24 giugno – Milano

domenica 24 giugno 2018

Domenica 24 giugno,
a Milano,
al Paolo Pini,
in Via Ippocrate, 45,
alle 21 e 45
Memorie di un pazzo di Gogol’
(ingresso libero, necessaria prenotazione
02.66200646 olinda@olinda.org)

Un matto

sabato 23 giugno 2018

Ho scoperto che la Cina e la Spagna sono la stessa identica terra, e solo per ignoranza vengono considerate due stati differenti. Consiglio a tutti di scrivere, apposta, su un foglio: “Spagna”, e verrà fuori: “Cina”. Ma io, però, sono straordinariamente amareggiato da un evento che deve succedere domani. Do- mani alle sette si compirà uno strano fenomeno: la terra si poserà sulla luna. Ne scrive il celebre chimico inglese Wellington. Confesso di aver provato un’agitazione di cuore, quando mi sono immaginato la straordinaria fragilità e la scarsa resistenza della luna. La luna di solito, la fanno ad Amburgo, infatti; e la fanno malissimo. Mi meraviglio che l’Inghilterra non faccia caso a questa cosa. La fa un bottaio zoppo, e si vede che è un asino, e non ha nessuna idea di cosa sia la luna. Ci ha messo una fune incatramata e una parte di olio vegetale. E così per tutta la terra che una puzza orribile, tanto orribile che bisogna tapparsi il naso. E è per quello che la luna è un globo così molle che la gente non ci può abitare, per niente, e lì adesso ci abitano solo i nasi. E è proprio per quello che non riusciamo a vederci i nostri nasi, perché i nasi son sulla luna. E quando mi sono figurato la terra come sostanza pesante che perciò, posandosi, avrebbe potuto ridurre in polvere i nostri nasi, mi ha preso un’inquietudine tale che, messe le calze e le scarpe, mi sono affrettato nella sala del consiglio di stato per ordinare alla polizia di non permettere alla terra di posarsi sulla luna. I cappuccini rasati che ho trovato in gran quantità nella sala del consiglio di stato, erano della gente molto intelligente, e quando ho detto: “Signori, salviamo la luna, per- ché la terra ci si vuol posare sopra” si sono precipitati tutti a esaudire il mio desiderio di monarca, e molti si sono ar- rampicati su per il muro per afferrare la luna; ma in quel momento è sbucato fuori il gran cancelliere. Vedendolo, si son tutti dispersi. Io, come re, son rima- sto solo. Ma il cancelliere, con mio grande stupore, mi ha picchiato col bastone e mi ha cacciato nella mia stanza. Tanto grande è il potere, in Spagna, delle usanze nazionali!

[Nikolaj Gogol’, Memorie di un pazzo, in Tre matti (la cosa che leggo domani a Milano, al Paolo Pini)]

Sulla prospettiva Nevskij

venerdì 22 giugno 2018

Qui incontrerete dei baffi incantevoli, che nessuna penna, nessun pennello ha mai ritratto; baffi ai quali è dedicata la migliore metà della vita, oggetto di lunghe veglie diurne e notturne, baffi sui quali sono stati versati i più deliziosi profumi e aromi e che sono stati unti con ogni specie di preziosissima e rarissima pomata, baffi che di notte vengono avvolti in sottile carta velina, baffi che sono oggetto della più commovente devozione dei loro possessori e che sono destinati a essere invidiati dai passanti.

[Nikolaj Gogol’, La prospettiva Nevskij]

A mezzogiorno sulla prospettiva Nevskij

giovedì 21 giugno 2018

A mezzogiorno sulla prospettiva Nevskij fanno incursione precettori di tutte le nazionalità con gli allievi coi colletti di batista. I Jones inglesi e i Coque francesi vanno a braccetto con gli allievi affidati alle loro paterne cure e, dignitosi, seri, spiegano che le insegne sopra ai negozi le hanno fatte perché sia possibile, grazie a loro, sapere cosa si trova nei negozi stessi.

[Nikolaj Gogol’, La prospettiva Nevskij]

Una maledizione

martedì 12 giugno 2018

Che non possa più bersi un bicchierino di vodka la mattina, il cane!

