Crea sito

Colpo d’occhio

sabato 4 giugno 2016

La prossima settimana devo andare a Forlì a parlare di lavoro per radio, e siccome sul lavoro io non sono tanto preparato (qualche mese fa mi sono accorto che a me piacerebbe che l’articolo 1 della Costituzione, «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», diventasse «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul riposo»), siccome non sono tanto preparato, dicevo, ho pensato che forse val la pena di prepararmi e di provare a cercare prima le cose da dire per non dover star lì senza saper cosa dire che non è bello, per radio. Quand’ero piccolo io, quarant’anni fa, in Italia la gente facevano dei lavori, contadino, muratore, carpentiere, lattoniere, fruttivendolo, elettricista, idraulico, meccanico, carrozziere, ferroviere, camionista, tranviere, vigile urbano, bidello, vetrinista, pettinatrice, barbiere, che io capivo, quando qualcuno diceva che lavoro faceva. Dopo, è cominciato un periodo che capire le cose è diventato più difficile, per me: mi ricordo una volta, ero appena tornato dalla Russia dove avevo studiato per la tesi, e avevo fatto la tesi su un poeta dei primi del novecento che parlava molto anche di pittura e che conosceva diversi pittori avevo letto anche dei libri sul cubismo avevo visto dei quadri cubisti e una volta, tornato in Italia, ero passato davanti alla televisione, avevo sentito che davano la parola a una cubista e mi ero fermato, mi ero chiesto chissà cosa aveva da dire, negli anni novanta del novecento, una pittrice cubista, e avevo guardato, non era una pittrice, era una che ballava su un cubo c’ero rimasto malissimo.
Così come c’ero rimasto male quando i negozi di barbiere, vicino a casa mia, avevan cambiato nome, eran diventati Hair stylist, che è un nome che io non so neanche come si pronuncia, si dice Stilist o Stailist? Chissà. Comunque ancora adesso, vicino a casa mia, ci son dei negozi, un fiorista che si chiama Non solo fiori, un tabaccaio che si chiama Non solo tabacco, un ottico che si chiama Colpo d’occhio, un barbiere che si chiama Mai di lunedì, dei negozi con dei nomi molto simpatici ma per me, che sono forse un po’ tardo, non tutti comprensibilissimi. Un po’ come quando, finita l’università, avevo cominciato a cercare lavoro, prendevo una volta alla settimana il Corriere della sera che c’era un inserto, Corriere lavoro, e cercavano dei mestieri, Customer service engineer, Lean manufaturing engineer, Sviluppatore spva enterprise, Programmatore spring Java, DBA DBL, Group Cashier, Hr Specialist, Operation complicance sr clerk, It security junior consultant, Material planner, Supply chain manager, ma che roba è? mi veniva da chiedermi. No no, io, sul lavoro, son proprio rimasto indietro, ho pensato, l’altro giorno sono andato a Livorno per fare il Repertorio dei matti della città di Livorno, uno di quelli che lo scriveranno mi ha detto che di mestiere lui fa il broker mi sono accorto che io non lo so, che cos’è, un broker. Che mestiere fai? Il broker. Aaah. Dopo lui, il broker, mi ha raccontato che c’era un suo compagno di classe che, in prima elementare, alla domanda della maestra «Che mestiere fa il tuo babbo?», aveva risposto «Il mio babbo fa la polizia stradale». Ecco, io, la polizia stradale, la capisco, il broker mica tanto.

[uscito ieri su Libero]

