dei libri» e che, dal giorno prima, stavo pensando di cambiarla in: «Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno, scrive dei libri e è il groupie italiano di Fredrik Sjöberg». È stata molto bella, secondo me, la presentazione, e io ho anche rotto un paio di occhiali.

27 novembre – Milano

domenica 27 novembre 2016

Domenica 27 novembre,
a Milano,
alla Triennale di Milano,
in viale Alemagna 6,
al salone d’onore, al primo piano,
alle 18 e 30,
presento Fredrik Sjöberg
in una cosa che si intitola
Uno dei casi editoriali degli ultimi anni.
Perché la natura è diventata di moda?
Molti dei più interessanti casi letterari di questi anni
possono essere compresi nel fenomeno del nature writing.
Tra questi Fredrik Sjöberg autore del caso letterario
L’arte di collezionare mosche.

Ampedus sanguineus

sabato 10 settembre 2016

Fredrik Sjöberg, Il re dell'uvetta, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea

Anch’io ho avuto un amico molto caro negli anni della mia adolescenza. Thorbjörn Stärner (1958-1994). Pace alla sua memoria.
Quando la mamma mi telefonò sull’isola un afoso giorno d’estate per dirmi che Thorbjörn era morto in un banale incidente d’auto, il mondo mi crollò addosso. Rimasi dapprima sorpreso. I contatti si erano diradati negli ultimi anni. Entrambi ci eravamo fatti una famiglia e avevamo dei figli. Il destino ci aveva portato in direzioni diverse.
Solo quando non ci fu più capii appieno l’importanza della nostra amicizia. Fu il giorno più triste della mia vita. Nei tre anni in cui frequentavo il liceo di Västervik non c’era niente che potesse dividerci. Niente. Facevamo tutto insieme: andavamo a pesca, fotografavamo gli uccelli, suonavamo la chitarra e facevamo festa, catturavamo falene e, naturalmente, corteggiavamo le ragazze. E viaggiavamo: in Camargue, in Grecia, in Spagna, in Polonia, dappertutto, e sempre, qualsiasi cosa facessimo, parlavamo e parlavamo, ininterrottamente, della vita.
Una coppia male assortita, all’apparenza.Thorbjörn era alto due metri e soffriva di una traballante fiducia in se stesso; io ero lungo una spanna, borioso come un tacchino e piuttosto irritante. Ricordo le notti che abbiamo passato nella mia stanza, discorrendo fino all’alba proprio di ciò che determina il carattere di una persona e di ciò che è possibile formare da sé e indirizzare.
quanto litigavamo! Tutto è possibile, sostenevo io. Ti sbagli, replicava lui. Ma alla fine ci riconciliavamo sempre, e il giorno dopo partivamo alla ricerca di nuove avventure. E ora ero lì, solo alla mia scrivania, nella casa sull’isola, e piangevo. Inconsolabile.
All’improvviso sentii un leggero scalpiccio di piedi infantili. Mi voltai e incontrai lo sguardo del nostro figlio maggiore, che aveva allora sette anni. Dietro di lui c’era la sorellina. Tese verso di me il pugno chiuso, come fosse in attesa, poi lo aprì piano piano dicendo:
«Papà, guarda cosa abbiamo trovato.»
In mano aveva uno scarabeo, l’elaride rosso Ampedus sanguineus, uno dei pi belli. I bambini non mi avevano mai visto piangere. L’atmosfera in casa era stata cupa e pesante quel giorno, e loro si erano tenuti in disparte. Alla fine però non ce l’avevano fatta più. L’inquietudine li aveva spinti a correre fino a un ceppo marcio dove si erano messi a frugare fino a che non avevano trovato uno scarabeo. E ora eccoli lì, con una timida meraviglia nei grandi occhi spalancati.
«È per te.»
«Papà, sei un po’ contento adesso?»
Ancora oggi mi capita di mettermi a piangere quando vedo un Ampedus sanguineus, non so se per il dolore o per la felicità, probabilmente per un misto dei due.

