Non importa
Non importa quanto la giornata sia stata orribile o insulsa: si finisce sempre lunghi distesi sul proprio letto.
[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, a cura di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003, p. 11]
Non importa quanto la giornata sia stata orribile o insulsa: si finisce sempre lunghi distesi sul proprio letto.
[Iosif Brodskij, Profilo di Clio, a cura di Arturo Cattaneo, Milano, Adelphi 2003, p. 11]

Sia come sia, un russo alfabetizzato – lo so con certezza – avrebbe più freddo, si sentirebbe più solo, al mondo, se la poesia di Iosif Brodskij, per un qualsiasi motivo, non esistesse.
[Venedikt Erofeev, in Natal'ja Šmel'kova, Vo čreve mačechi, cit., p. 21]

Il novanta per cento della migliore poesia lirica è scritta post coitum, e ciò vale anche per quella di Kavafis.
[Iosif Brodskij, Il canto del pendolo, cit., p. 285]

Tutto quello che riguarda l’Achmatova è parte della vita, e parlare della vita è come, per un gatto, cercare di prendersi la coda. È di una difficoltà insopportabile. Dirò una sola cosa: ogni incontro con l’Achmatova è stata, per me, un’esperienza piuttosto significativa. Quando senti, fisicamente, che hai a che fare con una persona migliore di te. Molto migliore. Con una persona che, con la sua sola intonazione, ti trasforma. E l’Achmatova, con il solo tono della voce, o con l’inclinazione del capo, ti trasformava in un homo sapiens.
[Solomon Volkov, Dialogi s Iosifom Brodskim (Dialoghi con Iosif Brodskij), Mosca, Izdatel'stvo Nezavisimaja Gazeta 2000, p. 223]

E giurai a me stesso che se mai fossi riuscito a tirarmi fuori dal mio impero, per prima cosa sarei venuto a Venezia, avrei affittato una camera al pianterreno di un palazzo, in modo che le onde sollevate dagli scafi di passaggio venissero a sbattere contro la mia finestra, avrei scritto un paio di elegie spegnendo le sigarette sui mattoni umidi del pavimento, avrei tossito e bevuto; e quando mi fossi trovato a corto di soldi, invece di prendere un treno mi sarei comprato una piccola Brownign di seconda mano e, non potendo morire a Venezia per cause naturali, mi sarei fatto saltare le cervella.
[Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 1999, p. 38]

C’è un libretto di Brodskij, pubblicato da Adelphi con il titolo Dall’esilio, son meno di 70 pagine, 68, son tre discorsi, La condizione che chiamiamo esilio e Discorso di accettazione (tradotti da Gilberto Forti) e Un volto non comune. Discorso per il premio Nobel (tradotto da Giovanni Buttafava), c’è questo libretto che tutte le volte che lo apro ci trovo delle cose che mi sembra di non avere mai letto; son meno di 70 pagine, son 68, l’avrò letto venti volte ma è come se avesse un doppio fondo, tutte le volte mi chiedo: «Ma c’era, questo?». Anche oggi, l’ho aperto a pagina 45 e ho letto: «Uno dei meriti della letteratura è appunto quello di aiutare una persona a rendere più specifico il tempo della propria esistenza, a distinguersi dalla folla dei suoi predecessori e da quella dei suoi contemporanei, a evitare la tautologia – cioè il destino di chi può fregiarsi del titolo onorifico di “vittima della storia”». Che è una cosa, è ridicolo, ero convinto perfino di averla pensata io, invece deve averla pensata Brodskij, ogni tanto mi viene il dubbio che qualcuno mi faccia degli scherzi mi sostituisca il libretto dopo averci cambiato il contenuto, allora vado a cercare dei pezzi che mi ricordo bene, ce ne son due, in particolare, il primo dice: «Comunque, se vogliamo avere una parte più importante, la parte dell’uomo libero, allora dobbiamo essere capaci di accettare – o almeno di imitare – il modo in cui un uomo libero è sconfitto. Un uomo libero, quando è sconfitto, non dà la colpa a nessuno»; l’altro dice: «Nondimeno, signore e signori, mi fa piacere pensare che noi, cioè voi e io, respiravamo la stessa aria, mangiavamo lo stesso pesce, eravamo inzuppati della stessa pioggia, – a volte – radioattiva, facevamo il bagno nello stesso mare, ci annoiavamo alla vista di conifere della stessa specie. A seconda del vento, le nuvole che vedevo passare davanti alla mia finestra erano state già viste da voi, e viceversa». E le trovo, pagina 35 e 36 e pagina 66, meno male.
[Esce oggi su Libero]

1
Molte lune fa il dollaro era a quota 870 e io ero a quota 32. Il globo era anch’esso più leggero – due miliardi di anime in meno –, e il bar della Stazione, in quella gelida sera di dicembre, era deserto. Lì, in piedi, aspettavo che venisse a prendermi l’unica persona che conoscevo in tutta la città. Il tempo passava, e lei non si faceva vedere.
Ogni viaggiatore conosce questo guaio: questo misto di sfinimento e di apprensione. È il momento in cui fissi attonito quadranti di orologi e tabelle di orari, analizzi il marmo varicoso sotto i tuoi piedi, inali ammoniaca e quel torbido odore che si sprigiona dalla ghisa delle locomotive nelle gelide notti d’inverno.
A parte il barista sbadigliante e la matrona assisa deitro il registratore di cassa, immobile, simile a un Buddha, tutt’intorno non si vede un’anima. Ma noi tre non potevamo far molto l’uno per l’altro, perché io avevo già dilapidato quasi tutto il mio capitale di italiano: il termine «espresso» l’avevo già usato due volte. Dalle loro mani avevo anche comprate il primo pacchetto di una mercanzia che negli anni a venire avrebbe assunto i nomi di «Merda Statale», «Movimento Sociale» e «Morte Sicura»: il mio primo pacchetto di MS. Così ripresi le mie valigie e uscii all’aperto.
[Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 1991, pp. 9-10]

Credo che fosse Brodskij, che da qualche parte diceva che lui conosceva bene due lingue, il russo e il russo parlato.
[Ps Forse era Erofeev, però la foto è bella]

Gli uomini diventano tiranni non perché ne abbiano la vocazione, e neanche per pura coincidenza. Se un uomo ha una vocazione del genere, di solito prende una scorciatoia e diventa un tiranno in casa sua, mentre è noto che i tiranni veri, come uomini di casa, sono soggetti timidi e non troppo interessanti. Il veicolo per arrivare alla tirannia è un partito politico (o un apparato militare, che ha strutture simile a quelle del partito), perché, se si vuole arrivare al vertice di qualcosa, occorre qualcosa che abbia una topografia verticale.
Ora, a differenza di una montagna o, meglio ancora, di un grattacielo, un partito è in fondo una realtà fittizia, inventata da individui che, mentalmente o in altro senso, non hanno nulla da fare. Questi disoccupati vengono al mondo e si accorgono che la realtà fisica del mondo, grattacieli e montagne, è già tutta occupata. Si trovano quindi a dover scegliere: o aspettare che si apra un varco nel vecchio sistema o creare con le loro mani un sistema nuovo, alternativo. Quest’ultima soluzione li attira perché è la strada più facile: se non altro, possono cominciare senza perder tempo. Costituire un partito è già un’occupazione, e anche abbastanza impegnativa. È vero che non dà subito i suoi frutti, ma il lavoro non è poi così duro e l’incoerenza di una simile aspirazione gratifica generosamente colui che la coltiva.
[Iosif Brodskij, Il canto del pendolo, cit., p. 268]
