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La fermata del carcere

sabato 9 aprile 2016

Questa settimana sono andato in carcere, a Bologna, alla Dozza. Non c’ero mai stato. Sono andato in autobus, col 25, e ho chiesto all’autista se poteva avvisarmi quando arrivavamo, lui mi ha detto che c’era l’avvisatore acustico, un nastro che diceva il nome delle fermate. Allora gli ho chiesto come si chiamava la fermata del carcere e l’autista mi ha detto che la fermata si chiamava Carcere. Quando siamo arrivati alla fermata Carcere son sceso, mi son guardato intorno e mi son detto «Dove vado?». Poi l’ho visto, alla mia destra, e ho pensato che un carcere, si fa fatica a sbagliarsi, si riconosce. Quando son stato dentro ho incrociato un carcerato che fumava e mi è venuto in mente che una cosa che succede, nelle carceri, è che nessuno deve andar fuori per fumare. E che il rapporto dentro-fuori, lì in carcere, è completamente diverso da quello che c’è dove abito io, a Casalecchio di Reno. E mi è venuto da pensare a uno dei protagonisti del Repertorio dei matti della città di Roma, uno che si chiamava Nino B. che quando era nel padiglione 16 del Santa Maria della Pietà e gli han detto che volevano chiuderlo, il Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma, aveva preso il direttore sanitario Tommaso L. e gli aveva detto: «Non puoi sapere quanto sia difficile per noi entrare fuori». Ecco, io, in carcere, l’altro giorno, la sensazione che ho avuto, quelle tre ore che ci son stato, è come di essere uscito dentro. La prima persona che ho incontrato è stato un mio amico che fa il bibliotecario e che è lì da tre anni. L’hanno arrestato tre anni fa per omicidio e io, in questi tre anni, ogni tanto mi capitava sott’occhio il suo nome nella mia rubrica telefonica e pensavo «Ecco. Forse non lo vedrò mai più nella mia vita». Invece l’ho visto l’altro giorno, alla Dozza. Ci siamo detti che eravamo contenti, di vederci. I carcerati con i quali ho parlato mi han chiesto se, secondo me, loro potevano scrivere qualcosa di bello, e io gli ho risposto che secondo me potevano. E mi è tornata in mente una cosa, una frase che credo abbia detto Bertold Brecht: «Siccome i posti dalla parte della ragione erano tutti occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto». E ho pensato che la letteratura è quasi sempre, dalla parte del torto. E che quel mondo lì, il carcere, che è il mondo dei vinti, è, per forza di cose, anche il mondo della letteratura. E che se mi invitassero a cena due persone, un industriale che ha avuto successo, un cosiddetto self made man, e un fallito, uno che è stato proprio sul bollettino dei protesti, io, l’uomo di successo, avrei paura che mi volesse insegnare a stare al mondo, non ci andrei, a cena con lui, invece il fallito secondo me è uno che ha un sacco di storie da raccontare sarei curioso, di sentirlo parlare del suo fallimento. Una mia amica di Bologna mi ha raccontato che quando lei era piccola che faceva un disastro che sua mamma la sgridava e lei le diceva «Hai ragione», sua mamma si arrabbiava ancora di più. «La ragione si dà ai matti», le diceva, «non darmi ragione». A Parma si dice «La ragione si dà ai coglioni», ma la sostanza è la stessa. Per come capisco io la cosa, se dài ragione a qualcuno è come se gli dicessi di stare zitto: chi ha ragione non ha niente da dire, quelli che han delle cose da raccontare sono quelli che han torto.

[Uscito ieri su Libero]