L’uomo qualunque

lunedì 30 maggio 2016

Io, le elezioni, in questi ultimi vent’anni, non è che ho partecipato tantissimo, in nessuno dei posti dove ho abitato, perché non ho mai trovato, ormai da vent’anni, un candidato che rispondesse al minimo requisito che serve per avere il mio voto, che è non presentarsi alle elezioni. Uno che non si presenta, lo potrei forse anche votare, se uno ha la faccia tosta di presentarsi non ci penso minimamente, a votarlo, mi son detto vent’anni fa però adesso, ultimamente, a diventar vecchi, ho cinquantatré anni, ogni tanto mi vien da pensare che qualche volta a votare va a finir che ci vado e allora quando Christian Raimo mi ha chiesto di parlare per Internazionale delle imminenti elezioni comunali di Bologna, io ho pensato che era un’occasione per verificare la durata delle mie convinzioni (che la durata, come dicevano Henry Bergson e Marco Pannella, è la sostanza delle cose) senza rischi (abito attaccato a Bologna in un quartiere che si chiama Croce di Casalecchio e che è sotto il comune di Casalecchio di Reno quindi non voto a Bologna, voto a Casalecchio anzi, non voto a Casalecchio, o, meglio, non ci ho mai votato in futuro vedremo) così ho provato a guardare chi erano i candidati sindaco il primo si chiama Sergio Celloni è il candidato sindaco per G. O. L. (Giustizia Onore e Libertà), che è una lista civica e quando gli han fatto un’intervista che gli hanno chiesto come mai una lista civica, lui ha risposto che i politici, ormai, non rendono più servizio ai cittadini, che lui è contro qualsiasi forma di politica inadeguata che calpesta i diritti del cittadino, che la politica non deve essere più ingabbiata da una sorta di verticistica e oligarchica appartenenza, che limita la partecipazione e crea solo professionisti della politica e protagonismi, che sarebbero dei discorsi anche interessanti se non fosse che lui, Sergio Celloni, nel 2014 è stato candidato per Forza Italia al comune di Modena è stato il primo dei non eletti, poverino. Il secondo candidato che ho trovato è Mirko De Carli, trentaduenne romagnolo «da tempo attivo su Bologna per lavoro, amicizie ed impegno sociale». È Coordinatore nazionale dei circoli La Croce Quotidiano di Mario Adinolfi, promotore del Family Day di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo, e in un’intervista ha detto che «Bologna o la si ama o non la si ama» che mi sembra una dichiarazione molto interessante, e poi ha aggiunto che lui la ama «perché Bologna ha dato al mondo delle bellezze uniche come il Santuario della Madonna di San Luca e l’Alma Mater Studiorum» che secondo lui sono «simboli di una storia che trasuda di cristianesimo». Il terzo candidato è il candidato dei verdi e si chiama Matteo Badiali e se si cerca una sua testimonianza su youtube una delle prime cose che si trova è un suo intervento all’Assemblea Nazionale dei Verdi di Chianciano del 2013 che c’è un audio che si capisce un po’ male ma si intuisce che Badiali, la prima cosa che dice, dice che «Bisogna dotarsi di una struttura organizzativa e comunicativa più efficace», e poi dice che bisogna, «può sembrare una parola un forte», dice, «però bisogna bucare lo schermo», che più che una parola son tre parole e più che un po’ forti a me son sembrate un po’ andate, che «bucare lo schermo» è un modo di dire che non lo sentivo dire da una quindicina d’anni e alla fine però mi vien da pensare che aveva ragione, Badiali, che i verdi, e anche lui, come rappresentante dei verdi, si doveva dotare di una struttura comunicativa più efficace, e forse ha fatto apposta, a dirlo un po’ male, in un modo poco efficace, che se l’avesse detto in un modo efficace si sarebbe contraddetto invece è stato coerente. Continua a leggere »

