Crea sito

24 gennaio – Bologna

mercoledì 24 gennaio 2018

Mercoledì 24 gennaio,
a Bologna,
alla libreria Ambasciatori,
in via degli Orefici, 19,
alle 18 e 30,
Daniele Benati e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Non ho trovato somiglianze particolari

martedì 23 gennaio 2018

[intervista a Caterina Bonetti]

Dopo aver cercato – a lungo e inutilmente – di contattare l’autore del romanzo “Fare pochissimo”, l’esordiente Paolo Onori, ho deciso di provare a fare alcune domande sull’autore e la sua opera a Paolo Nori, persona a lui vicina e, almeno stando ai fitti richiami stilistici presenti nel romanzo, sua fonte d’ispirazione. Partiamo dalla fine, visto che parlare di genesi di un romanzo sarebbe un buon inizio, ma cosa assai complicata: da dove sbuca questo Paolo Onori? Com’è arrivato alla pubblicazione del suo primo romanzo? E come mai lo ha dato alle stampe proprio ora? Immagino che questo suo primo romanzo non sia il suo primo tentativo in assoluto…

– Quando ho saputo che c’era uno che si chiamava Paolo Onori che pubblicava un romanzo con Marcos y Marcos, ho diffuso, come si dice, questo comunicato:
È uscito questo romanzo di Paolo Onori, che si intitola Fare pochissimo, e questo Onori, in bandella, si presenta così: «Paolo Onori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno. Questo è il suo primo romanzo».
Adesso io, che mi chiamo Paolo Nori, e che sono nato anch’io a Parma nel 1963, e che abito anch’io a Casalecchio di Reno, e che di romanzi ne ho scritti una trentina, o forse di più, devo dire che il romanzo di Onori per il momento non l’ho mica letto e che non so se lo leggerò.
Mi hanno detto che è un libro più tradizionale, di quelli che scrivo io, con delle frasi più brevi, una sintassi più semplice, e mi hanno detto che lui, anche lui dice di non conoscermi e di non avermi mai letto e che, quando gli hanno fatto presente che abitiamo tutti e due a Casalecchio di Reno, mi hanno detto che lui ha risposto che Casalecchio di Reno è grande.
Ha ragione.
Anch’io lui non l’ho mai visto e magari non lo vedrò mai nella mia vita, e va benissimo così, ma c’è una cosa, che mi dà fastidio.
Mi dà fastidio quel che mi han detto che lui abbia detto ai promotori quando ha presentato il suo libro, quel Fare pochissimo che non è un grande titolo, per un romanzo d’esordio, secondo me, ma va bene, non è che tutti possono esordire con dei romanzi con dei titoli bellissimi come Le cose non sono le cose, ma non è questo quel che volevo dire, quel che volevo dire è che lui, questo Onori, quando ha presentato il suo primo romanzo ha chiesto ai promotori di aiutarlo a diventare lo scrittore più venduto di Casalecchio di Reno. Che a me, quando me l’han detto, non mi è sembrata una cosa gentile, devo dire».

Adesso, è passato qualche mese, ho letto poi il romanzo di Paolo Onori e ne ho un’idea un po’ più precisa. Continua a leggere »

Ieri sera

giovedì 18 gennaio 2018

A Torino, al circolo dei lettori mi hanno detto che Davide Ferrario ha detto che Fare pochissimo è un romanzo sulle fake news, e che Paolo Onori ha detto «Io, non volevo dirlo, ma mi sembrava un po’ anche a me». E poi, a parte quello, è stato bello, mi hanno detto. Io sono arrivato dopo, ma mi han detto che Onori, quando gli han chiesto se il suo libro è un libro bello, lui ha detto che lui, quando ha cominciato a scrivere dei libri, cioè recentemente, si è ripromesso di non parlare mai bene dei suoi libri perché, se sono belli, sono belli di loro, non c’è bisogno di parlarne bene, se sono brutti, non vale la pena di parlarne bene perché sono brutti, mi hanno detto che ha detto Onori. O una cosa del genere.

