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Oppure

giovedì 12 ottobre 2017

Qui ciascuno sugli allori riposa,
io, perfino, che allori non ho:
ogni fiore si sente un po’ rosa
ogni fiume si sente un po’ Po.

[Ernesto Ragazzoni, Buchi nella sabbia e pagine invisibili, a cura di Renato Martinoni, Torino, Einaudi 2000, p. 158]

Per esempio

giovedì 12 ottobre 2017

O Signore, io ti ringrazio
d’aver dato al Mondo il vizio,
l’alto e solo benefizio
che quaggiù non soffre strazio…,
che accomuna in un sol dazio
ogni Caio ed ogni Tizio.
Che quaggiù ci sia un sol spazio
per un cazzo e un orifizio,
ognun gridi mai non sazio
fino al giorno del giudizio:
O Signore, io ti ringrazio,
d’aver dato al Mondo il vizio.

[Ernesto Ragazzoni, Buchi nella sabbia e pagine invisibili, a cura di Renato Martinoni, Torino, Einaudi 2000, pp. 156-157]

Viaggio sentimentale

sabato 30 settembre 2017

[Doveva uscire, in ottobre, per Einaudi, una nuova edizione di un libro, secondo me, bellissimo, di Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale; per una incomprensione sui diritti, il libro, già annunciato, già prenotato, già pronto, non uscirà. Io avevo scritto una prefazione, la metto qui; grazie a Mauro Bersani, dell’Einaudi, che me lo consente. E peccato]

1. Tre motivi

Quando si presenta un libro, o dal vivo, o per radio, o sopra ai giornali, ogni tanto succede che qualcuno ti chieda tre motivi per cui bisognerebbe leggere il libro che stai presentando.
Ecco io devo dire che a me, una domanda del genere è sempre sembrata una domanda strana e io, che prevalentemente ho letto dei libri russi, nella mia vita, se dovessi rispondere a una domanda del genere direi che motivi non ce ne sono, se non il fatto che leggere libri russi, per me, è una specie di malattia, della quale ha detto delle cose che mi sembrano molto interessanti Giorgio Manganelli:

«Leggere i russi» è un’esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol’, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di «leggere i russi» .

Quando ho letto per la prima volta questa cosa di Manganelli, ho provato a ricordarmi il numero di telefono della mia prima fidanzata (si chiamava Francesca), non ci sono riuscito e, adesso non mi ricordo di preciso, ma è molto probabile che, quello stesso giorno, abbia preso tra le mani un libro simile a questo che avete, probabilmente, tra le mani voi, perché il libro che avete, probabilmente, tra le mani voi, io l’ho letto quattro volte, e a me sembra uno di quei libri che, la gente che li legge, non ha bisogno di un motivo per leggere, ha bisogno di un motivo per smettere, casomai, anzi, non ha bisogno di niente, perché quella malattia, leggere i russi, è una malattia che gli piace.
Anche se non è facilissimo, ammalarsi di leggere i russi, soprattutto all’inizio ci sono una serie di ostacoli dei quali ha detto qualcosa lo scrittore e lettore svizzero Peter Bichsel:

Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l’amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse figlia la figlia. Siamo allenati e sappiamo come si affronta il problema: si continua a leggere, prima o poi si capirà».

In tutto questo, cioè in quell’entità che diffonde il virus che provoca la malattia di leggere i russi (entità che si potrebbe forse definire, grossolanamente, letteratura russa), io ho l’impressione che Šklovskij abbia un ruolo tutt’altro che marginale.
Lev Trockij, il signore che ha dato origine al fenomeno chiamato trozkismo, in un saggio pubblicato nel 1923 in Letteratura e rivoluzione, scrive che «l’unica teoria che in Russia si sia opposta al marxismo in questi anni è la teoria formalistica dell’arte», che Viktor Šklovskij è «il capo della scuola formalista», che «in virtù degli sforzi di Šklovskij – e questo è un merito nient’affatto insignificante (scrive Trockij) – la teoria dell’arte, e parzialmente l’arte stessa, si è alla fine elevata dalla condizione dell’alchimia a quella della chimica». Continua a leggere »

Alla rovescia

martedì 1 agosto 2017

Il carnevale è uno spettacolo senza ribalta e senza divisione in esecutori e spettatori. Nel carnevale tutti sono attivi partecipanti, tutti prendono parte all’azione carnevalesca. Il carnevale non si contempla e non si recita, si vive in esso, si vive secondo le sue leggi, finché queste leggi sono in vigore, cioè si vive la vita carnevalesca. Ma la vita carnevalesca è una vita tolta al suo normale binario, è in una certa misura una «vita all’incontrario», un «mondo alla rovescia».

