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La luna

giovedì 29 settembre 2016

Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos

Così da quel punto camminai con i miei amici tre giorni, continua la sua storia Hudson. Vedemmo la luna e pensammo che fossero luci, così seguimmo la luna […] Così noi seguimmo la luna, se vedi che c’è qualche luce, poi sai dove andare […] Così noi seguimmo la luna, camminavamo, ma non vedevamo niente, non c’era niente, pensavamo fossero luci e invece era la luna…

[Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos 2016, p. 107]

Il contrario

giovedì 1 settembre 2016

georges perec, riga 4

Lavoro tutti i giorni. Talvolta mi impongo di passare una giornata intera senza scrivere una sola riga, ma è abbastanza difficile.

[Georges Perec, Conversazioni con Jean-Marie Le Sidaner, in Riga 4, Georges Perec, a cura di Andrea Borsari, Milano, Marcos y Marcos 1993, p. 91]

Come le pecore d’un gregge

venerdì 26 agosto 2016

Tschingis Aitmatov, Melodia della terra. Giamilija, versione italiana di Andrea Zanzotto, Milano, Marcos y Marcos

Anche su questo punto avevamo le nostre regole precise: i fratelli scrivevano le lettere indirizzandole al babbo, il postino del villaggio le portava alla mamma, leggere le lettere e rispondere era compito mio.
Prima di mettermi a leggere già sapevo ciò che Sadyk aveva scritto.Tutte le sue lettere si somigliavano come le pecore d’un gregge. Sadyk immancabilmente cominciava con le parole “Notizie riguardanti la mia salute”, e poi, senza mai variare, dichiarava: “Mando questa lettera per posta ai miei genitori che vivono nel fiorente e profumato Talas: al mio caro e amatissimo padre Giolciubaj…” Poi veniva mia madre, poi sua madre e poi tutti noi in rigido ordine. Dopo venivano le domande d’obbligo sulla salute e prosperità degli anziani del clan, dei parenti stetti e soltanto alla fine, quasi frettolosamente, Sadyk aggiungeva: “E mando anche un saluto a mia moglie Giamilja…”
Certo, quando padre e madre sono in vita, quando al villaggio prosperano gli anziani e i parenti stretti, nominare la moglie per prima, o peggio indirizzare una lettera direttamente a lei, è senza dubbio scorretto o addirittura fastidioso. Sadyk non è il solo a pensarlo, ma ogni uomo che si rispetti. E non c’era nulla da cambiare: al villaggio tutto era stabilito, e non solamente tutto questo non sollevava alcuna discussione, ma, semplicemente, non ci pensavamo affatto; non ci ponevamo il problema. Perché ogni lettera era un avvenimento gioioso, desiderato.
La mamma mi faceva rileggere la lettera parecchie volte, poi con tenerezza la prendeva tra le sue mani tutti screpolate, e guardava il foglietto con aria incerta, come se fosse stato un uccello in grado di volar via. Muovendo con fatica le dita rigide piegava infine la lettera a triangolo.
“Ah, miei cari, conserveremo le vostre lettere come talismani!” sussurrava con voce tremante di lacrime.

[Tschingis Aitmatov, Melodia della terra. Giamilija, versione italiana di Andrea Zanzotto, Milano, Marcos y Marcos, pp. 31-32]

Quelle disponibili

venerdì 8 luglio 2016

Jack Ritchie, Approssimativamente tuo, traduzione di Carlo Oliva, Milano, Marcos y Marcos

La mattina, raggiunsi zia Sarah nella veranda per la colazione. Le baciai la guancia e mi sedetti davanti a un piatto di bacon canadese e uova strapazzate.
«Sei rientrato piuttosto tardi, ieri sera, Roger» disse lei.
«Eri alzata? Era tutto buio».
«La mia insonnia. Dove sei stato?»
«Al cinema».
Lei fece una smorfia. «Spero che non fosse un film vietato ai minori».
«No, zia Sarah. Solo ai minori di quattordici anni».
Lei si addolcì subito. «Be’, tu sei adulto, dopo tutto, e immagino che i film vietati ai minori di quattordici anni non facciano troppo danno. Ma suppongo che ci fosse una quantità di parolacce».
«In effetti, non se ne usano tante, al cinema. Ma quelle disponibili erano ripetute piuttosto spesso».

[Jack Ritchie, Approssimativamente tuo, traduzione di Carlo Oliva, Milano, Marcos y Marcos 1999, pp. 26-26]

Il matrimonio

lunedì 2 maggio 2016

Jack Ritchie, È ricca, la sposo e l'ammazzo, traduzione di Marco Ossola, Milano, Marcos y Marcos

Non avevo mai pensato che il lavoro fosse un dovere, un piacere o una sfida, e avevo sempre sospettato che quelli che si divertono fossero fondamentalmente dei masochisti.
Avevo vissuto per quarantacinque anni senza la necessità di abbassarmi a lavorare e trovavo manifestamente iniquo che ci si aspettasse che lo facessi ora.
Restava un’ultima risorsa, il matrimonio.