Fedifraga

sabato 30 dicembre 2017

Intanto che andavo in bicicletta alla ferramenta dove mi aspettava Enrica Spadoni in Coltellini, avevo pensato che anch’io sapevo qualcosa di lei che il direttore non sarebbe stato contento di sapere.
Lei, con lo pseudonimo di Antonio Sarti, teneva una rubrica che si intitolava Che ridere, che era un’imitazione della rubrica Risate a denti stretti, della settimana enigmistica, dove scriveva delle cose del tipo:

«Che lavoro fa tua moglie?»
«Insegna».
«In una scuola?»
«No, si appende sui negozi coperta di neon».

Oppure:

«Questo pesce è pieno di spine».
«Be’, sai com’è, nel mare c’è la corrente».

Oppure:

Cosa fai stasera?
Vado in un locale, c’è un gruppo che fa cover.
Di canzoni?
No, ti personalizzano il telefono come vuoi.

Oppure:

Mi chiedi perché ho divorziato? Ti racconto cos’è successo. Un mese fa è stato il mio compleanno. Mi sono alzato la mattina e mia moglie non mi ha fatto gli auguri. I miei figli sono andati a scuola come ogni mattina, e non mi hanno neanche salutato. Sono andato in ufficio, e nessuno dei colleghi mi ha fatto gli auguri. La mia segretaria, appena mi ha visto, ha esclamato: «Auguri, capo!».
Mi sono sentito speciale. Mi ha invitato a pranzo, e abbiamo mangiato, riso e parlato per un’ora. Poi mi ha invitato a casa sua. Appena arrivati, mi ha detto: «Ti dispiace se vado 5 minuti in bagno?». Dopo cinque minuti è rientrata nella stanza da pranzo con mia moglie, i miei figli e tutti i miei colleghi che urlavano «Buon compleanno!». Io ero seduto sul divano. Nudo.

Questa, io, un po’, mi ero meravigliato del direttore che aveva pubblicato questa roba, che non era il genere di cose che pubblicavamo noi, non era our cup of tea, come dicono nelle serie televisive o forse non dicon così chissà dove l’ho sentito.
Poi, alla fine di aprile dell’anno 2017 Enrica Spadoni in Coltellini ne aveva proposta un’altra, questa qua:

Nuova posizione sessuale, toro meccanico
1. Metti la tua ragazza a pecorina;
2. Penetrala piano piano;
3. Avvicinati al suo orecchio;
4. Dille il nome di un’altra;
5. Cerca di restare attaccato otto secondi alla bestia.

Ecco, questo era un po’ il segno che era già un po’ turbata, quella signora lì, che questa cosa qua, su Emilia Today (il vostro quotidiano preferito) era impossibile pubblicarla, difatti il direttore l’aveva rifiutata.
Dopo, i primi di maggio dell’anno 2017, stavo facendo un servizio sui tifosi del Bologna, ero andavo a vedere in un forum in rete, di tifosi del Bologna, un forum dove non si parlava solo di calcio e di Bologna, si parlava di tante cose, e in una discussione che si intitolava Barze vecchie e nuove, o qualcosa del genere, c’erano tutti i Che ridere di Antonio Sarti. Anche il toro meccanico.
Che io, quando me ne ero accorto, avevo pensato “Ecco vedi. Che fedifraga”.
Fedifraga era una parola che usava mia mamma per dire vigliacca. E a me mi era rimasta in bocca: fedifraga.
E allora, quando mi ero accorto che aveva copiato le battute dal forum dei tifosi del Bologna, quella fedifraga, mi era sembrato di avere qualcosa contro di lei, una specie di arma che mi metteva in una posizione di superiorità.
E adesso che andavo in bicicletta verso il ferramenta di via Porrettana dove mi aspettava, era un momento che quel che lei aveva contro di me, non c’era paragone, rispetto a quel che io avevo contro di lei.