Tutti i film belli che ci sono

sabato 2 aprile 2016

Questa settimana ho sentito un’intervista a Chiara Gamberale dove la Gamberale, che, oltre che scrittrice, è conduttrice radiofonica, parlava del suo ultimo libro, che è un libro la cui protagonista è una conduttrice televisiva che fa un programma che si intitola Tutte le famiglie felici che, diceva la Gamberale, è un po’ il contrario dei programmi come S.O.S Tata. Che è un programma televisivo, S.O.S. Tata, che è molto utile per le famiglie che hanno dei figli un po’ troppo esuberanti, che chiedono aiuto alla Tata che sta con loro una settimana e capisce come vanno le cose e poi spiega ai genitori come si educano i bambini e gli insegna un po’ a stare al mondo, sia ai genitori che ai bambini; ecco, nel programma dalla Gamberale, la protagonista si fa adottare da delle famiglie felici che glielo spiegano a lei, come si fa a stare al mondo, cioè come si fa a esser felici, a esser contenti di quel che si fa. Il titolo del programma, Tutte le famiglie felici, viene dall’inizio stupefacente di uno stupefacente romanzo (Anna Karenina) di uno stupefacente scrittore (Lev Tolstoj) che è un rappresentante di quello stupefacente fenomeno letterario che potremmo chiamare «ottocento russo», e è un inizio che fa così: «Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Quando la Gamberale ha citato questa frase di Tolstoj ha detto poi che la protagonista del suo libro conosce, per esperienza diretta, le famiglie infelici, e sa come sono diverse le une dalle altre e poi ha aggiunto che lei pensa che anche le famiglie felici, siano diverse le une dalle altre, cioè ha, in un certo senso, confutato Tolstoj, e mi ha fatto venire in mente una cosa che avevo sentito quest’estate al festival letteratura di Mantova, detta da un altro scrittore italiano contemporaneo, Fabio Geda, che, con grande semplicità, aveva confutato Dostoevskij. «Ci sono degli scrittori che dicono che la bellezza salverà il mondo, – aveva detto Fabio Geda, – invece non è vero». E Fabio Geda mi ha fatto venire in mente una nota che Umberto Eco aveva messo alla fine dell’edizione italiana di un libro stupefacente (Esercizi di stile) di uno stupefacente autore (Raymond Queneau), rappresentante di quello stupefacente fenomeno letterario che potremmo chiamare «novecento francese», che è un libro, come si sa, dove Queneau racconta in 99 modi diversi una storia banalissima, e, se non ricordo male, il primo commento di Eco, nella sua postfazione, era qualcosa del tipo «se ne potrebbero trovare molti altri, di modi di raccontare questa storia». Cioè è come se loro tre, la Gamberale, Geda e Eco, invece di essere stupefatti da questi fenomeni stupefacenti (Tolstoj Dostoevskij e Queneau), ci tenessero moltissimo a dire la loro, a fare presente che loro ci sono, sono lì, esistono, che è una cosa che io trovo leggermente stupefacente ma meno stupefacente della reazione che mi sembra abbia avuto, qualche anno fa, il regista finlandese Aki Kaurismaki quando, arrivato a Roma per presentare una suo film, aveva trovato la sala piena e la prima cosa che aveva detto mi sembra che fosse stata «Ma con tutti i film belli che ci sono, ma perché vi interessa proprio il film che ho fatto io?».

