Un’altra cosa

sabato 14 maggio 2011

È noto a chiunque abbia studiato un po’ di letteratura russa che Lev Tolstoj, quando, nel 1860, ha cominciato a lavorare al romanzo che sarebbe diventato Guerra e pace, avrebbe voluto scrivere un romanzo sulla rivoluzione dei decabristi del 1825. Sembra però che si sia poi accorto che quella vicenda era troppo vicina nel tempo; eran passati solo 35 anni, erano troppo pochi, per ricavare, da fatti di attualità, materia romanzesca, e Tolstoj alla fine, ha cominciato il suo romanzo nel 1805.
Ecco, se prendiamo per generale questa regola che sembra abbia guidato Tolstoj, verrebbe da dire che un tema, per diventare tema letterario, ha bisogno di star lì, a decantare, per dei decennni. Questa cosa, se fosse vera, farebbe, della letteratura, e in particolare della lettetura contemporanea, la meno contemporanea delle arti contemporanee, cosa che spiegherebbe, in parte, l’indifferenza del grande pubblico rispetto a romanzi che poi, decenni dopo, una volta morto l’autore, avranno magari un grandissimo successo, ma che intanto, mentre l’autore è vivo, vengono considerati da pochissimi, e da quei pochi spesso con sospetto, forse proprio perché parte di un insieme, la letteratura contemporanea, che già con la sua sola presenza sembra indicare una specie di anacronismo, di incomprensibile contraddizione.
Mi è successo più di una volta di parlare con persone che mi dicevano che loro non avevano mai letto un libro di qualcuno che fosse ancora vivo, e che gli sarebbe sembrato stranissimo farlo, mentre volentieri ascoltavano musica di compositori viventi, vedevano mostre di pittori e fotografi viventi, spettacoli teatrali con la regia di registi teatrali viventi e film di registi cinematografici viventi.
Da questa diffidenza e da questa pigrizia, devo dire, sono affetto anch’io, che, pur essendo un appassionato di letteratura russa, e pur leggendo e rileggendo i classici russi dell’ottocento e del novecento, se mi chiedono di consigliare degli scrittori russi contemporanei io di solito consiglio Chlebnikov, Charms, Il’f e Petrov, Šklovskij, Tynjanov, Dovlatov, Venedikt Erofeev, Šukšin, Chodasevič, Nina Berberova, Dudincev, Mandel’štam, Anna Achmatova, Brodskij, e gli unici viventi che sono entrati delle volte in questi piccoli elenchi sono Fazil’ Iskander e Juz Aležkovskij, che sono nati tutti e due nel 1929.
Ma se prendiamo per buona quella specie di regola tratta dall’esperienza di Tolstoj in Guerra e Pace, cioè se la letteratura ha un tiro che è affidabile a una quarantina o a una cinquantina di anni di distanza, e se si considera che, in Russia, dalla seconda metà del novecento a andare indietro ne son successe, di cose, da mettere dentro ai romanzi, ecco, se è vero tutto questo quest’anno credo sia l’anno adatto, per me, per vincere la mia pigrizia e andare a sentire cos’hanno da raccontare Terekhov, Sanaev, Latinina, Petrosian, Sokolov, Prilepin, Palej, Sedakova, Cizova, Sokurov, Ulitskaja e Viktor Erofeev al salone del libro di Torino.

[Questa cosa dovrebbe essere uscita su Torino Sette, credo]