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Come la peste

giovedì 21 luglio 2016

kundera il sipario

Fielding è stato uno dei primi romanzieri in grado di concepire una poetica del romanzo; ciascuna delle diciotto parti di Tom Jones si pare con un capitolo dedicato a una sorta di teoria del romanzo (teoria leggera e amena; perché è così che un romanziere fa teoria: salvaguardando gelosamente il suo linguaggio, rifuggendo come la peste dal gergo degli eruditi).

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 18-19]

Autore, scrittore, romanziere

sabato 16 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Il bisogno di usare un’altra parola in luogo di quella più ovvia, più semplice, più neutra (essere – penetrare; andare – camminare; pensare – sferzare) potrebbe essere definito come un riflesso di sinonimizzazione – ed è un riflesso di quasi tutti i traduttori. Possedere una vasta vasta gamma di sinonimi fa parte del «bello stile»; se nello stesso paragrafo del testo originale compare due volta la parola «tristezza», il traduttore, contrariato dalla ripetizione (che considera un oltraggio alla doverosa eleganza stilistica), sarà tentato di tradurre, la seconda volta, con «malinconia». Ma c’è di più: il bisogno di sinonimizzare è ormai così profondamente radicato nell’animo del traduttore che questi opta da subito per un sinonimo: traduce «malinconia» laddove nel testo originale c’è «tristezza», traduce «tristezza» laddove c’è «malinconia».
Ammettiamolo senza ombra di ironia: la situazione del traduttore è estremamente delicata: deve essere fedele all’autore e contemporaneamente rimanere se stesso; come riuscirci? Vuole (che ne sia o no consapevole) infondere nel testo la propria creatività; quindi, come per farsi coraggio, sceglie una parola che apparentemente non tradisce l’autore ma che nonostante ciò è frutto di una sua iniziativa personale. Faccio questa constatazione mentre sto rivedendo la traduzione di un mio breve testo: io scrivo «autore», e il traduttore mette «scrittore»; io scrivo «scrittore», e lui traduce «romanziere»; io scrivo «romanziere», e lui traduce «autore»; se scrivo «verso», traduce «poesia»; se dico «poesia», traduce «poemi».

[Milan Kundera, Postilla sulla sinomizzazione sistematica, in I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), pp. 107-108]

I biografi

sabato 16 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

I biografi, che non sanno nulla vita sessuale delle proprie consorti, sono però convinti di conoscere quella di Stendhal o di Faulkner.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 50]

Sospendere il giudizio morale

venerdì 15 luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale. Una morale che si contrappone alla inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti, nel giudicare prima di e senza aver capito. Dal punto di vista della sapienza del romanzo, questa fervida disponibilità a giudicare è la più esecrabile sciocchezza, il peggiore di tutti i mali. Non che il romanziere contesti in assoluto la legittimità del giudizio morale, ma egli si limita a spostarlo oltre i confini del romanzo. Detto questo, siete liberi di condannare Panurge per la sua viltà, di mettere sotto accusa Emma Bovary e Rastignac, sono affari vostri; il romanziere non c’entra.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 17]

Può sembrare molto stupido ma

giovedì 7 luglio 2016

Topkapi, Eric Ambler, Adelphi, Mariagrazia Gini

Può sembrare molto stupido ma, se siete come me, l’effetto delle cose brutte che per poco non succedono non è così diverso da quello delle cose brutte che succedono veramente.

[Eric Ambler, Tokpaki, traduzione di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi 2016, p. 143]

In fin dei conti

lunedì 4 luglio 2016

Topkapi, Eric Ambler, Adelphi, Mariagrazia Gini

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Pensai che fosse americano. Sembrava proprio un americano: alto, con un completo largo e leggero, la cravatta sottile e il colletto con i bottoni, la faccia liscia da vecchio giovane o da giovane vecchio, i capelli a spazzola. Parlava anche da americano, o perlomeno come un tedesco che ha vissuto parecchio in America. Certo, ora so che non lo era, ma di sicuro dava quell’impressione. La sua valigia, per esempio, era assolutamente americana: di finta pelle, con le chiusure in similoro. Riconosco una valigia americana, quando la vedo. Il passaporto, però, non gliel’avevo mica visto.
Arrivò all’aeroporto di Atene con un aereo da Vienna. Magari era partito da New York o Londra o Francoforte o Mosca – o magari arrivava da Vienna e basta. Era impossibile dirlo. Non aveva etichette di alberghi sulla valigia. Da parte mia, avevo stabilito che veniva da New York. Un errore del genere sarebbe potuto capitare a chiunque.

[Eric Ambler, Tokpaki, traduzione di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi 2016, p. 9]

L’inizio del Cacciatore capovolto

sabato 2 luglio 2016

Kirill Chenkin, Il cacciatore capovolto

Osip Mandel’štam amava ripetere una frase di Velimir Chlebnikov: «Il commissariato è una gran cosa. È il luogo d’incontro tra me e lo Stato».

[Kirill Chenkin, Il cacciatore capovolto, traduzione di Gigliola Venturi, Milano, Adelphi 1982, p. 17]

Tuttavia

venerdì 24 giugno 2016

Fuga-da-Bisanzio

Tuttavia, poiché il nostro palazzo si trovava all’incrocio con il leggendario Liteinij Prospekt, il nostro indirizzo postale era: Liteinij prospekt # 24, Apt. 28. Così erano indirizzate le lettere che ci arrivavano, così scrivevo io sulle buste indirizzate ai miei genitori. Ne parlo qui non perché abbia qualche importanza particolare, ma perché la ia penna, presumibilmente, non scriverà mai più questo indirizzo.

[Iosif Brodskij, Una stanza e mezzo, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 198]

La virtù a Pietroburgo

lunedì 20 giugno 2016

Fuga da Bisanzio

In ogni caso, una persona che sia vissuta abbastanza a lungo in questa città è portata ad associare la virtù con la proporzione.

[Iosif Brodskij, Guida a una città che ha cambiato nome, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 59]

Come da bambino

mercoledì 1 giugno 2016

Io sono vivo voi siete morti, carrère

Era come da bambino nella sala d’attesa del dentista, quando l’assistente apriva la porta e lui pensava: ecco, questo è il momento di cui ho avuto paura per tutta la vita.

[Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, Milano, Adelphi 2016, p. 186]