Intelligenti e intelligentissimi

sabato 28 maggio 2016

Questa settimana si è parlato molto del referendum costituzionale che ci sarà quest’autunno e la ministro Maria Elena Boschi ha detto che, anche se la posizione ufficiale dell’ANPI (l’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia) e di dire no al referendum, ci sono dei partigiani veri, non quelli che sono arrivati dopo, quelli che hanno fatto la resistenza, che voteranno sì, e così dicendo ha dato il via a una polemica commentata da molti e che a me ha fatto venire in mente una volta che, per una rivista, ho parlato con Piergiorgio Bellocchio, quello che faceva Quaderni piacentini che, non mi ricordo bene il motivo, forse non c’era un motivo preciso, ma Bellocchio ce l’aveva molto con D’Alema, ce l’aveva talmente con lui che non lo chiamava neanche per nome, lo chiamava Richelieu, o Barbisino, e la nostra conversazione, si doveva parlare di tutt’altra cosa, dell’Emilia, era finita con queste parole, cito a memoria: «Ma quello lì’, Richelieu, Barbisino, dicon tutti che è così intelligente è così intelligente, la prende sempre nel culo, era meglio uno più stupido». Ecco a me, l’uscita sull’ANPI della Boschi è un’uscita che uno così intelligente come D’Alema credo non avrebbe mai fatto e mi è venuto il dubbio che la Boschi l’abbia fatta non perché è stupida, ma perché è così intelligente che sa che a dire ogni tanto qualche cosa di stupido si rischia di vincere, magari. Però devo dire che a me, questa cosa della riforma costituzionale è un argomento al quale non sono capace di appassionarmi, e che se devo pensare alla politica a me viene in mente una cosa che ha scritto una volta un signore che si chiama Marco Pannella del quale, anche di lui, si è parlato molto, questa settimana, e che nel 1973 ha scritto «Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri ed alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti». E questa idea di politica di Pannella mi sembra vicina all’idea di letteratura di un signore svizzero che si chiama Peter Bichsel, che alla fine di un ciclo di lezioni che a tenuto nel 1981 a Francoforte, ha congedato così i suoi studenti «Signore e signori, cari amici, vi ringrazio. All’inizio avevo molta paura di voi ma siete stati molto gentili e io ho preso a volervi bene perché ho visto che vi si può raccontare delle storie. Avete fatto una cosa che tutti noi dovremmo fare molto di più: avete dato il vostro consenso alle mie storie. Il mondo sarebbe più bello se consentissimo al nostro fidanzato o alla fidanzata, alla moglie, al marito, ai figli… anche al vicino di raccontarci le loro storie» (la traduzione è di Anna Ruchat).

[uscito ieri su Libero]

Siccome immobile

sabato 21 maggio 2016

A Torino, al salone del libro, ho trovato La coscienza di Zeno in poche parole, pubblicato da Einaudi Ragazzi, e mi ha ricordato il romanzo Sull’orlo del precipizio, di Antonio Manzini, dove a casa di uno scrittore, per occuparsi del suo libro, si presentano Aldo e Sergej, due redattori della sua casa editrice che ha appena cambiato proprietario che si sono già occupati dei Promessi sposi e di Guerra e pace. Di Guerra e pace han fatto un’edizione senza le parti noiose, «solo 300 pagine», dei Promessi sposi una versione per «avvicinare i ragazzi alla letteratura». Allora l’inizio: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi, ecccetera» diventa: «Quel pezzo di lago in provincia di Como (città di 85 mila abitanti, situata in Lombardia dove nacquero Plinio il vecchio, Plinio il giovane e Alessandro Volta, l’inventore della pila), che davvero non si incula nessuno, sperduto in mezzo a montagne lunghe lunghe, pieno di insenature e golfi, si restringe all’improvviso e, toh, sembra quasi un fiume!». C’è anche l’incontro «fra i coatti e don Abbondio». «I coatti?», chiede lo scrittore. «I Bravi, dài. “Questo matrimonio non s’ha da fare…” Ma chi parla così? Ora, invece, senta che meraviglia: “Prova a fa’ sto matrimonio e ti rompiamo il culo, bello”. È un’altra cosa. È così che i giovani si avvicinano alla letteratura». Tornato da Torino, sono andato a prendermi il libro di Svevo e sono andato a vedere la fine, che fa così: «Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà allora un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa entrerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». La coscienza di Zeno in poche parole, invece (che è riscritta da Paola Capriolo) finisce così: «Poi un altro uomo, anche lui come gli altri ma un tantino più ammalato, deciderà di servirsene e la terra esploderà, tornando a errare muta e deserta nei cieli sotto forma di nebulosa. Soltanto allora, quando non ci sarà traccia di vita, sarà debellata anche la malattia, perché la vita stessa, finalmente l’ho capito, è malattia, malattia mortale, e con buona pace del dottor S. proprio non sopporta di essere curata». Che è un finale dove c’è qualcosa in più, mi sembra, invece di qualcosa in meno; se bisogna ridurre, ho pensato, l’ideale sarebbe trarre dei libretti dai Fincipit, l’idea di Alessandro Bonino e Stefano Andreoli che consiste nel prendere un inizio di un romanzo (o poesia, o canzone) e farlo finire subito. «Ei fu, siccome immobile, pagava l’ICI»; «Chiamatemi Ismaele. “Ismaeleeee!”»; «Una rotonda sul mare, è mia sorella che nuota»; «Respiri piano per non far rumore o sei proprio morta?»; «Chiamatemi Ismaele, che a me vede il numero e non mi risponde»; «Ho visto le menti migliori della mia generazione e ho pensato “Ah, andiam bene”; «Tutti ormai lo chiamavano don Ciccio. Anche se il suo vero nome era Ismaele».