Cancellarsi

sabato 26 marzo 2016

L’altro giorno ero su un treno, su uno di quei treni regionali che a me piacciono più dei treni Eurostar, degli Intercity, dei Freccia Rossa e dei Freccia Argento, non so come mai, mi fanno venire in mente delle espressioni come appena appena, o quasi quasi, o così così, o meno meno (come sei meno meno), che sono espressioni che rimandano a un mondo che non ce la fa quasi più che mi piace moltissimo, una condizione del genere, a me una volta è venuto da pensare che io ormai è una vita, che sono sul punto di rassegnarmi, e forse è per quello, che mi trovo così bene su quei treni, perché sembrano treni che non ce la fan quasi più, che sono sul punto di rassegnarsi e l’altro giorno, tornavo da Cesena, ero stato alla facoltà di architettura a ragionare di case emiliane, esistono le case emiliane?, e quelle romagnole?, c’è un’architettura emiliana?, e un’architettura romagnola?, ero stato due ore nella facoltà di architettura a farmi delle domande del genere e quando ero montato sul treno avevo guardato la posta elettronica, sul mio telefono, avevo visto che avevo ricevuto una mail dal negozio elettronico della Feltrinelli avevo pensato che io non le volevo mica ricevere, delle mail dal negozio elettronico della Feltrinelli, e avevo cercato in fondo alla mail il modo di cancellarmi, avevo trovato una scritta che diceva: se non vuole ricevere più questa newsletter clicchi qui, e ci avevo cliccato.
E mi era comparsa una scritta che diceva: «La tua richiesta di disiscrizione è stata registrata correttamente; da questo momento non riceverai più la nostra newsletter. Nel caso in cui dovessi ricevere ancora mail, è perché sono state pianificate prima della ricezione della tua richiesta di disiscrizione».
Che a me era sembrato un messaggio stranissimo per due motivi: per via del fatto che mi dicevano che non avrei ricevuto più le loro mail e che forse ne avrei ricevute ancora, e per via del fatto che in questo messaggio si usava per due volte una parola che non avevo mai visto e che non conoscevo: disiscrizione.
Che io, se fosse stato qualcun altro a scrivermi, avrei pensato a un errore, ma siccome la mail veniva dalla Feltrinelli, che è una delle più importati case editrici italiane, ho pensato che non erano loro che avevan sbagliato, ero io, che ero rimasto indietro.
La lingua, del resto, lo sappiamo, è fatta così, va verso la semplificazione, uno si iscrive e si disiscrive: iscrizione – disiscrizione. Perché usare cancellazione, che è brutto? Disiscrizione è molto più facile e intuitivo, e il meccanismo si può applicare anche ad altri processi, uno per esempio nasce e poi disnasce.
Pensate a un dialogo del tipo «Come stai?», «Male», «Come mai?», «È disnato mio cugino»; uno viene promosso, o dispromosso, «A me alle superiori mi han dispromosso due volte»; uno al mattino si veste, alla sera si disveste «Vieni a letto!», «Aspetta che mi disvesto», ho pensato l’altro giorno sul treno a disandare a Cesena che ci ero andato a parlar di architettura e stavo disandando a Bologna dove sarei dovuto poi andare in biblioteca a disprendere in prestito un libro, poi a fare la spesa, poi a casa a dispranzare, poi alla sera avrei fatto lezione alla scuola elementare di scrittura emiliana (una discuola di scrittura) e poi, finalmente, verso mezzanotte, avrei potuto dissvegliarmi, che mi ero disaddormentato alle sei mattino, quel giorno lì, una bella disriposata.

[Uscito ieri su Libero]

La politica di qualità

sabato 19 marzo 2016

Questa settimana Patrizia Bedori, che era candidato sindaco del MoVimento 5 stelle a Milano, ha rinunciato alla candidatura e io, devo dire, ci sono rimasto un po’ male.
La prima volta che l’avevo sentita parlare, quattro mesi fa, alla presentazione dei candidati a sindaco di Milano del MoVimento 5 stelle, lei era l’unica donna e, quando è arrivata sul palco e l’applaudivano in molti lei ha detto: «Essendo l’unica donna ovviamente ho la clap». E io avevo pensato che Patrizia Bedori era una che, nella sua carriera politica, avrebbe costruito una serie notevole di frasi memorabili.
E l’altro giorno, quando ho saputo che la sua carriera politica era già praticamente quasi finita, sono andato su youtube a cercare le sue interviste e ho trovato un’intervista in cui lei criticava Sala, il candidato sindaco del centrosinistra, e un giornalista, Stefano Zurlo, le faceva notare che lei, diversamente da Sala, era stata eletta a candidato sindaco di Milano da un numero infimo di elettori (74), e lei aveva risposto che questi pochi elettori erano elettori di qualità; cioè praticamente aveva risposto che i suoi 74 elettori, siccome erano di qualità, valevano di più dei 24.961 elettori che avevano votato Sala alla primarie del PD. Cioè che ogni elettore del MoVimento 5 stelle valeva almeno 338 elettori del PD.
Sempre in quell’intervista, la Bedori ha detto, parlando dell’expo, che l’expo è costata, per ogni visitatore, 750.000 euro. Siccome all’expo sono andati 22 milioni di persone, il costo dell’Expo sarebbe di 16.500 miliardi di euro, che, se non mi sono sbagliato a fare i conti, è una cifra che equivale al Pil degli Stati Uniti e della Cina messi insieme; se fosse vero, avrebbe ragione, Patrizia Bedori, a lamentarsi di quello che è costato l’Expo, ma mi sembra più ragionevole pensare che un po’ di queste spese siano state sostenute da degli esponenti del MoVimento 5 stelle, cioè che un po’ di questi euro siano euro di qualità, che valgono almeno 338 degli euro normali, e certi anche di più.
In un’altra intervista a Rete 4, alla domanda cosa l’avesse spinta a impegnarsi in politica, lei ha risposto che Milano aveva bisogno di facce nuove, pulite, e che lei era stata votata dalla cittadinanza attiva (e di qualità, aggiungo io) e che era «stata proclamata sindaco di Milano», che è un caso stranissimo e interessantissimo di qualcuno che viene proclamato sindaco (di qualità) prima ancora che ci siano le elezioni.
E quando in quell’intervista le hanno chiesto come avrebbe scelto i suoi collaboratori, lei ha risposto «Guardi, dal 15 novembre inizieremo a fare dei tavoli di lavoro per decidere il programma insieme ai cittadini, è già da un anno che lavoriamo insieme ai cittadini per scrivere il programma» che anche questa, come frase, è un piccolo capolavoro di insensatezza che mi ha fatto pensare a una cosa che diceva lo scrittore americano Kurt Vonnegut e che è la cosa che mi viene in mente più spesso, quando penso alla politica: «C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, – ha scritto Kurt Vonnegut – e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza», che è una cosa che credo valga per i candidati alla presidenza degli Stati Uniti ma per gli attivisti del MoVimento 5 stelle vale forse di più, 338 volte di più, se dovessi dire.