[Jack Ritchie, È ricca, la sposo e l’ammazzo, traduzione di Marco Ossola, Milano, Marcos y Marcos 2016, p. 141]

Bisogno di contante

sabato 30 aprile 2016

Jack Ritchie, È ricca, la sposo e l'ammazzo, traduzione di Marco Ossola, Milano, Marcos y Marcos

Probabilmente quel tipo di truffa era vecchia quanto il denaro stesso. La vittima era stata avvicinata da uno sconosciuto che aveva detto di possedere una macchina per fabbricare i soldi. Bastava inserire un dollaro, girare una manopola e una banconota da venti dollari usciva dalla parte opposta. In questo caso la vittima aveva acquistato la macchina per cinquecento dollari, – avendo asserito lo sconosciuto di essere costretto a venderla per assoluto bisogno di contante.

[Jack Ritchie, È ricca, la sposo e l’ammazzo, traduzione di Marco Ossola, Milano, Marcos y Marcos 2016, pp. 64-65]

22 aprile – Andria

venerdì 22 aprile 2016

Venerdì 22 aprile,
a Andria,
al Genius Loci,
in via Cavallotti 29,
alle 19,
presento Fausto Malcovati che parla del
Medico, la moglie, l’amante
(come Čechov cornificava
la moglie medicina
con l’amante letteratura)

Una copertina

martedì 19 aprile 2016

copertina spinoza

[Il dodici maggio, al salone del libro, dovrebbe uscire la nuova edizione di Spinoza con Le agenzie ippiche, discorso sulle biblioteche, se cliccate su copertina spinoza dovreste vederla]

Eccetera eccetera

domenica 3 aprile 2016

Il Nullismo B (1)

Io, per esempio, recentemente avevo letto quel libro che avevo comperato a Reggio Emilia, quando mi ero riposato dal congresso anarchico ed ero andato a fare un giro in centro. Quel libro lì era un libro pubblicato dalla casa editrice che doveva pubblicare il mio secondo romanzo, pensavo, in gennaio. Ne avevo scritti tre, di romanzi, non ne avevo pubblicato neanche uno. Aveva un titolo, quel libro lì, che secondo me non mi piaceva. Poi avevo sentito al telefono l’editore.
Mi aveva detto, l’editore, Ho letto le bozze del tuo nuovo romanzo: la scrittura è uguale al primo e al secondo. Eh, gli avevo detto, il protagonista è lo stesso, l’autore è lo stesso, per forza la scrittura è la stessa, gli avevo detto. Son già tre romanzi che scrivi così, mi aveva detto, cosa vuoi fare, mi aveva chiesto, una saga? Eh, gli avevo detto. Mi piacerebbe, mi aveva detto, che tu scrivessi qualcosa di nuovo, prima o poi. Guarda per esempio questo libro, mi aveva detto, quello che il titolo non ti piace. Quello, mi aveva detto, è il libro più bello che ho mai pubblicato. È bellissimo, quel libro lì, mi aveva detto. È bravissimo, mi aveva detto, quello scrittore. L’avevo letto.

Il libro era la storia, raccontata in prima persona, di un giovanotto di una famiglia per bene di una città emiliana, un ragazzo che sta malissimo, poveretto. Era un romanzo che lo si poteva sintetizzare abbastanza rapidamente, che diceva, in sostanza, questo ragazzo:

Oddio come sto male. Sto malissimo. Cristo, come sto male. Pensare che sono un così bel ragazzo. Solo, sto malissimo. Peccato che sto così male. Guarda che bella ragazza. Dev’essere proprio una ragazza per bene. Sarebbe bello, innamorarmi di lei. Invece, sto malissimo. Sto maledettamente male. Quasi quasi mi faccio un’anfe. Guarda, che gente. Che disgusto. Non vedono che sto male? Non dovrebbe, uno come me, stare così male. Uno così bello. Quasi quasi mi faccio un acido. Guarda che gente. Non capiscono niente. Sempre a pensare ai soldi. Come mai non si accorgono che sto così male? Dio, che male, Cristo. I miei sono anche divorziati. Porca puttana. Quasi quasi telefono alla mia ex. Ciao, come stai? Male? Anch’io! Ci vediamo? Ok, dài. Oddio come sono eccitato.
Ciao, vieni di là, che facciamo quattro scatti. Perché? Come perché? Perché ti amo. Anche tu? Bene. Dài, vieni.
Ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah aaah aaaah aaaaah aaaaaaaaaaaaaaaaaaah.
Cazzo, come sto bene. Anche tu? Figa, come sto bene. Anche tu? Bene. Adesso vai, che voglio stare da solo. No, non chiamarmi, ti chiamo io. No, lasciami stare. Cosa? Cos’ho detto, io? Che ti amo? No. No, non ti amo. Tieni giù quelle mani. Sto male, lasciami stare. Come? Ti faccio schifo? Chissenefrega. Vai via. Oddio come sto male. Cristo. Forse, la psicoanalisi. Oddio. Sono due anni che non do degli esami. Quasi quasi mi calo. Oddio. Perché sto così male? Quasi quasi mi ubriaco. Dio, che gente di merda. Perché capitano tutte a me? Mamma, mamma, dove sei? Cristo. Che disgusto. Un tiro di coca? Quasi quasi…

Dopo che lo leggevo, decidevo di continuare a scrivere i miei libri nello stesso modo, il terzo uguale al secondo, il quarto uguale al terzo, eccetera eccetera.

[Spinoza, nuova edizione, esce in gennaio per Marcos y Marcos]

Repertorio dei matti della città di Mantova

venerdì 26 febbraio 2016

Sono aperte le iscrizioni al repertorio dei matti della città di Mantova (2 e 3, 16 e 17 aprile 2016): Clic