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Circostanze

sabato 24 ottobre 2015

Brodskij, Conversazioni

Non sono le circostanze a creare uno scrittore, quanto piuttosto il contrario: uno scrittore, ciò che ha scritto, crea le proprie circostanze. Gli scritti di una persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti.

[Gabriella Caramore, Iosif Brodskij, «La mia vita è un’astronave», in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, pp. 255-256]

Con il maiale

venerdì 16 ottobre 2015

Brodskij, Conversazioni

Non credo di aver mai scritto niente su New York. Non puoi tirare fuori molto da New York. Su Venezia invece ho scritto diverse cose. Mentre posti come il New England o il Messico o l’Inghilterra, la vecchia Inghilterra intendo… fondamentalmente quando ti trovi in un posto che ti è estraneo – e più ti è estraneo meglio è – la percezione della tua individualità si acuisce, diciamo a Brighton (ride) o a York, in Inghilterra. Su uno sfondo estraneo ti percepisci meglio, perché sei fuori contesto, è un po’ come essere in esilio. Uno dei vantaggi è che ti spogli di tutta una serie di illusioni. Non intendo illusioni sul mondo, ma su te stesso. È come se ti passassi al setaccio. Io non ho mai avuto una nozione così chiara di me stesso come da quando sono negli Stati Uniti. È la condizione solitaria. La nozione di isolamento mi piace perché è vera. Ti rende cosciente di ciò che sei… anche se saperlo non è sempre gratificante. Nietzsche lo ha detto in due parole: «L’uomo lasciato solo con se stesso è in compagnia del proprio maiale».

[Sven Birkerts, L’arte della poesia XXVIII: Iosif Brodskij, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, p. 143]

Il compito dell’artista

domenica 11 ottobre 2015

Brodskij, Conversazioni

A.M.B. Qual è secondo lei il compito dell’artista?
I.B. Il ruolo dell’artista, il suo compito, be’, se parliamo di poesia, di letteratura, è scrivere bene, tutto qui.

[Anne-Marie Brumm, La musa in esilio, conversazione con il poeta russo Iosif Brodskij, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, p. 46]

Non è una filosofia di vita

sabato 10 ottobre 2015

Brodskij, Conversazioni

A.M.B. In tutte le sue poesie sembra ripetere costantemente: sii tenace, persevera, fa’ per conto tuo. È questa la sua filosofia di base?
I.B. Sì, penso di sì. Be’, non ho alternative, per ora (ride).
A.M.B. Potrebbe descriverci la sua filosofia di vita?
I.B. Non è una filosofia di vita, è solo una serie di espedienti. Se dovessi definirla una filosofia, allora direi che è una filosofia della sopportazione. È molto semplice. Quando sei in una brutta situazione, hai due modi di affrontarla: mollare tutto o cercare di resistere. Io cerco di resistere il più a lungo possibile. Ecco, la mia filosofia è questa: tutto qui, niente di speciale.

[Anne-Marie Brumm, La musa in esilio, conversazione con il poeta russo Iosif Brodskij, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, p. 51]

Le nostre capriole

giovedì 8 ottobre 2015

Brodskij, Conversazioni

In una delle prime interviste Brodskij osserva che sotto il regime sovietico era come essere soggetti a una forza di gravità decuplicata, ogni parola e ogni gesto avevano ripercussioni enormi. Vivere in occidente, per contro, era come vivere sulla luna: si poteva saltare e fare capriole senza alcuno sforzo, ma non significava nulla perché era esattamente quello che facevano tutti.

[Cynthia L. Haven, Introduzione, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, pp. 9-10]

Un poeta

martedì 24 marzo 2015

imgres

Chi scrive una poesia la scrive perché la lingua gli suggerisce o semplicemente gli detta la riga seguente. Quando comincia a scrivere una poesia, di regola il poeta non sa come andrà a finire; e a volte gli accade di essere molto sorpreso del risultato, poiché spesso questo si rivela migliore di quanto lui si aspettasse, spesso il pensiero lo porta più in là di quanto lui immaginasse. Ed è il momento in cui il futuro della lingua interviene nel proprio presente e lo invade.
Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi (orientandosi prevalentemente verso il secondo e il terzo). Tutti e tre sono infatti presenti nella lingua; e accade a volte che mediante una sola parola, un’unica rima, chi scrive una poesia riesca a spingersi là dove nessuno è mai stato prima di lui, più lontano, magari, di quanto lui stesso avrebbe desiderato. Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza; e si cade in uno stato di dipendenza, così come altri possono assuefarsi alla droga o all’alcool. Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta.

