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Be’, sai

venerdì 20 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

Non si poteva dire molto, in quei colloqui [telefonici], bisognava per forza essere reticenti o allusivi ed eufemistici. Si parlava quasi soltanto del tempo o della salute, niente nomi, un gran quantità di consigli dietetici. L’importante era udire la voce dell’altro, assicurarsi in questo modo puramente animale della nostra rispettiva esistenza. Non c’era quasi niente di semantico, e non c’è da stupire se io non ricordo nessun particolare, se non la risposta che ebbi da papà il terzo giorno della degenza di mia madre all’ospedale. «Come sta Masja?» domandai. «Be’, sai, Masja non è più» disse lui. Quel «sai» era lì perché anche in quella circostanza papà cercava di essere eufemistico.

[Iosif Brodskij, In una stanza e mezzo in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), pp. 236-2237]

I genitori di Brodskij in una stanza e mezzo

mercoledì 18 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma non annoiati. Per quasi tutto il tempo che passavano a casa, li vedevo in piedi a cucinare, a lavare, ad andare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla sua macchina per cucire, la sua Singer a pedale, curva ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952. Allora stavano seduti anche loro… Così, su uan sedia, nella stanza e mezzo ormai vuota, un vicino trovò morto mio padre un anno fa.

[Iosif Brodskij, In una stanza e mezzo in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 190

E dopo dice

martedì 17 luglio 2018

E dopo dice, Brodskij, sempre in quel saggio lì, che a Leningrado, negli anni ’70, alle nove del mattino, era più facile incontrare un ubriaco che un taxi. E stasera andiamo a casa di Charms. Buongiorno.

A furia di inseguire la realtà

martedì 17 luglio 2018

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

Verso la metà dell’Ottocento le due cose si fusero in una: la letteratura russa, a furia di inseguire la realtà, la raggiunse. A tal punto che oggi, quando pensate a San Pietroburgo, non potete distinguere quella raccontata nei romanzi da quella reale. Il che è abbastanza curioso per un luogo che conta soltanto duecentosettantasei anni di vita. La guida, oggi, vi mostrerà la sede della Terza Sezione della polizia, dove Dostoevskij fu processato, ma manche la casa dove un suo personaggio, Raskolnikvo, uccisa a colpi d’ascia quella vecchia usuraia.

[Iosif Brodskij, Guida a una città che ha cambiato nome, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 56]

Una parte più importante

venerdì 13 luglio 2018

«Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare, o almeno di imitare, il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, – scrive Brodskij, – quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno». E nel discorso di accettazione del Nobel, Brodskij chiarisce ancora di più questa cosa dicendo: «Il compito di un uomo, si tratti di uno scrittore o di un lettore, sta prima di tutto nel vivere una vita propria, di cui sia padrone, non già una vita imposta o prescritta dall’esterno, per quanto nobile possa essere all’apparenza. La lingua e, presumibilmente, la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito. Un sistema politico, una forma di organizzazione sociale, è per definizione una forma del passato remoto che vorrebbe imporsi sul presente (e spesso anche sul futuro); e chi ha fatto della lingua la propria professione è l’ultimo che possa permettersi il lusso di dimenticarlo. Il vero pericolo per uno scrittore non è tanto la possibilità (e non di rado la realtà) di una persecuzione da parte dello Stato, quanto la possibilità di farsi ipnotizzare dalla fisionomia dello Stato, una fisionomia che può essere mostruosa o può cambiare verso il meglio ma è sempre provvisoria. La filosofia dello Stato, la sua etica, per non dire la sua estetica, scrive Brodskij, sono sempre ieri. La lingua e la lettratura sono sempre oggi e spesso domani».

[Da Noi e i governi 2.0 che leggo dopodomani a Milano, al Paolo Pini]

Forse

domenica 17 giugno 2018

Ecco, a me, devo dire, piacerebbe moltissimo che qualche politico, di governo o di opposizione, facesse un discorso simile a quello che il poeta Iosif Brodskij ha fatto in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree all’Università del Michigan nel 1988, quando ha detto: «La sola cosa che di sicuro capiterà al mondo è di diventare più grande, vale a dire più popolato senza crescere di dimensioni. Non conta con quanta onestà l’uomo che avete eletto prometterà di suddividere la torta, questa non crescerà di dimensioni; in effetti, le porzioni sono destinate a diventare più piccole. Alle luce – o, piuttosto, all’oscurità – di ciò, dovreste far conto sulla cucina di casa vostra, vale a dire prendervi cura voi del mondo».
Sembra incredibile, ma è come se la profezia di Brodskij si fosse avverata: il mondo è diventato più popolato e, indipendentemente dall’onestà di quelli che abbiamo eletto, è ora che ce ne prendiamo cura noi, forse.

[La grande Russia portatile, siamo alle bozze (esce in agosto)]

12 maggio – Torino

sabato 12 maggio 2018

sabato 12 maggio,
a Torino,
alle 11,
alla Biblioteca civica centrale,
in via della Cittadella, 5,
Noi e i governi 2.0
(Daniil Charms e Iosif Brodskij)
a cura dell’associazione
culturale È ora.

Un problema di vanità

venerdì 20 aprile 2018

Brodskij, Conversazioni

Molto spesso chi critica una malattia o un male, per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. È un errore di valutazione molto grave e piuttosto diffuso in questa professione, e non credo sia sano. E c’è anche un problema di vanità: quando un’intera nazione ti ammira, puoi dimenticare piuttosto in fretta qual è il tuo vero lavoro. Il tuo vero lavoro è scrivere bene.

[Iosif Brodskij, Intervista a Mike Hammer e Christina Daub, in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, pp. 234]

Stanze

sabato 24 febbraio 2018

Brodskij, Conversazioni

Non sono le circostanze a creare uno scrittore, quanto piuttosto il contrario: uno scrittore, ciò che ha scritto, crea le proprie circostanze. Gli scritti di una persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti.

[Gabriella Caramore, Iosif Brodskij, «La mia vita è un’astronave», in Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Milano, Adelphi 2015, pp. 255-256]

I poveri

sabato 15 luglio 2017

Iosif Brodskij, Per compiacere un'ombra, in Fuga da Bisanzio

I poveri tendono a utilizzare qualsiasi cosa. Io utilizzo il mio senso di colpa.

[Iosif Brodskij, In una stanza e mezzo, in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008 (8), p. 219]