Quando una cosa non mi piace

giovedì 21 dicembre 2017

Io, quando una cosa non mi piace, non so, un libro, o una canzone, o un film di cui parlano tutti e che tutti dicono che sono un libro, o una canzone, o un film bellissimi ecco, io, se li leggo, o li ascolto, o li guardo e poi non mi piacciono, io devo dire che quando poi lo dico, o lo penso, «Non mi è piaciuto», io c’è una specie di piccola, infantile, stupida soddisfazione.
Come se fosse un pregio, il fatto che quel libro, o quella canzone, o quel film, non mi piacessero, come se indicasse una certa mia superiorità rispetto alla massa che, essendo massa, è della gente che han delle teste che non le mangiano neanche i maiali: io un po’ la penso così, quando dico, con una punta di soddisfazione «Non mi è piaciuto».
Invece, con tutta la mia misantropia, che un po’ misantropo forse lo sono, io devo dire che quando una persona non mi piace, non so come dire, un po’ mi dispiace.
Come se fosse una sconfitta.
Come se fosse un po’ colpa mia.
Non so se si capisce.
Be’, a parte il sindaco di Castelfranco di Reno, che lui, poverino, ma anche Enrica Spadoni in Coltellini, secondo me, non era colpa mia, era proprio lei, che era Enrica Spadoni in Coltellini.
Che poi non è che mi piacesse proprio per niente, a dire il vero, se devo dire la verità.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 47-48]

17 gennaio – Torino

mercoledì 20 dicembre 2017

Mercoledì 17 gennaio,
a Torino,
al Circolo dei lettori,
in via Bogino, 9,
alle 21,
Davide Ferrario e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

18 dicembre – Bologna

lunedì 18 dicembre 2017

Lunedì 18 dicembre,
alle 20,
a Bologna,
alla Confraternita dell’uva,
in via Cartoleria 20/b,
Roberto Livi e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Le cose che si possono fare

giovedì 14 dicembre 2017

Io, per un certo periodo, appena preso il diploma, tra l’ottantotto e l’ottantanove, avevo lavorato in Iraq, a Baghdad, che c’era al potere Saddam Hussein.
Una volta, qualche tempo fa, una signora che era stata in Iran mi aveva detto che era stata in Iran, e io le avevo detto che per un po’ avevo vissuto in Iraq e lei m’aveva detto «Be’, in Iraq dev’essere un po’ pericoloso», e io le avevo detto «Ma no, allora c’era Saddam Hussein si stava bene». Dopo mi ero fermato avevo pensato «Ma cosa dici?».
Che il tempo fa delle cose stranissime, alla realtà, e io all’epoca non l’avrei mai detto, che si stava bene, in Iraq, ma allora, quando ci abitavo io, in Iraq, 1988-1989, tutto il paese era coperto di gigantografie di Saddam Hussein che son cose che restano impresse e poi dopo, quando tipo quindici anni dopo l’occidente stava per scatenare la seconda tempesta nel deserto, come han chiamato la seconda missione di pace da cui poi è saltata fuori la guerra in Iraq, in Italia era uscito un libro su Saddam Hussein e io, forse per quello, per il fatto che in Iraq ci avevo vissuto, l’avevo comprato e avevo cominciato anche a leggerlo.
Questo libro era stato scritto da un giornalista arabo che viveva in Italia e era una biografia molto dettagliata che cominciava fin dall’infanzia e diceva che la mamma di Saddam Hussein come mestiere faceva la puttana, e che lei suo figlio non l’avrebbe neanche voluto per quello l’aveva chiamato Saddam che significava Maledetto e effettivamente, diceva questo giornalista che poi avrebbe fatto carriera sarebbe diventato vicedirettore ad personam di un importante quotidiano italiano contemporaneo, e poi dopo si sarebbe anche convertito in mondovisione, e poi avrebbe anche fondato un movimento politico, mi sembra, questo giornalista scriveva che, effettivamente, con un nome del genere, Maledetto, era venuto poi fuori un bambino così cattivo che fin da piccolo quando andava alle elementari lui rubava le merendine ai suoi compagni di classe, e se i suoi compagni di classe se ne accorgevano e le rivolevano indietro lui le buttava per terra e poi le pestava coi piedi così non le poteva mangiare nessuno, diceva questo futuro vicedirettore ad personam convertendo in mondovisione che avrebbe anche fondato un movimento politico, forse, e queste cose le scriveva in un libro pubblicato da un’importante, rispettata casa editrice italiana, che io mi ricordo che avevo pensato che non avrei mai detto, che si potessero fare delle cose del genere, invece si potevano fare, si vede.

