mercoledì 30 marzo 2011
L’altro giorno ho scritto un pezzo per Libero e l’ho intitolato Come vestirsi con il cambio di stagione (si trova qui poco lontano). Ho chiesto a Francesco Borgonovo, il responsabile delle pagine culturali di Libero, di pubblicarlo con quel titolo. L’ha pubblicato con questo titolo: A me piacciono le differenze, a Cortellessa chissà… Con i tre puntini alla fine. Io, nei venti libri che ho scritto, i tre puntini li ho usati forse tre volte o quattro, e mai nel senso di alludere a qualcosa che non vien detto, che è una forma retorica che mi disgusta, se dovessi dire. Tra l’altro, nel pezzo, non dicevo affatto che a me, diversamente da Cortellessa, piacciono le differenze, dicevo che a me piacciono sia le differenze che le uniformità e che Cortellessa a me sembrava molto diverso da Angela Azzaro. Quando ho cominciato a pubblicare per Libero, un’idea che avevo, era che i lettori di Libero fossero altrettanto intelligenti dei lettori del manifesto o della Repubblica. È una cosa che penso ancora, e queste piccole semplificazioni, distorsioni e manipolazioni, non mi sembrano solo inutili, mi sembrano dannose. C’è un’intervista alla figlia di Manganelli, se non ricordo male, che si intitola così: Mio babbo non era inutile, era dannoso.

venerdì 11 febbraio 2011
Benissimo Fabio, è on line qui.
I tuoi ragionamenti, però, Fabio, mi sembrano tutti sballati.
Prima di tutto, il fatto che io scriva molto, e che da questo si deduca che ho bisogno di soldi, allora Camilleri ha bisogno di soldi? Simenon aveva bisogno di soldi?
Ti sembra una categoria critica interessante, il bisogno di soldi?
Davvero? Continua a leggere »

venerdì 11 febbraio 2011
[Fabio Zinelli mi ha chiesto di pubblicare una sua replica a un post di qualche giorno fa, cosa che faccio volentieri]
Caro Paolo,
ho l’impressione, soprattutto, che ti ho aiutato a pagare un’altra bolletta.
Comunque, quando ti ho recensito ho prima pensato: com’è che uno bravo e che ammiro scrive su un giornale che non ammiro per niente? Non gli farò la morale. Però come suo fan come la metto? faccio come con Carla Bruni che dopo che ha sposato Sarkozy ho buttato via i suoi CD? Ma mi sono detto: affari suoi, e poi, pensa un po’, io a Carla Bruni posso rinunciare a Paolo Nori no. Continua a leggere »

giovedì 10 febbraio 2011
Due cose, come premessa: la prima, che ieri ho ripreso in mano I formalisti russi, l’antologia curata da Todorov di quel gruppo di critici che hanno provato a fondare la critica letteraria su delle basi scientifiche, a interrogarsi sostanzialmente su: come sono fatte le cose. E ero contento. La seconda, che quando mi è successo di incontrare qualcuno che non vedevo da tempo, negli ultimi mesi, mi sono sentito rivolgere più di una volta la domanda: Hanno smesso di romperti le balle con Libero? E io, negli ultimi mesi, rispondevo di solito: Sì, un po’ hanno smesso. Dopo, ieri, dall’Einaudi mi hanno mandato una recensione di Fabio Zinelli, presa dall’Indice, ai due ultimi romanzi che ho pubblicato, I malcontenti e A Bologna le bici erano come i cani. Zinelli è un mio concittadino (parmigiano) che, quando l’ho incontrato, un paio di volte, faceva, se non ricordo male, il ricercatore. È stato, allora, con me, molto gentile, mi ha fatto un sacco di complimenti e mi è sembrato timido, riservato, discreto, e, non so come dire, mi è piaciuto, e sono stato contento di vedere, ieri, che adesso Zinelli è diventato Directeur d’études di filologia romanza all’École Pratiques des Hautes Études di Parigi. Continua a leggere »