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, p. 144]

Quel colore del viso

venerdì 1 giugno 2018

Così, in un dipartimento lavorava un funzionario; un funzionario che non si può dire che fosse una persona straordinaria, era basso, un po’ butterato, rossiccio un po’, sembrava perfino un po’ miope, appena stempiato, con delle rughe sulle due guance e con quel colore del viso che chiamano emorroidale…

[Dai Racconti di Pietroburgo, di Gogol’, nuova traduzione, esce in ottobre, se non mi sbaglio]

Rastrellus

mercoledì 30 maggio 2018

E uno degli ospiti… Be’, quello poi era un signorotto tale che te lo vedevi subito nei panni di un assessore o di un giudice. Capitava che mettesse davanti a sé un dito e, guardandone la punta, attaccasse a raccontare, ma in maniera così lambiccata e astrusa, che pareva un libro stampato! Certe volte ascoltavi, ascoltavi, e ti assaliva il dubbio. Non ci capivi un acca, neanche a morire. Dove sarà andato a pescarle, certe parole! Foma Grigor’evič una volta a questo proposito gli inventò un bell’apologo; gli raccontò di uno scolaro che dopo aver imparato a leggere e scrivere da un chierico, tornò dal padre e divenne un tale latinista che dimenticò perfino la nostra lingua ortodossa. Tutte le parole le faceva finire in «us». La vanga per lui era vangus, la donna donnus. Ecco, una volta accadde che andò nel campo insieme al padre. Il latinista vide un rastrello e domandò al padre: «Papà, come lo chiamate questo, voialtri?». E, con la testa tra le nuvole, salì col piede sui denti del rastrello. Il padre non fece in tempo a rispondergli, che il manico si drizzò di slancio e – bang sulla fronte. «Maledetto rastrello!» gridò lo studente, portandosi la mano alla fronte e facendo un salto di un metro «Che male che fa! che il diavolo spinga suo padre giù dal ponte!» Hai capito! Si era ricordato anche il nome, il cocco di mamma! Tale apologo non andò a genio al ricercato narratore. Senza dire una parola, si alzò dal suo posto, si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza, piegò un po’ la testa in avanti, infilò la mano nella tasca posteriore del suo caffetano verde pisello, ne estrasse una tabacchiera rotonda laccata, diede un colpetto col dito sul muso di non so che generale busurmano che ne ornava il coperchio, e raccolta una notevole presa di tabacco tritato con cenere e foglie di levistico, se la portò al naso col braccio a bilanciere e col naso aspirò al volo tutto il mucchietto, senza neppure sfiorare il pollice, – e tutto senza una parola; ma quando ebbe infilato la mano nell’altra tasca e ne ebbe tratto un fazzoletto di cotone azzurro a quadri, solo allora borbottò fra sé qualcosa di simile al detto: «Non gettate le perle ai porci»… “Adesso ci sarà una lite” pensai, notando che le dita di Foma Grigor’evič si preparavano a far marameo. Fortunatamente, la mia vecchia ebbe l’ispirazione di mettere in tavola una focaccia calda col burro. Tutti si misero all’opera. La mano di Foma Grigor’evič, invece di fare un gestaccio, si protese verso la focaccia e, come sempre accade, cominciarono i complimenti all’abile padrona di casa.

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, pp. 23-24]

Com’era fatto il cappotto di Gogol’

martedì 6 marzo 2018

[Cliccare sull’immagine per ingrandire]

Tre cappotti

martedì 6 marzo 2018

Oggi alla scuola elementare abbiamo parlato del Cappotto di Gogol’, poi abbiamo parlato del capotto di Mariengof, che è questo qua: clic, poi abbiamo parlato di un paletot che compare nel poscritto di una lettera di un condannato a morte per la resistenza italiana. Si chiama Giuseppe Bianchetti, era un operaio trentaquattrenne di Montescheno, in provincia di Novara e ha scritto.

Caro Fratello Giovanni, scusa se dopo tutto il sacrificio che tu hai fatto per me mi permetto ancora di inviarti questa mia lettera. Non posso nasconderti che fra mezz’ora sarò fucilato; però ti raccomando le mie bambine di dar loro il migliore aiuto possibile. Come tu sai che siamo cresciuti senza padre e così volle il destino anche per le mie bambine.
T’auguro a te e a tua famiglia ogni bene, accetta questo mio ultimo saluto da tuo fratello
Giuseppe

E poi c’è il poscritto, fa così:

Di una cosa ancora ti disturbo: di venire a Novara a prendere il mio paletot e ciò che resta. Ciau tuo fratello.
Giuseppe

Il realismo di Gogol’

lunedì 5 marzo 2018

Alla polizia fu impartito l’ordine di catturare il morto, e di punirlo nel modo più severo, in modo che servisse da esempio, e per poco non ci riuscirono, persino. Proprio il poliziotto che stava presso un caseggiato della via Kirjusšnik, aveva già completamente afferrato il morto per il colletto, nello stesso luogo del delito, colto in flagrante mentre tentava di strappare un cappotto di panno di frisia a un musicante in pensione, che a suo tempo aveva suonato il flauto.

[Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli 1987 (2), p. 159]