Crea sito

Il destino

lunedì 20 marzo 2017

livi la terra si muove

Fiorenzo ha la passione del canto. La sera sgancia il freno a mano alla sua Uno, prende una strada qualsiasi e comincia a cantare. Canta fino allo sfinimento anche duecento chilometri di fila. In macchina ha la raccolta completa dei cd con tutte le basi di tutte le canzoni degli Stadio.

Fiorenzo a suo modo è credente. Una volta mi ha detto:
– Pensa, io che da piccolo ho sempre avuto la passione per gli Stadio, da grande mi è venuta la voce identica al cantante degli Stadio. Te pensa il destino. Guarda che delle volte la vita è una cosa incredibile. Tutti dicono che la vita è un caso, sembra che non ci sia niente di niente, io dico che qualcosa c’è.

[Roberto Livi, La terra si muove, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 43-44]

Il rabdomante

venerdì 10 marzo 2017

Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto

Il rabdomante era un uomo alto, tendente alla pinguedine, e vestito di nero, come Nelly e il parroco. Portava in testa un cappello floscio, nero e bisunto, che pendeva un po’ da un lato, e sotto il braccio teneva un pacchetto sottile, avvolto in una carta di giornale. La prima impressione fu: Che persona distinta.
Ma quando comparve alla luce dei fanali di un’auto, si videro in lui segni di deterioramento: occhi scoloriti e sfuggenti, dita ingiallite dalla nicotina, calzoni male assortiti con la giacca, scarpe screpolate sulla punta, guance segnate da un sorriso sempre pronto. Parlava con l’accento cadenzato e melodioso della costa dell’Ovest.
McElwee e l’apprendista di McLaughlin, muovendosi intorno al rabdomante come due accoliti smaniosi, lo condussero all’auto di padre Curran. Il rabdomante aprì la portiera, si tolse il cappello e fece un inchino a Nelly e al parroco. Aveva un riporto di capelli tirato accuratamente da una parte per coprire la calvizie. «Io sono il rabdomante» disse con modesta semplicità.
Padre Curran si piegò dalla parte di Nelly per guardarlo più da vicino.
«Come vi chiamate? Chi è il parroco del vostro paese?»
Il rabdomante ignorò le domande e si rivolse a Nelly: «Avrò bisogno di una cosa che apparteneva a vostro marito, qualcosa che sia stato a contatto con la sua persona: una cravatta, un fazzoletto, un…»

[Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, Milano, Marcos y Marcos 2017, p. 21]

Questo mi ha detto il mio amico geometra

giovedì 2 marzo 2017

livi la terra si muove

Ero così abituato al mio comportamento da brava persona, che arrivato a un certo punto della vita ho cominciato a pensare di essere davvero una brava persona. Poi due anni fa, una notte, mi ha svegliato un colpo secco, come se si fosse spaccato qualcosa. La mattina mi sono accorto che sul soffitto della mia camera c’era una crepa a zigzag spessa un millimetro. Era solo una piccola crepa, e forse non ci avrei più pensato, se quella crepa non avesse cominciato ad allargarsi, un decimo di millimetro al giorno, prima due millimetri, poi tre, quattro, e non avessi visto aprirsi altre crepe in cucina, in bagno, tra i gradini della scala, agli angoli delle finestre. Mi sono spaventato, così ho chiamato un mio amico geometra che mi ha detto:
– Mi dispiace dovertelo dire, ma qui sotto la terra si muove. Lo so che sembra impossibile, ma la terra che qui sotto è stata ferma per dei secoli, adesso si muove, e noi non possiamo fare niente per fermarla. Non so dirti quanto tempo potrà ancora durare, ma se continua così alla fine la terra si porterà via la tua casa.
Questo mi ha detto il mio amico geometra.
Sono due anni che non ho voglia di vedere nessuno. Dev’essere da quando ho messo in vendita la casa. Se mi guardo allo specchio provo un senso di fastidio, ogni volta che parlo mi sembra che non dovrei. Non chiamo più nessuno, e nessuno mi chiama più. Se suona il telefono, è sempre un mediatore che mi chiede di fissare l’appuntamento per una visita. Allora io, il giorno prima dell’appuntamento, nascondo tutte le crepe con lo stucco, poi copro lo stucco con la calce, e con uno straccio sporco sfumo il bianco eccessivo della calce in modo di armonizzarlo col resto della parete. Il giorno della visita spruzzo qualche goccia di trementina per confondere l’odore della calce poi, con un bel sorriso, apro la porta al mediatore e ai suoi clienti. Sono due anni che incontro soltanto mediatori. Brave persone, per carità, però ogni volta va a finire che li odio tutti, uno per uno, quando dicono disimpegno, scoperto, metri quadri calpestabili, cucina abitabile leggermente mansardata. Poi odio tutti i loro clienti che non possono mai fare a meno di guardare le mie cose e i miei mobili con la faccia schifata. Alla fine di ogni visita i clienti dicono: ci scusi per il disturbo. Io dico di niente, di niente. E invece non li scuso, non li posso scusare, maledetti, sempre a notare le pareti da abbattere, e mai una volta qualcuno che abbia notato, per dire, il paesaggio a olio che sta sopra il divano, che a guardarlo da lontano somiglia a un originale fiammingo, e non diresti che invece l’ho fatto io a diciott’anni. Mai nessuno che abbia detto una parola sul mio cesto di salice che ho appeso fuori sul terrazzo. L’ho fatto io dieci anni fa. Ci ho impiegato tre mesi per farlo, tutta la durata del corso di intreccio costato novanta euro, che con novanta euro mi ci sarei potuto comprare un maglione, invece no, ho fatto il corso di intreccio perché speravo di incontrare una ragazza, invece niente, c’erano solo tre ottantenni che già lo sapevano fare l’intreccio per averlo imparato da giovani, e che per tutto il tempo non hanno fatto altro che prendermi per il culo, vecchiacci maledetti, sempre a dire che non ero capace, che non sapevo scegliere i rami giusti, che il manico del mio cesto era troppo debole e si sarebbe rotto subito. Il giorno che l’ho portato a casa anche mia madre ha detto che il cesto era sbagliato e si sarebbe rotto subito.
Invece il mio cesto, dopo dieci anni, è ancora lì tutto intero sul terrazzo.