domenica 9 gennaio 2011

La prima volta che ho letto Le vicende del bravo soldato Švejk ero in transiberiana, da Mosca andavo a Vladivostok, sette giorni di treno, avevo preso con me i due volumetti dell’edizione dell’universale economica Feltrinelli che era l’unica in commercio allora (era il 2002), 846 pagine tradotte in parte da Renato Poggioli in parte da Bruno Meriggi e, non è che sul treno ci fosse tanto da fare, avrei voluto che il romanzo durasse di più, anche il doppio, a un certo punto avevo pensato di rileggerlo, poi avevo fatto conoscenza con qualcuno dei miei compagni di viaggio e avevo cominciato a perdere una serie considerevole di partite a scacchi, e a rifiutare una serie considerevole di offerte d’affari (nel campo della moda e della ristorazione, prevalentemente) e a vuotare una serie considerevole di bicchierini di vodka, anche se non bevo, ma in Russia in generale, e in trasiberiana in particolare, per non bere ci vuole una motivazione più seria del fatto di essere astemi, mi sembra, perlomeno a me succede così. Continua a leggere »

mercoledì 5 gennaio 2011
Alle nove del mattino, il primo gennaio, ti viene da guardar fuori dalla finestra e ti dici: “È tutto uguale”. Gli stessi alberi, la stessa siepe, gli stessi fili del filobus, lo stesso piccolo argine; lo stesso davanzale, la stessa finestra. Ti viene un dubbio, ti alzi, apri la finestra: la stessa strada, gli stessi semafori, la stessa curva. Lo stesso freddo. Qualche carta, per terra. Neanche un coccio di bottiglia. Uguale. Chiudi, fai per sederti e starnutisci. Ti rimetti a sedere sulla stessa sedia, con davanti, appoggiato sullo stesso tavolo, lo stesso computer, e ti metti a scrivere le stesse cose, che alle nove del mattino, il primo gennaio, ti viene da guardar fuori dalla finestra e ti dici: “È tutto uguale”. Gli stessi alberi, la stessa siepe, gli stessi fili del filobus, lo stesso piccolo argine eccetera eccetera; e pensi che è strano, perché il giorno prima, il 31 dicembre, sembrava tutto così diverso. Continua a leggere »

venerdì 3 dicembre 2010

[Domani, sabato 4 dicembre 2010, alle 18.00 si inaugura, alla galleria civica di Modena, alla Palazzina dei Giardini e a Palazzo Santa Margherita, in corso Canalgrande, la mostra Lo spazio del sacro, organizzata e coprodotta dalla Galleria Civica di Modena, e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con opere di Adel Abdessemed, Giovanni Anselmo, Kader Attia, Paolo Cavinato, Chen Zhen, Vittorio Corsini, Josep Ginestar, Anish Kapoor, Richard Long, Roberto Paci Dalò, Jaume Plensa, Wael Shawky. ll testo qua sotto fa parte dell’audioguida della mostra]
Oggi, forse, la cosa che manca, nelle nostre, come dire, vite, si fa fatica anche a pronunciarle, queste parole, La mia vita, per non parlare della morte, La mia morte, La morte di mio babbo, e anche La morte, da sola, oggi, forse, quello che manca, a parte le autorità, che son sparite, non ci sono più, c’è stato un momento che ci sono state, forse, oggi non c’è più nessuna autorità, a parte quello, che quello lo sappiamo, oggi, forse, quello che manca, mi vien da pensare, è la figura del sacro, quel che abbiamo di sacro, ma non quello che c’è dentro la testa, che lì ciascuno ha la propria testa, che per uno è la patria, per uno è la famiglia, per uno è la legge, per uno è la libertà, per uno è Dio, Continua a leggere »