[Uscito ieri su Libero]

Pubblici trasporti

sabato 12 marzo 2016

Questa settimana, il 6 marzo, al teatro Quirino, a Roma, Francesco Storace ha aperto la campagna elettorale per le elezioni comunali presentando la propria candidatura a sindaco e ha fatto un discorso di un’ora circa nel corso del quale ha detto che, se lui diventasse sindaco, la prima cosa che farebbe sarebbe convocare l’ambasciatore indiano e dirgli che, se non restituissero all’Italia entro dieci giorni Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di marina che sono da anni trattenuti in India in stato di arresto, lui farebbe chiudere tutti i ristoranti indiani di Roma, che è una cosa della quale molti hanno parlato perché è abbastanza strana, come programma elettorale, ma siccome è una cosa di cui molti hanno parlato io preferisco non parlarne preferisco parlare di un’altra cosa, che ha detto Storace sempre in quell’occasione, che è una cosa che ha a che fare con un’altra questione che sembra sia un problema romano da anni, la questione dei trasporti pubblici.
Il problema dei trasporti pubblici a Roma è un problema talmente evidente che me ne sono accorto anch’io, che non abito a Roma ma a Casalecchio di Reno, perché l’anno scorso, con dei ragazzi e delle ragazze di Roma, abbiamo fatto un libro che si chiama Repertorio dei matti della città di Roma che uno di questi matti repertoriati «era un autista dell’autobus 62. Quando arrivava la notte, alla fine della corsa, al capolinea di Piazza Bologna, scriveva sul suo display “Gotham city”».
Ma a parte questo, Storace l’altro giorno al teatro Quirino ha detto che Roma bisogna farla diventare più veloce, e che, riguardo agli autobus, ci sono tecnologie che, se solo si studia un po’, se solo ci si impegna un po’, ti consentono, con l’utilizzo del biglietto digitale, di non perdere più un euro dai passeggeri che non lo pagano. Che il biglietto digitale, ha spiegato Storace, vuol dire un autobus dotato di nuove tecnologie che, se tu non hai il biglietto a bordo, ha detto Storace, ti blocca, e saranno gli altri passeggeri a farti scendere perché si illuminerà la postazione dove sei.
Che io, adesso, non so se ho capito bene, ma un autobus che si blocca fino a quando tutti i passeggeri non hanno tutti il biglietto, a me non sembra risolva il problema della lentezza degli autobus, mi sembra lo aggravi, in un certo senso. Ma a parte la lentezza o la velocità, queste nuove tecnologie suggerite da Storace vanno in una direzione che, non so, se ci fosse, in un condominio, un inquilino moroso, una soluzione analoga sarebbe far dormire tutti gli inquilini all’aperto finché anche quello moroso non paga l’affitto anche lui.
E, per finire, a proposito di case e di Gotham city, mi è venuto in mente un altro matto, tratto dal Repertorio dei matti della città di Milano, che «aveva comperato cinque capannoni industriali e dentro ci aveva costruito una Bat casa con una piscina con il ponte levatoio, con una Bat botola automatizzata che si apriva su un bunker sotterraneo, con un poligono di tiro insonorizzato e un ring da boxe, probabilmente per allenarsi a combattere i nemici della sua città Milano. Poi però si era dimenticato di pagare un fornitore e quando gli ufficiali giudiziari erano entrati nella Bat casa da 447 metri quadri e si erano resi conto che era tutto abusivo, la sua mamma aveva detto che comunque avrebbe dato tutto in beneficenza». 