[uscito ieri su Libero]

Come gli antichi romani

sabato 14 maggio 2016

Questa settimana c’è stata una sera che la Battaglia (che sarebbe mia figlia) non voleva lavarsi la testa allora sua mamma mi ha detto di provare a convincerla, io sono andato nella stanza della Battaglia le ho detto «Battaglia, lavati la testa», e lei mi ha detto «Va bene».
E si è alzata da letto si è andata a lavare la testa e io intanto pensavo “Ma cosa fai, obbedisci?”.
Mi sembrava strano, che ubbidisse, perché la Battaglia, che ha undici anni, è entrata in una fase pre-adolescienziale che ci si può aspettare di tutto, da lei, dei capricci anche per lavarsi la testa e la cosa che a me non torna è il fatto che lei lo sa, che noi ci aspettiamo che faccia i capricci anche per lavarsi la testa, e, l’altra sera no, ma ogni tanto un po’ se ne approfitta.
E la cosa a me non torna per via che io, quando ero adolescente, son stato adolescente anch’io, solo che io non lo sapevo, di essere un adolescente.
Come gli antichi romani, che per noi son gli antichi romani, ma loro, di sé, non pensavano mica di essere gli antichi romani. Ecco, la Battaglia, e i coetanei occidentali della Battaglia, io ho l’impressione che siano degli antichi romani che sanno di essere degli antichi romani e si aspettano di conseguenza il rispetto dovuto agli antichi romani che non lo so, se è una condizione migliore o peggiore, di quella in cui ero io, che ero un antico romano senza saperlo; mi viene in mente una favola indiana di cui parla Šklovskij, che c’è una tartaruga che fa molti complimenti al millepiedi e gli dice «Ma come fai a capire che posizione deve occupare il tuo novecentosettantottesimo piede quando porti avanti il quinto?». E il millepiedi è contento, ma poi si chiede davvero dove sono tutti i suoi piedi, mette su la centralizzazione, la cancelleria, la burocrazia e va a finire che non può più muoverne neanche uno, di piedi, e dà la colpa non mi ricordo più a chi.
Ecco, essere così coscienti della propria natura di antichi romani, adesso io non me ne intendo, ma mi sembra sia una cosa che fa aumentare le nostre aspettative nei confronti del prossimo, e mi ricordo una cosa che diceva Julio Velasco, l’allenatore di pallavolo, di uno schiacciatore che aveva allenato una volta che quando non gli riusciva una schiacciata si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno di alzargli la palla un po’ più alta e un po’ più vicina alla rete. E quando Velasco aveva proibito questi segni, lo schiacciatore, tutte le volte che riusciva a schiacciare, si voltava verso l’alzatore e gli faceva segno che l’alzata andava bene. E Velasco aveva proibito anche questo segno perché lui voleva uno schiacciatore che buttasse di là tutte le palle, sia quelle che andavano bene che quelle che non andavano bene, e che non se la prendesse con l’alzatore se non ci riusciva. E io vorrei una Battaglia che fosse sempre pronta a lavarsi la testa e non tanto consapevole di essere un’antica romana adolescente, ma forse chiedo troppo, perché io, per esempio, che sono suo babbo, un anno fa, al salone del libro di Torino, mi ricordo c’è stato un bambino che, dopo mezz’ora che parlavo, mi ha chiesto «Ma lei, è Paolo Nori, o è uno che imita, Paolo Nori?», e io ci ho pensato e poi gli ho risposto «Un po’ tutti e due».