[Roberto Livi, La terra si muove, Marcos y Marcos 2017, pp. 9-11]

Dio e una Fiesta usata

venerdì 24 febbraio 2017

livi la terra si muove

Per una coincidenza strana, il giorno che ho superato l’esame di guida, m’è venuto per la prima volta un dubbio sull’esistenza di dio. Quel giorno ero finalmente libero di guidare la mia Fiesta usata, in teoria avrei dovuto esser contento, e invece mi sentivo un brutto sintomo allo stomaco, stavo male per il fatto di aver perso la fede. Così il mio primo viaggio in macchina l’ho fatto per andare a parlare con Don Angelo di Fossombrone, che era un grande esperto di teologia e di esegesi biblica. Sono arrivato a Fossombrone alle cinque del pomeriggio, ho parcheggiato dietro l’abside, poi ho spinto la porta della chiesa che c’era ancora la funzione. Ho dovuto aspettare la fine della messa per poter entrare in sagrestia a parlare con Don Angelo.
– Don Angelo? Buonasera Don Angelo, mi scusi tanto per il disturbo. Son qui per chiederle una cortesia. Quando possibile, avrei bisogno del suo aiuto, vorrei poterle parlare, vorrei farle qualche domanda, questione di pochi minuti. Il fatto è, Don Angelo, che all’improvviso ho avuto una brutta percezione, come una vertigine, ho cominciato a dubitare di tutto, di dio, del mondo, di me stesso, addirittura ho provato sgomento per la materia, l’evoluzionismo, il determinismo psichico, e altre cose di questo tipo. Se è vero, come diceva quel tale, che un uomo è quello in cui crede, ecco che adesso, mi vergogno a dirlo, io di colpo non sono più niente.
Don Angelo ha fatto un bel sorriso, poi mi ha detto:
– Bene, molto bene. Parlerò con te volentieri, molto volentieri, ma non adesso, perché purtroppo adesso non ho tempo, però, se vuoi, possiamo incontrarci qui domattina, prima della funzione, dalle cinque e mezza alle sei. Se vieni qua domattina sarò felice di rispondere alle tue domande.
Io ho risposto:
– Grazie Don Angelo, verrò senz’altro. – Ma nel rispondere a Don Angelo, io sapevo di aver mentito, perché già sapevo che il mattino dopo alle cinque e mezza io avrei continuato a dormire.
Così per qualche tempo ho cercato di non pensare più alla religione, in modo da potermi godere in pace la mia Fiesta usata.

