Un dito epesegetico dentro la tazza

sabato 19 maggio 2018

Lo scrittore inglese William Somerset Maugham ha scritto una volta: «Ci sono tre regole, per scrivere un romanzo. Purtroppo, nessuno sa quali siano». Credo che abbia ragione.
Un altro scrittore britannico, Roald Dahl, in un racconto intitolato Lo scrittore automatico, immagina che un informatico con la passione per la letteratura, che si chiama Knipe, proponga al suo capo, che si chiama Bohlen, una macchina per scrivere racconti e romanzi.
«C’è una cosa che proprio non capisco, Knipe. – dice Bohlen – Da dove uscirebbero le trame? Una macchina non può inventarle».
«Gliele forniremo noi, signore – risponde Knipe – Nessun problema. Ce ne sono tre o quattrocento scritte nella cartelletta alla sua sinistra. Le collochiamo dritte nella sezione ‘memoria trame’ della macchina».
«Continui».
«Sono previste anche molte altre piccole raffinatezze, Mr Bohlen. Le vedrà quando studierà il progetto nei particolari. Per esempio, è previsto un espediente che usano quasi tutti gli scrittori, quello di inserire in ogni racconto almeno una parolona lunga e incomprensibile. Questo fa pensare al lettore che l’autore sia molto dotto e intelligente. Perciò la macchina farà automaticamente lo stesso. Avremo un intero stock di parole lunghe memorizzate».
«Dove?»
«Nella sezione ‘memoria parole’» rispose epesegeticamente Knipe», scrive Dahl (la traduzione è di Massimo Bocchiola), anche se quell’epesegeticamente ci fa sospettare che questo racconto non si debba necessariamente a Dahl ma, forse, alla macchina di Bohlen. Che è una macchina, però, che, nella realtà, non credo nessuno abbia ancora inventato. Perché Ci sono tre regole, per scrivere un romanzo, e nessuno sa quali siano, e siamo d’accordo.
Eppure io, da una dozzina di anni, tengo delle scuole di scrittura in cui insegno a scrivere dei romanzi. Son matto? Forse sono anche matto, ma credo che quello che faccio, le scuole di scrittura alle quali partecipo, non siano insensate come potrebbe sembrare.
Quando avevo sedici anni mi piaceva disegnare, al pomeriggio mi mettevo nella mia stanza e stavo lì un’ora a copiar dei fumetti e mi piaceva moltissimo lo stato della mia testa in quei momenti lì che copiavo, mi sembrava una cosa sana, che faceva della mia testa un posto pulito.
E siccome non sapevo niente, della tecnica del disegno, avevo comprato una di quelle dispense che vendevano in edicola, un corso di disegno, avevo preso il primo numero e avevo cominciato a leggerlo e, visto che non la conoscevo, io mi immaginavo che mi avrebbero insegnato la tecnica, che matite usare, come fare il chiaroscuro, dove cadon le ombre a seconda della fonte di luce, però poi leggendo, la prima cosa che c’era scritta in quel corso di disegno era il fatto che, sì, mi avrebbero insegnato la tecnica il chiaroscuro eccetera eccetera ma soprattutto, quel che volevano insegnare a quelli che avrebbero fatto quel corso, sarebbe stata la cosa più difficile da imparare, per imparare a disegnare, dicevano loro, cioè guardare.
Che io mi ricordo mi ero sentito imbrogliato. “Cosa sono andato a comprare?” avevo pensato, perché ero convinto di esser capace, di guardare, eran sedici anni, che guardavo, solo che poi, ero andato avanti a leggere, loro mi proponevano di fare una prova, quelli che avevano scritto quel manuale lì di disegno.
«Prova a pensare a una persona che vedi spesso e che non è con te in questo momento – c’era scritto, – prova a pensare alla sua testa, che forma ha? È ovale o tonda? La linea delle orecchie è sopra o sotto quella delle sopracciglia? Che distanza c’è tra l’attaccatura dei capelli e la radice del naso? E tra la fine del naso e il labbro superiore? Gli occhi come ce li ha, distanziati o ravvicinati?»
Io avevo pensato al mio compagno di banco, che si chiama Bruno Pelosi, e non avrei saputo rispondere a nessuna di queste domande. Avrei saputo solo dire che Bruno era biondo e aveva gli occhi azzurri. Ero così convinto di sapere com’era, il mio compagno di banco, che non lo guardavo: Bruno mi stava di fianco, tutti i giorni, nel suo imballaggio da compagno di banco, come se fosse ricoperto da del pluriball, quelle buste trasparenti con dei pallini pieni d’aria che mettono intorno agli strumenti elettronici quando li imballano, su cui ci fosse scritto: «Bruno Pelosi, compagno di banco».
Il giorno dopo, ero andato a scuola l’avevo guardato e avevo visto Bruno Pelosi.
L’avevo visto fuori dall’imballaggio, come se accorgermi che non avrei saputo descriverlo fosse servito a sfilargli il pluriball, e mi ero accorto che aveva gli occhi molto ravvicinati, forse è la persona con gli occhi più ravvicinati che abbia conosciuto in vita mia, ma forse no, che c’è una bibliotecaria, in provincia di Milano, che ho incontrato qualche anno fa, che secondo me ha gli occhi ancora più ravvicinati.
In un libro che è una specie di involontario manuale di scrittura e che si intitola Nel territorio dei diavolo, Flannery O’Connor scrive: «La narrativa opera tramite i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliano per convincere tramite i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quello che il narratore si limita a riferirgli. Ho un amico che sta prendendo lezioni di recitazione, a New York, da una signora russa che ha fama di essere un’ottima insegnante. Mi scriveva questo mio amico che per tutto il primo mese non hanno pronunciato neanche una battuta, ma solo imparato a guardare. Imparare a guardare, infatti, è la base per l’apprendimento di qualsiasi arte, tranne la musica. Molti dei narratori che conosco dipingono, non perché siano particolarmente dotati, ma perché dipingere li aiuta a scrivere. Li costringe a osservare le cose» (la traduzione è di Ottavio Fatica).
«Personalmente – continua la O’Connor – affronto i problemi letterari proprio come faceva la governante cieca del Dottor Johnson quando versava il tè: metto il dito nella tazza».
Ecco noi, in una serie di pezzetti che saranno ospitati dalla Verità (grazie) proveremo anche noi a affrontare i problemi letterari come faceva la governante cieca del Dottor Johnson: mettendo un dito nella tazza.

[uscito ieri sulla Verità]