[Uscito ieri su Libero]

A New York, nel 1940, tutti fumavano dovunque

venerdì 13 maggio 2016

Frédéric Bigbeder, Un amore di Salinger, traduzione di Giovanni Pacchiano, Milano, Mondadori

Frédéric Beigbeder è uno scrittore francese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo, che in Italia è stato poi tradotto da Feltrinelli, nel 2001, il protagonista del quale era un pubblicitario che disprezzava il proprio mestiere. Il romanzo cominciava così: «Sono un pubblicitario: ebbene sì, io inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda». Nella nota biografica si leggeva che Beigbeder prima della pubblicazione del romanzo «lavorava per l’agenzia pubblicitaria Young & Rubicam, poi è stato licenziato». Il libro in francese si intitolava 99 francs e Beigbeder ridicolizzava la mania di metter prezzi che finiscono con 99, e il romanzo costava 99 franchi. C’è da dire che, nella traduzione italiana, non si era mantenuto il titolo originale, il libro era intitolato 26.900 lire, che erano poi diventate, con il passaggio all’euro, 13 euro e 89 centesimi. Gli altri due romanzi di Beigbeder tradotti in italiano negli anni scorsi sono L’amore dura tre anni (Feltrinelli 2003) e Windows on the World (Bompiani 2004) e sono tutte e due delle autofiction, dei romanzi pseudoautobiografici, mi viene da dire, cioè romanzi in cui autore e protagonista si confondo. Anche nel libro appena uscito per Mondadori (traduzione di Giovannni Pacchiano), Un amore di Salinger (titolo originale Oona & Salinger), Beigbeder compare come personaggio, ma i protagonisti della vicenda sono Jerome David Salinger, l’autore del Giovane Holden, e una sua fidanzata, Oona O’Neill, figlia del premio Nobel per la letteratura Eugene O’Neill che dopo essere stata, per qualche mese, la giovanissima fidanzata di Salinger è stata la giovanissima moglie di Charlie Chaplin, con il quale è andata poi a stare in Svizzera e dal quale ha avuto poi otto figli. Continua a leggere »

Scrivere libri

sabato 7 maggio 2016

Ogni tanto mi chiedono il significato del nome di questa rubrica, che si chiama Come la coda del maiale, e si chiama così perché c’è un modo di dire parmigiano che è «Essere indietro come la coda del maiale», e io penso di essere così, indietro come la coda del maiale, perché non capisco tanto la modernità ma non volevo dir quello, volevo dire che questa settimana mi sono successe due cose, la prima, a Modena, mi è successo che sono andato a teatro e il mio vicino di sedia, prima che cominciasse lo spettacolo, in questo bel teatro di Modena che si chiama Pavarotti, si lamentava con sua moglie che lei con gli smart phone, questi telefoni moderni che ci sono adesso, era un po’ imbranata, che non era capace di usare queste nuove tecnologie e le ha detto «Te sei indietro come la coda della mucca» e io ho pensato “Ma guarda, a Modena dicon la mucca”.
E a tornare in treno, da Modena, sempre quella sera lì, con l’ultimo treno della notte che a me ricorda una canzone di un cantautore russo che si intitola L’ultimo filobus e che parla di questo filobus che sembra che sia una barca che naviga in una Mosca notturna, e l’ultimo treno della notte in Emilia è anche lui così, per me, pieno di marinai che tornano a casa e lì, su quell’ultimo treno, mi è venuto in mente un libro che ho scritto e del quale ho parlato nell’altra cosa che ho fatto questa settimana, che è una cena con gli ex allievi della scuola media inferiore di scrittura emiliana che è una scuola che faccio a Bologna da una decina d’anni e l’ultima volta che ci siam trovati a cena, questa settimana, abbiamo parlato delle biografie che mettono nelle copertine dei libri gli scrittori di libri che sembra sempre che son tutti bravissimi e io detto che la mia, di biografie, io cerco di dire tre cose che sono: che son nato a Parma, nel ’63, che abito a Casalecchio di Reno e che scrivo dei libri.
E nell’ultimo, dei libri che ho scritto, che uscirà in giugno, che è un libro che parla del fatto che il mondo, negli ultimi anni, è un po’ cambiato, e che certe parole, come appartamento, non significano più, oggi, quello che significavano cinquanta anni fa, e racconta per esempio di un attore di Parma, Giancarlo Ilari, che è un attore bravissimo che è nato a Parma 88 anni fa e che tutte le volte che lo incontro, lo incontro tutti gli anni un paio di volte l’anno, mi faccio raccontare dei suoi vicini di casa che, ottanta anni prima, abitavano in nove in un appartamento del quartiere Cittadella e avevano un bagno solo, adesso ci abitavano in due, nello stesso appartamento, avevan due bagni.
E in quel libro lì, nella mia nota biografica, quello «scrive dei libri» è diventato, senza che io me ne accorgessi, uno che «scrive libri», che è una cosa completamente diversa, ho detto alla cena, e che a me non sembra di essere uno che «scrive libri», mi sembra di essere uno che «scrive dei libri», e che a uno che dicesse di sé che lui «scrive libri» a me mi verrebbe da dirgli ai andare a cagare, piuttosto, e allora ho detto che quando il libro esce, quando lo presento, a quelli che mi chiedono l’autografo io nella biografia aggiungo a penna «dei» tra «scrive» e «libri», e un mio amico mi ha detto che altrimenti posso aggiungere, sotto «scrive libri» «ma vai a cagare, piuttosto», e io gli ho detto che mi sembra una bella idea.

