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A niente

venerdì 26 gennaio 2018

tanto è tutta roba che, lo so, non serve a niente, ma se dovessimo buttare via tutto quello che, tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? alla televisione, stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? o quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verucchio che è tutta una luce, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve?

[Raffaello Baldini, La fondazione, traduzione di Giuseppe Bellosi, Torino, Einaudi 2008, p. 53]

I suoi funerali e i suoi balli

domenica 24 dicembre 2017

Angelo Maria Ripellino, Poesie

Vivere è stare svegli
e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio,
e non essere scaltri.

Vivere è amare la vita
con i suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta,
schivare le gonfie parole,
vestite con frange di festa.

Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno
e non stancarsi d’amare.

[Angelo Maria Ripellino, Poesie. 1952-1978, Torino, Einaudi 1990, p. 21]

Piace

martedì 12 dicembre 2017

– Piace che abbia ucciso suo padre?
– Piace, piace a tutti! Tutti dicono che è una cosa tremenda, ma nell’intimo piace loro tremendamente. Son io la prima, che mi piace.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Torino, Einaudi 2014, p. 766]

Pan Musjalovič effettivamente

giovedì 7 dicembre 2017

Pan Musjalovič, effettivamente, mandava una lunghissima e (al solito suo) fioritissima lettera, in cui chiedeva che gli si facesse un prestito di tremila rubli. Alla lettera era accluso un biglietto di ricevuta, in cui si obbligava a restituire la somma in tempo di tre mesi: e sotto la ricevuta aveva apposto la firma anche pan Vrublevskij. Di lettere simili, e sempre munite di simili ricevute, Grušen’ka ne aveva già ricevute in gran numero dal suo «ex». La storia era incominciata fin da quando Grušen’ka era guarita, due settimane or sono. Essa aveva saputo, tuttavia, che nel corso della sua malattia i due pan eran venuti a informarsi della sua salute. La prima lettera ricevuta da Grušen’ka era una letterona su carta di gran formato, sigillata con un gran timbro con tanto d’iniziali, terribilmente oscura e arzigogolata, tanto che Grušen’ka, lettane soltanto mezza, l’aveva buttata via senza averci capito un’acca. Eppoi, altro che a lettere aveva da pensare allora. A questa prima, era seguita l’indomani una seconda lettera, nella quale pan Musjalovič chiedeva in prestito duemila rubli, a scadenza brevissima. Anche quest’altra lettera era stata lasciata da Grušenka senza risposta. Era seguita quindi tutta una serie di lettere, in ragione d’una per giorno, tutte ugualmente solenni e pretenziose, ma nelle quali la somma richiesta in prestito gradatamente s’era venuta abbassando, riducendosi a cento rubli, a venticinque, a dieci: e finalmente, un bel giorno, Grušen’ka aveva ricevuto una lettera, in cui i due pan le chiedevano un rublo solo, e accludevano la ricevuta, sotto la quale entrambi avevano apposto le loro firme.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Torino, Einaudi 2014, p. 745]

Qui

lunedì 4 dicembre 2017

Qui ci vorrebbe proprio il punto esclamativo.

[Cesare Zavattini, Io. Un’autobiografia, a cura di Paolo Nuzzi, Torino, Einaudi 2002, p. 256]

Una zoppa, precisamente

giovedì 30 novembre 2017

– Dunque voi avete sposato una zoppa? – esclamò Kalganov.
– Una zoppa, precisamente. Il fatto è che loro, sul momento, s’accordarono tutt’e due a farmi un imbroglietto, e mi nascosero la cosa. Io credevo che lei saltellasse… Continuava sempre a saltellare, e quindi pensavo che facesse così per la contentezza…
– Per la gioia di diventar vostra moglie? – stridette, con un’infantile acutezza di voce, Kalganov.
– Gia, eh? per la gioia. E invece, ahimè, venne a scoprirsi che era per tutt’altro motivo.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Torino, Einaudi 2014, p. 555]

