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Vengono da tutto il mondo

domenica 15 aprile 2018

In un libretto intitolato Bohumil Hrabal spaccone dell’infinito, c’è una conversazione tra Hrabal e alcuni suoi conoscenti.
Tra questi c’è anche il birraio della birreria di Praga U zlatého tygra (Dalla tigre d’oro), che dice: «La Tigre d’oro è come il terzo domicilio di Hrabal. Il primo è il suo appartamento, la seconda è la casa di campagna, il terzo è la Tigre d’oro. Tutti i giorni, da lunedì a giovedì. Vengono da tutto il mondo per farsi fare una dedica».
Qui Hrabal racconta, tra le altre cose, come scrive: «Quando non scrivo, è allora che scrivo di più. Quando passeggio, quando cammino, quando faccio un monologo interiore, quando assorbo non solo quello che sento e che è interessante ma anche ciò che matura dentro di me». Poi batte a machina, e dopo aver battuto a macchina «prendo le forbici – è questo il momento più bello – taglio tutto, e lo assemblo, prendo i fogli e metto all’inizio quello che c’era alla fine. Lavoro come un regista nella sala di montaggio, poi lo incollo tutto insieme e vado avanti finché non è finito. E allora di nuovo esco e vado in giro per le birrerie, è solo nella taverna che i discorsi si muovono».
Sembra frutto di questo procedimento di maturazione e montaggio Lezioni di ballo per anziani e progrediti, che, per la cura di Giuseppe Dierna, viene ora proposto da Einaudi nella collana Letture.
È il terzo libro di Hrabal, uscito, in origine, nel 1964, pochi mesi dopo i primi due, per la casa editrice Československý spisovatel (Lo scrittore Cecoslovacco), ed è il monologo di un vecchio calzolaio praghese, al quale «Baťa in persona» aveva spedito il decreto di nomina «perché lavorassi da lui, perché rimettessi in piedi la sua ditta».
Tomàš Bat’a è il fondatore della celebre azienda calzaturiera, un signore che raccomandava ai suoi impiegati di non leggere romanzi russi, e che aveva fatto scrivere sul muro del gommificio, a caratteri cubitali: I ROMANZI RUSSI UCCIDONO LA GIOIA DI VIVERE.
Questo vecchio calzolaio aveva fatto anche il maltatore, cioè l’addetto al maltaggio nella produzione della birra, e il soldato «nel più bell’esercito del mondo», l’esercito austriaco quando l’Austria era l’Impero austroungarico e Praga era una città austroungarica, ma la sua passione sono le belle donne, che lui chiama Sventolone.
Di sé ci dice che, quando era giovane, «avevo un’energia che da sola sarebbe bastata a illuminare Praga per un’intera settimana»; erano tempi in cui «non c’era la televisione, per cui le persone si dovevano fare ogni cosa da sole, ivi compresa la radio». «All’emporio avevo visto una serie di flaconcini marca Peru Tannin che favorivano la crescita rigogliosa dei capelli, – racconta il calzolaio – sulle bottigliette c’erano le due figliolette del suo inventore con i capelli fin oltre le caviglie, bisogna però dire che l’Austria non ci teneva neanche così tanto a una rigogliosa crescita dei capelli quanto invece ad averci un seno rigoglioso, alcune ce ne avevano così tanto da essere costrette a portare sulle spalle uno zainetto con dentro un mattone, per non precipitarsene tutte in avanti, tale era la forza di trascinamento, erano davvero qualcosa di straordinario quelle grazie enormi». Alle sventolone il calzolaio si prendeva la licenza di fare delle scarpe rosse di coppale, anche a quelle che avevano un occhio di vetro, «e questa non è una cosa piacevole, perché poi voi non sapete quello che ci può combinare lei con quell’occhio, un cappellaio mi aveva detto che era stato al cinematografo con una tipa del genere, quella aveva starnutito e l’occhio le era volato via, e durante l’intervallo avevano dovuto cercarlo sotto alle poltrone, e quando poi lei l’aveva ritrovato gli aveva dato una lustratina, aveva sollevato la palpebra, e zappete! una strizzatina dell’occhio ed era fatta». Il calzolaio, però, non si era mai sposato, perché «io per il matrimonio non ho tendenze criminali sufficientemente sviluppate».
Racconta Derna che pochi mesi dopo l’uscita del libro (che fu, insieme ai due che l’avevano preceduto di pochi mesi, «un successo senza precedenti», con 60.000 mila copie vendute in poco tempo), alla casa editrice era arrivata una lettera firmata Antonín Šebek, dottore in medicina, che diceva che lui, tempo prima, aveva lavorato in un manicomio, e avevo trovato il quaderno d’un paziente, e l’aveva letto. «E lí dentro c’erano parole affastellate senza alcuna logica o senso, proprio come nel libriccino di Hrabal». « Adesso, – scrive Šebek – dopo aver letto le Lezioni di ballo, rimpiango parecchio di non aver offerto alla casa editrice Československý spisovatel quella creazione letteraria, Quale gigantesca perdita ha patito la letteratura ceca, o forse la letteratura universale, quando ho gettato il quaderno nel cestino della carta straccia!».
Ecco, io, dopo aver letto Lezioni di ballo, sono d’accordo col dottor Šebek, una gran perdita.

[Uscito ieri su Tuttolibri]