[Uscito ieri su Libero]

L’apparecchio

sabato 30 aprile 2016

L’altro giorno sono andato dal dentista, o, meglio, dall’ortodontista, se si dice così, a accompagnare mia figlia che doveva mettersi l’apparecchio, il primo apparecchio della sua vita. L’ho aspettata fuori, e intanto che aspettavo arrivavano dei clienti che si mettevano anche loro lì ad aspettare il loro turno per andar dal dentista, o dall’ortodontista, e alcuni di questi clienti, due, intanto che aspettavano si son messi a leggere delle riviste, quelle riviste che trovi dal dentista, o dall’ortodontista e io, che appena mia figlia era entrata avevo aperto il romanzo che stavo leggendo (La battaglia navale, di Marco Malvaldi), ho pensato che io ormai son degli anni, che non leggo più le riviste che trovo dal dentista (dall’ortodontista non ci son mai andato, non si usava, quando ero piccolo io). Io, magari poi non mi piacciono, le cose che leggo, ma le decido io, e se preferisco decidere io vuol dire che poi in fondo un po’, alla fine, mi piacciono, questi libri che mi porto, sempre, dentro la borsa, che in tutti i posti dove mi capita di trovarmi io ho sempre una borsa, ma non perché mi piaccion le borse, perché ho bisogno di un libro e di un quaderno e di una penna, per lo meno. E mi sono accorto che questa, però, era una contraddizione rispetto a una cosa che avevo sempre pensato; che io, quando mi chiedono di aderire a quelle campagne di promozione della letteratura, io ho sempre risposto che promuovere la letteratura, per me, è insensato, perché secondo me ha una forza, la letteratura, che sarebbe come se uno volesse promuovere la legge di gravità, che a me mi verrebbe da chiedergli, a uno così, «Ma chi sei, tu, per promuovere la legge di gravità?». Solo che lì, dal dentista, mi sono accorto che questo fatto di scegliere tu quello che leggi è un po’ come diceva David Foster Wallace in un discorso bellissimo che si intitola Questa è l’acqua, dove, rivolto agli studenti del Kenyon college di Gambier, in Ohio, diceva che una cosa difficile, da grandi, è scegliere quello che pensi, perché «imparare a pensare, diceva Foster Wallace, vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, – diceva Foster Wallace, – così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto», diceva Foster Wallace (la traduzione è di Roberto Natalini). Ecco, questa, ho pensato l’altro giorno dal dentista e dall’ortodontista, mi sembra sia una buona ragione per una campagna a favore della diffusione della letteratura. E poi ho pensato che anche scrivere, è un po’ come leggere, che le possibilità sono due: o scrivi una cosa già scritta, o scrivi una cosa ancora da scrivere. Puoi decidere. Che è bello, ho pensato.