Smerdjakov

giovedì 23 novembre 2017

Grigorij gl’insegnò a leggere e a scrivere, e quando toccò i dodici anni, si fece a insegnargli la Storia Sacra. Ma l’impresa andrò subito in fumo. Bruscamente, la seconda o al massimo la terza lezione, il ragazzo di punto in bianco si mise a ridacchiare.
– Chi hai? – domandò Grigorij, sbirciando severo di sotto agli occhiali.
– Oh, niente. La luce, il Signore Iddio, l’ha creata il primo giorno: e il sole, la luna e le stelle, il quarto giorno. O allora di dove veniva la luce, il primo giorno?

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Torino, Einaudi 2014, p. 165]

1960

martedì 21 novembre 2017

«Dopo il 1960 l’universo ha assunto un volto completamente nuovo», così comincia Il collasso dell’universo di Asimov, che come si sa non è un romanzo ma un accurato, brillante saggio divulgativo sulla storia dei buchi neri.

[Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere, Torino, Einaudi 2003, p. 131]

Sempre ogni tanto

lunedì 20 novembre 2017

E così, tu voi andartene a star coi monaci? Ma sai, per me è un dispiacere, Alëša, davvero: io, credimi, mi sono affezionato a te… Del resto, sarebbe proprio l’occasione che ci vuole: pregherai anche per noi peccatori, che davvero, standocene qui, abbiam troppo peccato. Era una cosa che pensavo sempre: chi ci sarà, che pregherà per me? Si troverà al mondo un uomo simile? Caro il mio piccino, in questo, sai?, io sono un terribile stupido: tu forse non ci crederai? Un terribile stupido! Vedi, per quanto in questo io sia uno stupido, ci penso però, sempre ci penso… ogni tanto, s’intende, mica sempre… Non è mica possibile, penso, che i diavoli con i loro raffi si scordino di tirar giù me, quando morrò. Ed ecco che mi viene in mente: i raffi? e di dove li prendono? di che son fatti? sono di ferro? ma allora dove li forgiano? e che, c’è qualche fabbrica, dunque, lì da loro? In questi conventi, vedi, i religiosi credono con sicurezza che l’inferno, per esempio, abbia tanto di soffitto. Ma io sono qui pronto a credere all’inferno, purché non si parli di soffitto: esso ne viene a risultare, allora, più fine, direi, più progredito, alla luterana, insomma. Ma in sostanza non è poi la stessa cosa, col soffitto o senza soffitto? Ecco, ecco dove sta la maledetta questione! Già, ma se il soffitto non c’è, allora non ci son neppure i raffi. E se non ci sono i raffi, in tal caso tutto va a rotoli: di nuovo si cade nell’inverosimile: chi è allora, che mi tira giù coi raffi, giacché se io non fossi tirato laggiù, che ne sarebbe allora, dove starebbe la giustizia a questo mondo? Il faudrait les inventer, questi raffi, apposta per me, per me solo: giacché se tu sapessi, Alëša, che svergognato sono io!…

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Torino, Einaudi 2014, pp. 33-34]

I giovani oggi vogliono i fatti

domenica 12 novembre 2017

e anche a casa, che a casa sua, uno, non lo so, se non ti trovi bene a casa tua, invece io, cosa vuoi, anche i figli, il grande, è un bravo ragazzo, però, delle volte, che gli parlo, gli dico, e lui non risponde, zitto, ho capito che parlare troppo, i giovani oggi vogliono i fatti, no le chiacchiere, e hanno ragione, io li capisco, ma anche non parlare mai, c’è delle volte che gli domando, perché lui certe cose le sa, le deve sapere, studia, ma è come se non avessi detto niente, mi guarda e sta zitto, e io lo guardo anch’io, ci guardiamo

[Raffaello Baldini, Zitti tutti!, in Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra, Torino, Einaudi 1998, p. 89]