[Uscito ieri su Libero]

Impiegati

lunedì 7 marzo 2016

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Nel romanzo di Lodovico Festa La provvidenza rossa, appena uscito per Sellerio, un ingegnere comunista, che si chiama Mario Cavenaghi, ritrova, nel 2015, le carte di un’inchiesta che aveva condotto nel 1977 in quanto vicepresidente della commissione probiviri lombarda del Partito Comunista Italiano, e che l’aveva portato a essere una specie di poliziotto del Partito Comunista, in competizione con la polizia di stato, rappresentata da Francesco «Ciccio» Modena, braccio destro del commissario della zona Sempione. Il romanzo di Festa è popolato da segretari della federazione di Quarto Oggiaro che hanno dei completi viola-azzurrini che ricordano quelli che si vendevano al Gum di Mosca, un grande magazzino che dava sulla piazza Rossa, da ritratti di Lenin e di Gramsci e busti di Palmiro Togliatti, da intellettuali di origini cuneesi, «testoni, come tutti quelli che vengono da quelle parti», da funzionari di partito che si meravigliano del fatto che il mezzo grattacielo di via Melchiorre Gioia non l’avessero fatto «con quel bel stile imperiale che usano a Mosca», da segretari di federazione che, quando parlavano del tesseramento erano «incantati dal rito» che permetteva loro di «esorcizzare le paure, propiziare esiti felici», da biblioteche lombarde che conservavano «una raccolta della rivista “Oltre”, organo dell’associazione delle pompe funebri italiane».
Era un periodo in cui lo stadio San Siro era ancora «uno stadio-monumento spettacolare, a strapiombo sul campo. Chissà – si chiede Cavenaghi – se sarebbero mai riusciti a rovinare un edificio così perfetto con un’erba come un panno di biliardo?». E era un periodo in cui «mostrarsi troppo apertamente innamorati era considerato abbastanza disdicevole», quasi quanto «essere addirittura gelosi», e era un periodo che se il responsabile della sezione Esteri della direzione nazionale del PCI incontrava un padre gesuita, c’era il caso che il padre gesuita gli chiedesse: «Avete qualche legame con i guerriglieri comunisti dell’Indonesia che stanno infastidendo una nostra missione? Credo siano stati finanziati dai cinesi ma che abbiano qualche rapporto con Mosca e Hanoi. E mi scusi se passo subito dalle stelle alle stalle. Sa a chi mi posso rivolgere per il nostro seminario di Senago, città ora amministrata da voi, che vorrebbe metter su una bocciofila e incontra tante difficolta?». Continua a leggere »

Bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini

sabato 5 marzo 2016

Sta per uscire un’antologia che parla dell’Emilia, e siccome hanno chiesto anche a me di scrivere un pezzo, per questa antologia, io ci ho provato ma mi sembra una cosa difficilissima. Mi è venuto in mente il periodo in cui una rivista di viaggi mi aveva mandato nel Mississippi a scrivere di blues, nel 2002, e io ci ero andato e molti di quelli che incontravo per strada e ai quali chiedevo cosa pensavan del blues mi guardavano stupiti e poi mi dicevano che loro, del blues, non ne pensavano niente, e che ascoltavano della musica tutta diversa. E io mi ero sentito come credo si sarebbe sentito un americano che fosse venuto in Emilia convinto che tutti gli emiliani ascoltassero il liscio, bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini quando si fosse accorto che c’eran degli emiliani che il liscio non lo ascoltavano e erano astemi e vegetariani. E mi è tornato in mente un esempio che mi torna in mente spesso, in questi ultimi mesi, l’esempio di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e di scrivere poi una canzone su di loro da cantare ai senegalesi e lui, tra le altre cose, aveva scritto che in Europa, al mattino, succedeva una cosa stranissima, c’era un sacco di gente che andava in giro legata ad un cane.
Che, per uno che non ha mai visto un guinzaglio, e non ha idea neanche di cosa sia, è esattamente quello che succede tutte le mattine, anche sotto casa mia, solo che vederlo è difficile, perché io son così abituato, ai guinzagli, che ho smesso di vederli, e con l’Emilia, mi sembra, succede la stessa cosa, e è per ovviare a questa mancanza di intelligenza nel mio sguardo, che secondo alcuni critici e alcuni teorici dell’arte esistono l’arte e la poesia.
L’arte, ha scritto una volta un filosofo che si chiama Agamben, non serve per rendere visibile l’invisibile, serve per rendere visibile il visibile, e questa cosa, con l’Emilia, a me è successa grazie alla fotografie di Luigi Ghirri.
Prima di vedere le fotografie di Luigi Ghirri, se pensavo all’Emilia io, oltre che al ballo liscio, al lambrusco e ai tortellini, pensavo a poche cose, ai pioppi e al fiume Po, prevalentemente; c’erano queste immagini bucoliche che non avevano niente a che fare con le mie giornate, abito lontano dai pioppi e dal Po, ma che erano da qualche parte nella mia testa dentro una cartellina con su scritto «Emilia»; dopo che ho visto le fotografie di Ghirri, io mi sono accorto che in Emilia ci sono anche i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità, il cielo. Lui, Ghirri, con le sue fotografie, è come se avesse preso con due dita l’imballaggio che avvolgeva l’Emilia, sotto casa mia, e avesse tolto dal loro imballaggio che li rendeva invisibili i distributori di benzina, i semafori, le fermate dell’autobus, la neve, i bambini che si vestono da Batman per carnevale, i gommisti, le saracinesche, le pubblicità e il cielo che c’erano sotto casa mia e io adesso, è incredibile, riesco a vederli, e la cosa è ancora più incredibile se si considera che Ghirri, sotto casa mia, probabilmente, non c’è mai neanche passato.

[uscito ieri su Libero]

Se uno conosce troppo se stesso

domenica 28 febbraio 2016

Io di solito, per un vizio che si potrebbe definire il conformismo dell’anticonformismo, cerco di non parlare delle cose di cui parlano tutti, quindi questa settimana non volevo parlare di Umberto Eco, solo che questa settimana ho scoperto uno scrittore spagnolo che si chiama Ramón Gómez de la Serna e il suo Mille e una greguería (a cura di Danilo Manera), dove ho letto delle cose del tipo: «Se uno conosce troppo se stesso, smette di salutarsi», o «Nell’elenco del telefono, siamo tutti esseri microscopici», o «L’anguria è un salvadanaio di tramonti », o «Il tram approfitta delle curve per piangere», o «Sui fili del telegrafo rimangono, quando piove, delle lacrime che rendono tristi i telegrammi», e quando sono arrivato a leggere «Aveva una memoria così cattiva che si dimenticò di avere una cattiva memoria e cominciò a ricordarsi tutto», ho pensato che io, se sono veramente anticonformista come credo di essere, devo esserlo al punto da scrivere qualcosa su Umberto Eco. Solo che poi mi son detto «Ma cosa puoi scrivere te, di Umberto Eco, che non l’hai mai conosciuto?». E invece poi mi son ricordato che io son così affetto, dal conformismo dell’anticonformismo, che l’ho conosciuto, Umberto Eco. Una delle cose più sorprendenti di una città molto sorprendente, San Pietroburgo, per me è stato il fatto che nella Dom Knigi, la più grande libreria della città, all’ultimo piano, tra le fotografie degli scrittori che avevano visitato la libreria c’era, unico scrittore non russo, la fotografia di Umberto Eco. E quindici anni fa, nel 2001, il padrone di casa dell’appartamento che avevo affittato a San Pietroburgo, che si chiamava Sergej, quando aveva saputo che abitavo a Bologna mi aveva chiesto se era la stessa Bologna dove abitava Umberto Eco, e, siccome io gli avevo detto sì, prima di partire mi aveva detto che aveva un favore da chiedermi: siccome Umberto Eco era il suo scrittore preferito, potevo, per cortesia, quando incontravo Umberto Eco, chiedergli un autografo per lui, per Sergej? Io mi ero detto che era bellissima, l’idea che Sergej aveva di Bologna, un posto dove tutti conoscevano tutti, e quell’ingenuità lì mi era sembrata molto russa, figlia di un mondo dove poteva succeder di tutto, mica come in Italia.
Due settimane dopo, a Bologna, all’Osteria dell’Orsa, appoggiato al bancone che aspettava che gli consegnassero la sua cena da asporto, avevo visto Umberto Eco e gli avevo chiesto se potevo disturbarlo un minuto e gli avevo raccontato la storia della Dom Knigi di San Pietroburgo e del mio padrone di casa Sergej, del quale lui era lo scrittore preferito, e del suo desiderio di avere un autografo, e lui, Umberto Eco, mi aveva detto che in Russia, alla Dom Knigi, dall’abbraccio degli ammiratori l’avevan salvato solo i cosacchi, e poi aveva preso un foglietto e ci aveva scritto «A Sergej», e poi sotto aveva fatto l’autografo e io l’avevo messo in una busta e l’avevo mandato a Sergej e poi mi ero messo ad aspettare una lettera che mi ringraziasse dell’autografo che gli avevo mandato.
La lettera di ringraziamento non mi è mai arrivata e dopo un po’ di tempo mi è venuto il dubbio che Sergej non avesse capito, che il foglietto che gli avevo mandato era l’autografo di Umberto Eco.
E questo, in sostanza, è tutto.