Quando avevo letto quella cosa di Saddam e delle merendine, mi era venuta in mente una mia amica che, quando facevo l’università aveva un fratello devoto a Sai Baba, e questo fratello, di quella mia amica, aveva insistito perché io vedessi un film sulla vita di Sai Baba.
Un documentario fatto da degli emiliani devoti a Sai Baba che erano stati là da Sai Baba per restituire agli emiliani che da Sai Baba non c’erano stati la realtà di Sai Baba per come la capivano loro, quella realtà lì.
Allora in questo film si diceva che Sai Baba, che per chi non lo sa era un santone indiano che aveva una pettinatura che sembrava uno dei Nuovi Angeli, cioè aveva una pettinatura da cantante pop–rock degli anni settanta, in questo film si diceva che Sai Baba, che la sua specialità era materializzare le cose, che i devoti di Sai Baba andavano là in India dove lavorava e si facevano vedere da lui e lui si faceva girar tra le mani un po’ di polvere e trac, ti materializzava quello di cui avevi bisogno: ti serviva una pietra della fortuna?, lui ti materializzava una pietra della fortuna, ti serviva la calma?, lui ti materializzava un amuleto che trasmetteva la calma, ti servivano dei soldi?, lui ti materializzava dei soldi, credo, non sono sicuro, insomma, quella lì di materializzare le cose era la sua specialità che lui, Sai Baba, fin da quando era piccolo, si diceva nel film, ne era dotato, tant’è vero che quando andava alle elementari materializzava le merendine per i suoi compagni di classe, si diceva nel film, mi son ricordato quando ho letto l’inizio del libro su Saddam Hussein del futuro vicedirettore ad personam e mi è venuto da immaginarmi un’altra realtà, una realtà aumentata, dove, nella classe di Saddam Hussein, dopo che lui aveva rubato e calpestato le merendine dei suoi compagni di banco, passava Sai Baba e ripristinava la situazione iniziale, ognuno con la sua bella merendina.

In copertina

venerdì 8 dicembre 2017

Sono arrivato alla presentazione di Paolo Onori che la presentazione era appena finita, e mi han detto che aveva detto, Onori, che, intanto che girava per la fiera (più libri più liberi), una ragazza l’aveva fermato gli aveva detto che aveva visto il suo libro, «Quello con Lenin in copertina», aveva detto quella ragazza, aveva detto Onori in fiera, mi han detto.

Troppo complicata

venerdì 8 dicembre 2017

La mail che avevo mandato a Maritoni diceva così:

Buongiorno Giacomo Maritoni; per il mio gusto personale, la cosa che mi ha mandato è troppo complicata. Le copio qua sotto una cosa che mi piace, è la descrizione di un gatto ed è stata pubblicata dal quotidiano francese Le Figaro:

Il gatto è un animale che ha due zampe davanti, due zampe dietro, due zampe sul lato destro e due zampe sul lato sinistro.
Le zampe davanti gli servono per correre, le zampe dietro gli servono da freno. Il gatto ha una coda che segue il suo corpo. Essa finisce improvvisamente.
Egli ha dei peli sotto il naso, rigidi come dei fili di ferro. È per questo che egli è nell’ordine dei «filini». Ogni anno il gatto desidera avere dei piccoli. Allora li fa: è a questo momento che diventa una gatta.

L’ha scritta, negli anni cinquanta, una bambina francese di nove anni. Il mio gusto, ci tengo a sottolinearlo, non vale niente, è il mio, e basta. Ma nel suo caso c’è anche un altro problema del quale le parlo adesso al telefono.
Stia bene 
Marco Pietramellara

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 154-155]