[Fredrik Sjöberg, Il re dell’uvetta, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea 2016, pp. 46-47]

Invece di piacere

sabato 23 aprile 2016

Questa settimana mi hanno invitato a Milano, al teatro Parenti, per presentare un libro di uno scrittore svedese che si chiama Fredrik Sjöberg; siccome io non so lo svedese, né nessun altra lingua scandinava, era abbastanza misterioso il motivo per cui avevano invitato me a presentarlo, forse come critico letterario, ho pensato.
Sjöberg, che è nato nel 1958, è un appassionato collezionista di mosche, e il libro che ho mi hanno chiesto di presentare si intitola L’arte di collezionare mosche.
Ho cominciato dicendo che, come critico letterario, io sono un vetero-formalista, cioè uno che la teoria che l’ha più impressionato, tra tutte le teorie della letteratura che ha letto, è la teoria dello straniamento, che è stata enunciata da un critico russo che si chiama Viktor Šklovskij in un articolo intitolato L’arte come procedimento, che è stato pubblicato per la prima volta nel 1917, che, mi sono accorto, sono 99 anni che è uscito, e che l’anno prossimo, 2017, sarà il centenario dello straniamento, oltre che il centenario di un altro avvenimento coevo che si chiama rivoluzione russa, ho pensato.
Questa teoria dello straniamento, ho detto, dice in sostanza che gli scrittori, quando descrivono una cosa, devono sforzarsi di guardarla come se la vedessero per la prima volta, e ha una serie di corollari, questa teoria formalista, tra i quali la convinzione che per trasmettere un contenuto nuovo ci vuole una forma nuova, e che per scrivere un nuovo romanzo bisogna, prima di tutto, non scrivere un romanzo vecchio.
Nel 1927 infatti, dieci anni dopo quel primo articolo, e dieci anni dopo la rivoluzione russa, quello stesso critico, Šklovskij, si era chiesto cos’era cambiato nella letteratura russa che, in quei dieci anni, era diventata letteratura sovietica, e aveva provato a fare un’analisi della letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria e della letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria, e aveva trovato che nella letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria la trama di solito era questa: c’era un bambino di umili origini che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini nobili; nella letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria la trama era questa: c’era un bambino di origini nobili che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini umili (proletarie).
La scoperta di Šklovskij, per come la capisco io, era che questi romanzi eran lo stesso romanzo.
Una cosa che mi è piaciuta, del libro di Sjöberg, è il fatto che, dovendo parlare di una cosa così strana come la caccia alle mosche, il suo libro è fatto a mano, con una forma nuova attraverso la quale saltano fuori dei contenuti nuovi per esempio il senso di vivere in un’isola (Sjöberg abita, e caccia le mosche, in un’isola di 15 chilometri quadrati), dove la limitazione, nel tempo e nello spazio, aiuta a definire le cose «”Quando vai via?”. Era sempre la prima domanda che i bambini facevano a chi veniva a trovarci. Solo dopo erano pronti a fare conoscenza» (la traduzione è di Fulvio Ferrari). Che siccome, un po’, viviamo tutti su un’isola, ho pensato che si potrebbe usarlo anche noi, tutti i giorni, come prima cosa, quando ci si conosce, invece di «Piacere», «Quando vai via?». E poi fare conoscenza.

[Uscito ieri su Libero]

20 aprile – Milano

mercoledì 20 aprile 2016

Mercoledì 20 aprile,
a Milano,
al teatro Franco Parenti,
in Via Pier Lombardo, 14,
alle 19,
parlo con
Fredrik Sjöberg
del suo libro
L’arte di collezionare mosche.

L’unico interesse al mondo

mercoledì 5 agosto 2015

Fredrik Sjöberg, L'arte di collezionare mosche

Nella letteratura entomologica, che ben presto ha cominciato a riempire la casa sull’isola, si cita uno studioso finlandese, Olavi Sotavalta, il cui unico interesse al mondo era calcolare la frequenza del battito alare degli insetti. In particolare si è occupato dei ceratopogonidi, una specie di moscerini urticanti che, come si è scoperto, raggiungono la stupefacente frequenza di 1046 battiti al secondo. È stato possibile misurarla con inequivocabile precisione grazie a sofisticati strumenti di laboratorio, ma pare che i fattori determinanti per la ricerca di Sotavalta siano stati la sua musicalità e il suo orecchio assoluto. Gli bastava ascoltare il ronzio per determinare la frequenza, e il motivo per cui è diventato celebre è che durante un famoso esperimento è riuscito a truccare uno di questi moscerini per accrescere la velocità del battito oltre i limiti del possibile. Riscaldò il minuscolo corpicino del ceratopogonide portandolo a una temperatura di qualche grado superiore al normale, quindi ridusse le sue ali con un bisturi per minimizzare la resistenza aerodinamica, dopo di che la creaturina raggiunse i 2218 battiti al secondo. Era durante la guerra.

[Fredrik Sjöberg, L’arte di collezionare mosche, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Ierpborea 2015, pp. 18-19]