mercoledì 13 ottobre 2010

Non so di preciso come stanno le cose, in generale, ma credo che ogni lettore si costruisca un canone, un empireo, un’hit parade degli scrittori che gli piaccion di più, perlomeno io faccio così, e nella mia personale hit parade degli scrittori italiani al di sotto dei cinquant’anni Ugo Cornia occupa, da tempo, il primo posto, e non credo di essere in questo influenzato dal fatto che siamo amici, anzi. Io non so se succede anche agli altri che scrivon dei libri, ma io, l’invidia, la puntura dell’invidia io la sento non per gli estranei, per gli amici. Se esce, per dire, un libro di Tiziano Scarpa (non che io e Scarpa siam proprio estranei, ma non è che siamo amici), se esce un libro di Tiziano Scarpa e riceve consensi di pubblico e di critica e vince magari anche il premio Strega, io sono contento. Se la stessa cosa succedesse con un libro di Ugo Cornia, io non lo so, come reagirei. Secondo me in pubblico direi che sono molto contento, dentro di me ci resterei malissimo. Continua a leggere »

mercoledì 15 settembre 2010

Quest’estate, a fine luglio, dovevo andare a vedere uno spettacolo teatrale nel castello di Bazzano. Nell’andare ero passato davanti a una festa dell’Avanti e, saran state le bandiere socialiste, mi ero ricordato di quand’ero un ragazzo, e mi era venuta voglia di cenare alla festa dell’Avanti. Ma bisognava andare allo spettacolo teatrale nel castello di Bazzano. E eravamo andati, e nella piazza di Bazzano mi ero incontrato con della gente che non conoscevo bene, e avevamo preso un aperitivo e avevo cominciato a parlare tanto, come faccio di solito quando sono agitato, e mangiare niente, che volevo tener la fame per la festa dell’Avanti, e poi piano piano mi ero calmato e mi ero messo ad ascoltare, e poi era venuta l’ora di andare allo spettacolo teatrale e c’era tanta gente che c’era da stare in piedi, e avevo visto il primo atto, in piedi, e del secondo atto avevo fatto a meno, e avevo salutato la gente che non conoscevo bene e nel tornare indietro in macchina avevo pensato che la gente che non conosco, non tutti, quelli, non so come dire, puliti, quelli che si lavano e si cambiano i vestiti, come me, e come la maggior parte di quelli che conosco, la gente che non conosco, avevo pensato, mi sembrano sempre più eleganti, più sofisticati, più a loro agio, nel mondo, di me; dopo, quando li conosco, non è vero, stanno male anche loro, avevo pensato, e stavo pensando così che ero già davanti alla festa dell’Avanti, e con la mia amica che era con me ci eravamo fermati alla festa dell’Avanti per mangiare solo che, erano le dieci e mezza di sera, il ristorante era chiuso, allora eravamo andati a prendere una piadina, alla mortadella, e ce l’aveva servita una barista che era una signora con una pettinatura gonfia e le unghie laccate e una polo rosa e un paio di jeans firmati, quei jeans tipici di chi non si mette mai i jeans, dei jeans che sono dei jeans ma è come se non fossero jeans, e un fazzoletto blu al collo della Levi’s, e quella signora sembrava venuta fuori dalla macchina del tempo, e avevamo preso le nostre piadine e ci eravamo messi a guardare la pista da ballo e eravamo rimasti lì un’ora e un quarto, fino alla chiusura, e l’orchestra era fatta da due persone, e il cantante e pianista, che era un signore tondo e calvo, sui sessant’anni, con una camicia beige fuori dai pantaloni neri, passava da Il ballo del qua qua di Al Bano e Romina a I’ve got the Devil in me di Zucchero, e la ballerina e cantante era una signora sui cinquant’anni con un corpetto azzurro con i lustrini e una gonna nera sopra il ginocchio e il cantante a un certo punto aveva detto, rivolto a qualcuno sotto il palco: «Cosa fai, guardi mia moglie? Guarda che ti picchio. Scherzo». Continua a leggere »