[Uscito ieri su Libero]

I più grandi

sabato 20 febbraio 2016

L’altro giorno in libreria ho visto il libro di Ljudmila Petruševskaja C’era un volta una donna che cercò di uccidere la figlia della vicina, pubblicato da Einuadi Stile libero, nella cui quarta di copertina c’era scritto che Ljudmila Petruševskaja è «la più grande autrice russa vivente».
Io non avevo mai sentito nominare Ljudmila Petruševskaja, il che è segno del fatto che io sono poco informato sulla letteratura russa moderna e contemporanea.
È anche vero che negli ultimi dieci anni questa è forse la quindicesima volta, che trovo in libreria un libro nella cui quarta di copertina si presenta l’autore (o l’autrice) come «il più grande autore (o la più grande autrice) russo (o russa) vivente».
Dei quattordici colleghi della Petruševskaja, devo dire, dopo quel primo libro che annunciava al pubblico italiano la loro grandezza, a me sembra di non aver visto altre manifestazioni editoriali in lingua italiana, e non voglio mettere in dubbio la competenza dei russisti di Manchester (il giudizio sulla grandezza della Petruševskaja si deve al quotidiano di Manchester The Guardian), né voglio esprimere dubbi sul fatto che la fama di Ljudmila Petruševskaja possa durare nel tempo anche in Italia, oltre che in Russia, dove devo presumere sia molto famosa, se è vero che è «la più grande autrice russa vivente», né, del resto, ho motivi per credere che fosse millantata la fama dei suoi predecessori; mi viene piuttosto da pensare che la letteratura russa contemporanea sia una letteratura talmente fertile e vivace da avere, contemporaneamente, quindici «più grandi» autori (o autrici) viventi.
Mi viene in mente la conclusione cui era arrivato qualche anno fa lo scrittore italiano Dario Voltolini, che ogni volta che leggeva una critica che cominciava dicendo «Nel desolante panorama della letteratura italiana contemporanea, finalmente un romanzo significativo» la metteva da parte, e in tre anni ne aveva messe da parte dieci, di critiche di questo tipo, e aveva concluso che una letteratura che produceva dieci romanzi significativi in tre anni, disegnava un panorama tutt’altro che desolante, secondo Voltolini e secondo gli stessi critici che lo trovavano desolante.
Certo in Italia non si è mai arrivati ai livelli della letteratura russa dove c’è ben altro che dieci romanzi significativi in tre anni, ci sono, contemporaneamente, «quindici più grandi autori russi viventi», ma i russi, si sa, sono stati avvantaggiati dalle circostanze, come si deduce dalla nota biografica della Petruševskaja.
Ljudmila Petruševskaja «nata nel 1938 a Mosca», è stata «a lungo ostracizzata ai tempi dell’Unione Sovietica», c’è scritto, ed è scritto come se fosse un titolo di merito, come se questa circostanza fosse necessariamente una circostanza significativa da un punto di vista letterario.
Io quando l’ho letto ho pensato a una cosa che diceva un signore che si chiama Iosif Brodskij e che ha avuto una biografia abbastanza vivace, da questo punto di vista, e che avrebbe potuto riscuotere questo credito, se così si può dire, ma che non lo faceva perché era convinto che «Gli scritti di una persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti» (questa frase di Brodskij viene dal volume da poco pubblicato da Adelphi Conversazioni, la traduzione è di Matteo Campagnoli).

