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In fin dei conti

lunedì 4 luglio 2016

Topkapi, Eric Ambler, Adelphi, Mariagrazia Gini

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.
Pensai che fosse americano. Sembrava proprio un americano: alto, con un completo largo e leggero, la cravatta sottile e il colletto con i bottoni, la faccia liscia da vecchio giovane o da giovane vecchio, i capelli a spazzola. Parlava anche da americano, o perlomeno come un tedesco che ha vissuto parecchio in America. Certo, ora so che non lo era, ma di sicuro dava quell’impressione. La sua valigia, per esempio, era assolutamente americana: di finta pelle, con le chiusure in similoro. Riconosco una valigia americana, quando la vedo. Il passaporto, però, non gliel’avevo mica visto.
Arrivò all’aeroporto di Atene con un aereo da Vienna. Magari era partito da New York o Londra o Francoforte o Mosca – o magari arrivava da Vienna e basta. Era impossibile dirlo. Non aveva etichette di alberghi sulla valigia. Da parte mia, avevo stabilito che veniva da New York. Un errore del genere sarebbe potuto capitare a chiunque.

[Eric Ambler, Tokpaki, traduzione di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi 2016, p. 9]

L’inizio del Cacciatore capovolto

sabato 2 luglio 2016

Kirill Chenkin, Il cacciatore capovolto

Osip Mandel’štam amava ripetere una frase di Velimir Chlebnikov: «Il commissariato è una gran cosa. È il luogo d’incontro tra me e lo Stato».

[Kirill Chenkin, Il cacciatore capovolto, traduzione di Gigliola Venturi, Milano, Adelphi 1982, p. 17]

Tuttavia

venerdì 24 giugno 2016

Fuga-da-Bisanzio

Tuttavia, poiché il nostro palazzo si trovava all’incrocio con il leggendario Liteinij Prospekt, il nostro indirizzo postale era: Liteinij prospekt # 24, Apt. 28. Così erano indirizzate le lettere che ci arrivavano, così scrivevo io sulle buste indirizzate ai miei genitori. Ne parlo qui non perché abbia qualche importanza particolare, ma perché la ia penna, presumibilmente, non scriverà mai più questo indirizzo.

[Iosif Brodskij, Una stanza e mezzo, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 198]

La virtù a Pietroburgo

lunedì 20 giugno 2016

Fuga da Bisanzio

In ogni caso, una persona che sia vissuta abbastanza a lungo in questa città è portata ad associare la virtù con la proporzione.

[Iosif Brodskij, Guida a una città che ha cambiato nome, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 59]

Come da bambino

mercoledì 1 giugno 2016

Io sono vivo voi siete morti, carrère

Era come da bambino nella sala d’attesa del dentista, quando l’assistente apriva la porta e lui pensava: ecco, questo è il momento di cui ho avuto paura per tutta la vita.

[Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, Milano, Adelphi 2016, p. 186]

lunedì 30 maggio 2016

Io sono vivo voi siete morti, carrère

Leary e suoi amici [sic] erano convinti che quel nuovo rito sarebbe presto diventato moneta corrente. Si consideravano come «degli antropologi del ventunesimo secolo che abitavano in una capsula temporale situata negli oscuri anni Sessanta», ma non dubitavano che la conversione generale fosse vicina. Contavano su un crescita esponenziale: se nel 1961 le persone che facevano uso dell’LSD erano venticinquemila, nel 1969 sarebbero state quattro milioni, ovvero si sarebbe raggiunta la massa critica, e a quel punto la società sarebbe cambiata, ea inevitabile. Considerato il ritmo con cui il decondizionamento cerebrale indotto dalla droga progrediva fra le classi medie, erano certi che intorno alla metà degli anni Settanta anche il presidente degli Stati Uniti avrebbe provato l’LSD, che i summit internazionali si sarebbero svolti sotto l’effetto dell’acido e che il mondo ci avrebbe senz’altro guadagnato.
Nel 1964 una simile prospettiva messianica sembrava plausibile, quanto meno più plausibile di quella di vedere approdare alla Casa Bianca, trent’anni dopo, un tale che avrebbe confessato di aver fumato, sì, qualche canna, ma senza aspirare.

[Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, Milano, Adelphi 2016, p. 145]

Io sono vivo, voi siete morti

sabato 28 maggio 2016

Io sono vivo voi siete morti, carrère

In 1984 Orwell immagina che la polizia, per esercitare una pressione personalizzata su ciascun individuo, cerchi di scoprire ciò che più spaventa i singoli cittadini: uno ha paura di essere sepolto vivo, un altro di essere divorato da un topo. Per Dick, l’idea che qualcuno potesse rompere i suoi preziosi dischi aveva il medesimo carattere di orrore assoluto. Di libro in libro mogli crudeli giocano questo brutto tiro ai poveri mariti e, nel suo penultimo romanzo, Yaveh in persona ricorre a questa minaccia pur di mobilitare l’eroe protagonista, restio ad assecondare la Sua volontà.

[Emmanuel Carrère, Io sono vivo, voi siete morti, traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, Milano, Adelphi 2016, p. 27]

Ragionevolmente

venerdì 27 maggio 2016

Giorgio Manganelli, Estrosità rigorose di un consulente editoriale, Milano, Adelphi

Flann O’Brien, Il terzo poliziotto, Einaudi, Torino 1971.

Un libro amabile, inconsueto e ragionevolmente demente.

[Giorgio Manganelli, Estrosità rigorose di un consulente editoriale, Milano, Adelphi 2016, p. 29]

Le cose come sono

giovedì 19 maggio 2016

Hervé Clerc, Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune, traduzione di Carlo Laurenti, Milano, Adelphi

Insegnò che il cammino che conduce alla libertà si dispiega tra due estremi: l’attacamento ai piaceri – cosa «bassa, volgare, ignobile e nefasta» – e il rifiuto dei piaceri – cosa altrettanto bassa, volgare, ignobile e nefasta. Si doveva dunque passare per una porta stretta, un sentiero angusto tra i due.

[Hervé Clerc, Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune, traduzione di Carlo Laurenti, Milano, Adelphi 2015, p. 17]

La pace

venerdì 29 aprile 2016

Carissimo Simenon Mon cher Fellini. Carteggio di Federico Fellini e Georges Simenon, traduzione di Emanuela Muratori, Milano, Adelphi

FELLINI: Per quanto si faccia, non si trova pace.

SIMENON: Ma la pace non esiste! Ce la siamo inventata noi. La pace è una cosa che fa la fortuna del Papa, perché lui promette agli uomini la pace dell’anima e del cuore. Il Papa dice: «Adesso siete infelici, ma un giorno canterete l’osanna in mezzo agli angeli». È stato il grande racket delle religioni. Di ogni religione: sono tutte uguali! non c’è niente che ci determini, siamo un momento impercettibile dell’evoluzione umana. L’uomo si sta evolvendo da venti miliardi di anni, e in venti miliardi di anni è passato dall’ostrica a quello che siamo. Perché mai dovremmo pretendere la pace?

FELLINI: Non c’è di che essere ottimisti.

SIMENON: Come si può essere ottimisti quando si hanno i piedi per terra?

FELLINI: Lei sente comunque di avere realizzato qualcosa?

SIMENON: No. Il mio sogno era di avere una stanzetta in una via piena di negozi, e di scrivere per guadagnarmi il pane, niente di più. Me ne sarei stato lì a guardare dalla finestra la strada, la vita scorrere sotto di me. Non ho mai avuto grandi ambizioni.

[Carissimo Simenon Mon cher Fellini. Carteggio di Federico Fellini e Georges Simenon, traduzione di Emanuela Muratori, Milano, Adelphi 1998, p. 137]