[Iosif Brodskij, Un volto non comune, in Dall’esilio, traduzione di Giovanni Buttafava, Milano, Adelphi 1988, pp. 61-62]

Mi sembra

sabato 7 marzo 2015

filo a piombo

E se dobbiamo poi essere sconfitti, come sarà, probabilmente, mi sembra sensato quel che dice Iosif Brodskij quando dice, nel 1987, in un discorso tenuto a Vienna che si intitola La condizione che noi chiamiamo Esilio: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, scrive Brodskij, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno».

[Mi sembra che abbiano ristampato la Meravigliosa utilità del filo a piombo]

Cosa vediamo?

lunedì 23 febbraio 2015

brodskij, dolore e ragione

Spegniamo bene la luce, o chiudiamo bene gli occhi. Che cosa vediamo? Una portaerei americana nel Pacifico. E ci sono io, là sul ponte, a fare grandi gesti con la mano. Oppure sono al volante della 4Cv. O nella rima «green and yellow basket» della canzone di Ella Fitzgerald. Eccetera, eccetera. Perché un uomo è ciò che ama. Ecco perché l’ama: perché lui ne fa parte. E non l’uomo soltanto. Anche le cose sono così. A Leningrado avevano appena aperto una lavanderia automatica di fabbricazione americana, importata Dio sa da dove, e io ricordo il rombo prodotto dalla macchina quando vi gettai dentro i miei primi blue-jeans. C’era, in quel rombo, la gioia di riconoscersi: tuta la coda umana lo udì. E allora, con gli occhi chiusi, noi riconoscevamo qualcosa di nostro; e laggiù, forse, anche più chiaramente di quanto sia possibile qui dove siamo. E poi, quel che più conta, si è visto che eravamo disposti a pagare per quel sentimento, a pagare molto caro – con il resto della nostra vita. Che è un bel prezzo, d’accordo. Ma non c’era scelta, ogni altra strada sarebbe stata pura e semplice prostituzione. Senza dire che in quei giorni il resto della nostra vita era tutto ciò che avevamo.

[Iosif Brodskij, Trofei di guerra, in Dolore e ragione, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 31]

Il suo carattere fuligginoso e monocromo (e il loro sguardo)

giovedì 20 novembre 2014

brodskij, clio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se si è nati in Russia, la nostalgia per una genesi alternativa è inevitabile. Gli anni Trenta erano abbastanza vicini, dal momento che io sono nato nel 1940. Ciò che rendeva il decennio anche più congeniale era il suo carattere fuligginoso e monocromo, dovuto principalmente alla parola stampata e al cinema in bianco e nero: il mio Paese natale aveva la stessa sfumatura e la mantenne per parecchio tempo, anche dopo l’invasione della Kodak. MacNeice, Auden e Spender – li nomino nell’ordine in cui li scoprii – mi fecero sentire subito a casa. Non fu la loro visione morale, dato che il mio nemico, credo, era più terribile e onnipresente del loro; fu la loro poesia. Mi liberò dai ceppi: soprattutto da quelli dei metri e delle strofe. Dopo Bagpipe Music, il buon vecchio tetrametro legato in quartine sembrò – se non altro all’inizio – meno allettante. Ciò che poi trovavo straordinariamente attraente era la capacità, comune a tutti loro, di gettare uno sguardo sconcertato su quanto è usuale.

[Iosif Brodskij, Il miagolio di un gatto, in Profilo di Clio, a cura di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003 (2), p. 273]

Se mai

mercoledì 13 agosto 2014

Fuga da Bisanzio, Brodskij

 

 

 

 

 

 

 

 

Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene.

 

[Iosif Brodskij, Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Adelphi, Milano 2008 (8), p. 107]