[Uscito ieri su Libero]

Il buddhismo zen

venerdì 22 aprile 2016

Carofiglio, Passeggeri notturni

Il libro di Gianrico Carofiglio Passeggeri notturni, che è appena uscito per Einaudi Stile libero, è fatto di trenta pezzetti di tre pagine ciascuno, e dico pezzetti perché non trovo un’altra parola per definirli. Uno comincia dicendo «Sapete cos’è l’effetto alone?», e poi spiega cos’è l’effetto alone. Uno comincia con la parola «Ipocognizione» e poi spiega cos’è l’ipocognizione. Uno comincia dicendo che «Il self-serving bias è un importante concetto della moderna psicologia sociale», e poi spiega cos’è il il self-serving bias. Un altro comincia così: «la rivista dell’ordine degli avvocati del Massachusetts ha pubblicato una raccolta di verbali processuali alquanto bizzarri». In uno si dice che «Dal 1976 ad oggi, negli Stati Uniti si contano almeno quaranta rei confessi poi scagionati dal test del Dna». In un altro: «Secondo quanto ci dicono gli esperti, tutti sognano, tutte le notti». Uno finisce con una citazione di Somerset Maugham. «Lo scrittore inglese – c’è scritto – era solito dire che ci sono tre regole infallibili cui attenersi per scrivere un romanzo di grande successo. Sfortunatamente, aggiungeva, nessuno sa quali siano». Un altro ancora comincia così: «Mai sentito parlare di kōan?» e più avanti c’è scritto così: «Puoi produrre il suono di due mani che battono l’una contro l’altra. Ma qual è il suono di una mano sola?».
Se dovessi dire cosa mi ha ricordato questo libro di Carofiglio, direi, da una lato, la rubrica della Settimana enigmistica Forse non tutti sanno che, dall’altro Le opere complete di Learco Pignagnoli, di Daniele Benati. Che nelle opere complete di Learco Pignangoli, per la precisione nell’opera 217 si legge: «Opera n. 217 Il buddhismo zen son tutti dei mangiatori a ufo quelli che lo fanno. Stanno sempre a meditare vicino al frigo e quando il padrone di casa dorme glielo aprono per meditare all’aria fresca. Oppure gli fumano le sue sigarette che ha lasciato sul tavolo. Io tutte le volte che ho degli ospiti zen in casa mia il posto dove li trovo più spesso a meditare è vicino al frigo. Dicono stiamo meditando sul koan delle due mani che battono ma qual è il suono di una mano sola? Io subito non dicevo niente perché questo koan mi sembrava una sempionata come problema dato che in epoca moderna è semplicissimo con le strumentazioni che ci sono stabilire qual è il suono prodotto da una mano e si può anche isolarlo in un altoparlante e metterlo giù per iscritto in una partitura se uno vuole. Ma quando ho visto che mi sparivano le fette di pancetta e di mortadella e quasi tutti i ciccioli più le salsicce che avevo nascosto fra la verdura e una mezza forma di gorgonzola ho cominciato a chiedergli: Ma perché state sempre lì a meditare? andate fuori in giardino che vi ho preparato anche lo zendo. Loro però preferivano stare vicino al frigo». E poi, nell’opera 218: «Opera n. 218 Dopo vedevo i miei ospiti zen che scrivevano degli haiku con un panino in mano allo spek che è difficilissimo da mangiare senza forchetta e coltello. Li vedevo che davano una morsicata e poi scuotevano la testa per strappare lo spek ma non ci riuscivano perché lo spek è durissimo da tagliare coi denti e allora gli rimanevano le fette penzoloni nella bocca perché a forza di tirare gli erano saltate fuori tutte intere dal panino». E poi, nell’opera 219: «Opera n. 219 Dopo vedevo che i miei ospiti andavano a fare un po’ di digestione zen vicino alle mie grappe e si mettevano seduti nella posizione del loto con le braccia conserte ma c’era sempre una loro mano che gli scappava verso le grappe. Io gli dicevo cosa fate lì? perché non andate fuori sullo zendo che c’è anche un’aria freschina adatta alla meditazione? Ma loro fingevano di meditare e non rispondevano. Dopo ho visto che si erano spostati tutti intorno al tavolo dove c’erano le mie sigarette e i miei tabacchi. Cosa fate lì? gli dicevo allora, perché non andate fuori a meditare? Poi mi sorgeva un dubbio e andavo su nella mia camera a contare i soldi che avevo dentro i cassetti. Ci avevo un casino di soldi in dollari che adesso mi dovevo mettere a ricontarli per stare tranquillo. Dopo ci avevo sempre un’inquietudine addosso perché avevo visto che i miei ospiti zen s’erano messi a meditare vicino ai cassetti della mia camera. Cosa fate lì? gli dicevo, perché non andate fuori a meditare che vi ho anche preparato lo zendo? Ma loro preferivano alquanto rimanere lì».
Ecco. Questo, in sostanza, è quello che mi sembra ci fosse da dire del libro di Gianrico Carofiglio Passeggeri notturni, appena uscito per Einaudi Stile libero