[Roberto Livi, La terra si muove, Marcos y Marcos, uscito ieri]

Così, non troppo grande

venerdì 27 gennaio 2017

Sei città

Del posto dove sono nato. Che è una città così, non troppo grande, che a me, lo so che non è bello dirlo, piace tanto. Adesso non ci abito, ci vado poco.
Lì, a certe ore, c’è una luce, in strada, che se hai un umore che i pensieri ti permetton di guardare, ti sembra di nuotare, nella luce.
Lì, quando sei un bambino, che son le due del pomeriggio, che esci dal portone, dall’androne buio del condominio dove abitano i tuoi genitori, e apri il portone e entri nella luce, che è tempo – dalle due del pomeriggio fino a sera – e spazio – da via Montebello in qua, tutto il quartiere – lì, tutti i giorni la promessa è così grande che ti vien da piangere, a pensarci.

[Da Sei città, esce tra qualche mese per Marcos y Marcos, illustrazioni di Timofej Kostin]

Essere niente

venerdì 18 novembre 2016

Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos

le parole trascritte da un autore anonimo in un glossario bengali-inglese trovato fra i resti di un’imbarcazione approdata a Lampedusa: fiume, stelle, cielo, mare, mondo, poeta, attore, scrivere, conoscenza

[Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos 2016, p. 107]

Parola

venerdì 30 settembre 2016

Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos

parola, modo mio
di pregare senza dio

[Francesca Genti, Preghiere del posto nel mondo, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos 2016, p. 77]

La luna

giovedì 29 settembre 2016

Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos

Così da quel punto camminai con i miei amici tre giorni, continua la sua storia Hudson. Vedemmo la luna e pensammo che fossero luci, così seguimmo la luna […] Così noi seguimmo la luna, se vedi che c’è qualche luce, poi sai dove andare […] Così noi seguimmo la luna, camminavamo, ma non vedevamo niente, non c’era niente, pensavamo fossero luci e invece era la luna…

[Monica Massari, La maledizione di essere niente, in Ma il mondo, non era di tutti?, Milano, Marcos y Marcos 2016, p. 107]

Il contrario

giovedì 1 settembre 2016

georges perec, riga 4

Lavoro tutti i giorni. Talvolta mi impongo di passare una giornata intera senza scrivere una sola riga, ma è abbastanza difficile.

[Georges Perec, Conversazioni con Jean-Marie Le Sidaner, in Riga 4, Georges Perec, a cura di Andrea Borsari, Milano, Marcos y Marcos 1993, p. 91]

Come le pecore d’un gregge

venerdì 26 agosto 2016

Tschingis Aitmatov, Melodia della terra. Giamilija, versione italiana di Andrea Zanzotto, Milano, Marcos y Marcos

Anche su questo punto avevamo le nostre regole precise: i fratelli scrivevano le lettere indirizzandole al babbo, il postino del villaggio le portava alla mamma, leggere le lettere e rispondere era compito mio.
Prima di mettermi a leggere già sapevo ciò che Sadyk aveva scritto.Tutte le sue lettere si somigliavano come le pecore d’un gregge. Sadyk immancabilmente cominciava con le parole “Notizie riguardanti la mia salute”, e poi, senza mai variare, dichiarava: “Mando questa lettera per posta ai miei genitori che vivono nel fiorente e profumato Talas: al mio caro e amatissimo padre Giolciubaj…” Poi veniva mia madre, poi sua madre e poi tutti noi in rigido ordine. Dopo venivano le domande d’obbligo sulla salute e prosperità degli anziani del clan, dei parenti stetti e soltanto alla fine, quasi frettolosamente, Sadyk aggiungeva: “E mando anche un saluto a mia moglie Giamilja…”
Certo, quando padre e madre sono in vita, quando al villaggio prosperano gli anziani e i parenti stretti, nominare la moglie per prima, o peggio indirizzare una lettera direttamente a lei, è senza dubbio scorretto o addirittura fastidioso. Sadyk non è il solo a pensarlo, ma ogni uomo che si rispetti. E non c’era nulla da cambiare: al villaggio tutto era stabilito, e non solamente tutto questo non sollevava alcuna discussione, ma, semplicemente, non ci pensavamo affatto; non ci ponevamo il problema. Perché ogni lettera era un avvenimento gioioso, desiderato.
La mamma mi faceva rileggere la lettera parecchie volte, poi con tenerezza la prendeva tra le sue mani tutti screpolate, e guardava il foglietto con aria incerta, come se fosse stato un uccello in grado di volar via. Muovendo con fatica le dita rigide piegava infine la lettera a triangolo.
“Ah, miei cari, conserveremo le vostre lettere come talismani!” sussurrava con voce tremante di lacrime.

[Tschingis Aitmatov, Melodia della terra. Giamilija, versione italiana di Andrea Zanzotto, Milano, Marcos y Marcos, pp. 31-32]