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Siccome l’anno prossimo è il 2017

sabato 13 febbraio 2016

Siccome siamo nel 2016, e l’anno prossimo è il 2017, e nel 2017 a Parma si vota, un mio conoscente parmigiano mi ha chiesto cosa succederà, secondo me, nel 2017 e chi sarà, secondo me, il prossimo sindaco di Parma.
Io gli ho detto che, secondo me, queste cose più o meno funzionano sempre nello stesso modo, e che per capire cosa succederà nel 2017 bisogna ripensare a quello che è successo nel 2007 e nel 2012, le ultime due volte che si è votato.
Nel 2007 è successo che un candidato sindaco si è presentato promettendo che avrebbe fatto, a Parma, città pianeggiante di 163.000 abitanti, la metropolitana e che, nel giro di qualche anno, avrebbe fatto diventare Parma, città pianeggiante di 163.000 abitanti, una città di 400.000 abitanti e poi aveva detto tante altre cose e i parmigiani, quel candidato lì, bisogna dire, l’hanno votato e lui è diventato sindaco di Parma e a Parma la metropolitana non l’hanno poi fatta e la città non è diventata una città di 400.000 abitanti è rimasta più o meno dello stesso numero di abitanti che aveva nel 2007.
Nel 2012, invece, c’è stato un candidato sindaco che ha detto che l’inceneritore, che stavano finendo di costruire, se diventava sindaco lui l’avrebbero smontato e venduto ai cinesi e che, con lui sindaco, i rifiuti a Parma non li avrebbe bruciati nessuno, perché c’era il pericolo, con le polveri che si sprigionavano dagli inceneritori, che venissero dei tumori ai bambini, e che i rifiuti i parmigiani li avrebbero mandati a bruciare in Olanda, se diventava sindaco lui, e quando gli han chiesto dei bambini olandesi lui ha risposto che in Olanda non governava lui e che non è che poteva pensare a tutti.
E poi aveva detto, questo candidato, che se fosse diventato sindaco lui avrebbe cominciato una raccolta differenziata spinta che avrebbe portato la differenziata al 90 per cento nel giro di un anno (era al 48 per cento, circa) e poi aveva detto tante altre cose e i parmigiani, bisogna dire, quel candidato sindaco lì l’hanno votato e lui è diventato sindaco di Parma e a Parma, dopo, ma quasi subito, hanno accesso l’inceneritore, e i rifiuti di Parma li han bruciati a Parma e per i bambini olandesi non è cambiato niente ed è un bel lavoro e lui, quando hanno acceso l’inceneritore, ha scritto una lettera ai suoi concittadini dove si diceva, tra le altre cose: «Non guardiamo al passato, guardiamo al futuro».
E la raccolta differenziata, c’è da dire, dopo un anno e tre mesi che il sindaco era diventato sindaco avevano fatto il primo controllo era al 53 per cento, e al 90 per cento, son passati quattro anni, non c’è ancora arrivata, la raccolta differenziata, e secondo me non ci arriva nei prossimi trent’anni, a Parma, la raccolta differenziata, a quei livelli lì, ho detto al mio amico, e poi gli ho detto ancora due cose: che il prossimo sindaco, secondo me, per diventar sindaco si deve inventare una cosa, da dire in campagna elettorale, che dev’essere una cosa talmente enorme, se vuol essere eletto, che io, la mia immaginazione una cosa del genere faccio fatica, a concepirla, ho detto al mio amico, e poi dopo gli ho detto che comunque, a parte tutto, io ero molto sorpreso del fatto che lui questa cosa me l’avesse chiesta a me perché io, se dovessi chiedere qualcosa a qualcuno, l’ultimo a cui la chiederei sono io.

[Uscito ieri su Libero]