[uscito ieri su Libero]

L’angoscia

sabato 16 aprile 2016

L’altro giorno mi sono svegliato e non mi volevo alzare da letto. «Dài, alzati, – mi sono detto, – che hai un sacco di cose da fare». «No, – mi sono risposto, – non mi alzo». «Dài, – mi sono detto, – hai cinquantadue anni, non sei mica più un bambino, alzati, che devi andare a correre e poi devi lavorare». «No, – mi sono risposto, – ho cinquantadue anni ma sono ancora un bambino non mi alzo».
E dopo alla fine è andata finire che sono rimasto a letto mi sono alzato un’ora dopo, nonostante tutte le cose che avevo da fare.
Sono rimasto a letto a leggere un’ora ma non me la sono goduta tanto, la lettura.
Stavo leggendo un libro di Umberto Eco che si intitola Come viaggiare con un salmone, che è il primo libro della Collana I delfini della nuova casa editrice di Elisabetta Sgarbi La nave di Teseo, e è una raccolta di articoli di Eco come quello intitolato Come non usare il fax che comincia così: «Il telefax è veramente una grande invenzione. Per chi non lo sapesse ancora, ci mettete dentro una lettera, fate il numero del vostro corrispondente, e in pochi secondi colui la riceve».
Che è una frase dove ci sono per lo meno due cose interessanti in una frase sola, la presentazione del fax (o, meglio, del telefax) come una novità, che mi ricorda il titolo di un romanzo di qualche anno fa di Sebastiano Vassalli, Archeologia del presente, e quel pronome, «colui», che nessuno probabilmente oggi userebbe più, in una prosa giornalistica; una lettura molto interessante, questo libro di Umberto Eco, solo che non ho provato, l’altro giorno, a leggere questo articolo sul fax e gli altri articoli di Umberto Eco che ho letto l’altro giorno al mattino, nessun piacere di nessun tipo.
E dopo che mi sono alzato e che mi sono vestito e che sono andato a correre, intanto che correvo mi è venuta in mente una striscia di Mafalda, un fumetto del fumettista argentino Quino che leggevo quando ero piccolo dove c’era Felipe, un amico di Mafalda, che era triste, e Mafalda gli chiedeva «Cos’hai, Felipe?» e Felipe rispondeva «Invece di fare i compiti ho letto tutto il tempo dei fumetti. E la cosa peggiore è che non mi sono goduto i fumetti perché sapevo che dovevo fare i compiti. E adesso mi è venuta l’angoscia perché i compiti non li ho ancora fatti». E Mafalda gli chiedeva «E perché non li vai a fare?». E Felipe rispondeva «Be’, non mi sono goduto i fumetti, lascia che mi goda almeno l’angoscia». Ecco, io, l’altro giorno, non mi sono goduto né i fumetti, intesi come il libro di Umberto Eco, né l’angoscia, mi son poi goduto la corsa e il lavoro, che di lavoro dovevo rivedere una specie di romanzo che uscirà in giugno e a me il lavoro di revisione dei romanzi mi piace moltissimo.
«Ma se ti piaceva moltissimo, allora perché non ti volevi alzare da letto?» mi viene da chiedermi. «Non mi volevo alzare da letto, – mi vien da rispondermi, – perché io ho bisogno di essere in difetto, di avere l’impressione di non riuscire, di essere attraversato da quell’angoscia lì di cui parla Quino altrimenti ho l’impressione che il mio lavoro non valga niente». «Non posso continuare. Continuerò» dice un personaggio di Beckett. Ecco, tutti i giorni così: «Non posso continuare. Continuerò».

[Uscito ieri su Libero]