[Michail Bachtin, Dostoevskij, traduzione di Giuseppe Garritano, Torino, Einaudi 2002, p. 160]

Non vi servono?

domenica 2 luglio 2017

Una volta salita la scala del Dipartimento regionale dell’Istruzione pubblica di Vladimir e chiesto dell’Ufficio del personale, ero rimasto sorpreso di trovare i funzionari non più dietro la solita porta nera di cuoio, bensì dietro un vetro divisorio, come in farmacia. Comunque, mi ero timidamente avvicinato allo sportello e, chinandomi, avevo chiesto:
– Mi scusi, non vi servono matematici in un posto qualunque, lontano, dove non passano treni? Vorrei stabilirmi lì per sempre.

[Aleksandr Solženicyn, La casa di Matrëna, in Una giornata di Ivan Denisovič, a cura di Ornella Discacciati, Torino, Einaudi 2017, p. 166]

Il fuso orario di Dublino

lunedì 12 giugno 2017

L’infermiera circolante si accosta allo stereo portatile piazzato su uno dei carrelli, e in men che non si dica parte quella canzone degli U2 che parla dell’omicidio di Martin Luther King alle prime luci dell’alba del 4 aprile. In realtà Martin Luther King è stato ammazzato di sera, anche secondo il fuso orario di Dublino, ma col greatest hits degli U2 bisogna imparare a convivere, se si lavora nel campo della medicina. Tutti i chirurghi bianchi sopra la quarantina non possono farne a meno.

[Josh Bazell, Vedi di non morire, traduzione di Luca Conti, Torino, Einaudi 2009, p. 192]

I nomi delle strade

lunedì 1 maggio 2017

nino

Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.

[Nino Pedretti, Al vòusi, Torino, Einaudi 2017, p. 19]

Nino Pedretti

martedì 25 aprile 2017

nino

I partigiani

Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna, a far la guerra. Di guerra eravam stanchi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile, con una ragazza. Per questo abbiam sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva, con le labbra tremanti. Ma anche così sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravam persone, e loro marionette.

[Nino Pedretti, Al vòusi e atre poesie in dialetto romagnolo, Torino, Einaudi 2007, pp. 17-18, la poesia si intitola I partigièn]

Del loro padre ambosesso

venerdì 31 marzo 2017

Un libro che non scriverò

Dopo tutto il male che hanno fatto alla mia mamma, a mia sorella e a me, io; col cuore in tumulto, malato, orribilmente spaurito dai sistemi della borghesia della mia città, e della città dove mi portarono fin da bambino, e della vicina città nella quale per caso ero andato come a rifugiarmi, io; rimasto senza terra e senza averi, rimasto privo di affetti, torturato per beffa persino dal medico di P. che mi ha ridotto con le mascelle gonfie e gli orecchi quasi sori, abbandonato da una falsa fidanzata ricchissima che faceva a società con l’avvocato che derubava gli ultimi margini delle mie terre: io avevo ben deciso di scrivere un racconto, un racconto enorme, sconfinato, pieno terribile, vendicativo e giustiziere; un racconto che avrebbe dovuto diventare un romanzo; un romanzo che avrebbe dovuto trasformarsi nella realtà di una Storia Risoluta; io avevo dunque deciso, dopo tutto il male che hanno fatto a mia mamma, a mia sorella e a me, avevo dunque deciso, davanti a Dio e agli uomini, e ove avessi avuto ancora vita tempo e intelletto, avevo dunque deciso di scrivere senza paura né del Tribunale né degli immondi figuri che mi sono stati appresso per la nostra rovina, che mi sono stati appresso derubandomi svilendomi e riducendomi nella solitudine, nel vuoto, nel silenzio dell’angoscia (e così alla mamma, a mia sorella); avevo dunque deciso di scrivere. E doveva diventare il più grosso libro del nostro tempo. Doveva diventare la più grossa condanna del nostro tempo e di quello che l’ha generato, la più grossa condanna perciò dell’antifascismo e dei partiti borghesi antifascisti e del loro padre ambosesso: il fascismo.

[Antonio Delfini, Diari, Torino, Einaudi 1982, p. 401]

1948

domenica 26 marzo 2017

Raffaello Baldini, La nàiva furistír ciacri

Ventitre anni, carina, innamorata, ma i suoi non volevano, suo padre delle scenate, per settimane, mesi, una guerra, lei sempre più innamorata e l’altra sera, è andata a letto presto, si è chiusa in camera, e la mattina non si è svegliata più. Che uccidersi non va bene, non si può, però ‘sta bambina, adesso, come farà il signore, a mandarla all’inferno?

[Raffaello Baldini, 1948, in Raffaello Baldini, La nàiva Furistir Ciacri, Torino, Einaudi 2000, pp. 252]