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Taccuini

venerdì 17 giugno 2016

dovlatov, taccuini

Dopo averlo letto, ho messo Taccuini, di Sergej Dovlatov, nella mia libreria, e mi sono accorto che di libri di Dovlatov in italiano ne ho ammucchiati, in questi anni, undici. Sono tutti pubblicati da Sellerio e tutti tradotti e curati da Laura Salmon, che credo vada ringraziata per essersi dedicata per così tanto tempo e con tanta cura all’introduzione e alla diffusione, in Italia, di un autore così popolare in Russia e così apparentemente semplice e così piacevolmente complicato; anche se questa volta, devo dire, con Taccuini, se si considera che il testo è di 185 pagine, e la nota del traduttore e la postfazione della Salmon ne prendono, di pagine, 124 (con un carattere più piccolo, e quindi il paratesto, in questo caso, coincide praticamente col testo), ho avuto l’impressione che abbia un po’ esagerato, con la cura, la Salmon, in questo caso, ma è questione di gusti, probabilmente, e io sono uno che, probabilmente, ho il difetto opposto, cioè che si cura pochissimo dei paratesti, o, meglio, se ne cura, ma li preferisce ridotti all’essenziale (quando scrivo dei libri, per esempio, la mia nota bio-bibliografica è quasi sempre così: «Paolo Nori, nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno e scrive dei libri»). Ma non stiamo parlando di me, né di Casalecchio di Reno, stiamo parlando di Sergej Dovlatov e dei suoi libri e di questo Taccuini, in particolare, che è una raccolta degli appunti di Dovlatov a Leningrado tra il 1967 e il 1978 e a New York tra il 1979 e il 1990. Sono dei microracconti, numerati dall’1 al 496, per esempio (nella parte di Leningrado) il numero 25: «Charms diceva: “Il mio numero di telefono è semplice: 32.08. È facile da ricordare: trentadue denti e otto dita». Oppure il numero 48: «Per caso una volta incontro il poeta Aleksandr Škljarinskij con un giaccone d’importazione foderato di pelliccia. “Splendido giaccone” gli dico. “Sì, – dice Škljarinskij – me l’ha regalato Viktor Sosnora e io, in cambio, gli ho dato sessanta rubli». O, ancora, il numero 52: «All’instituito di Drammaturgia di Leningrado era accaduto che, al cospetto degli studenti, fosse intervenuto lo chansonnier francese Gilbert Bécaud. Terminato finalmente l’incontro, l’organizzatore si era rivolto agli studenti. “Fate le vostre domande”. Tutti tacevano. “Fate domande all’artista!”. Silenzio. Allora il poeta Eremin, che si trovava in sala, aveva gridato a tutta voce: “Quelle heure est il?” (Che ore sono?). Gilbert Bécaud aveva guardato l’orologio e aveva risposto gentilmente “Le cinque e mezza”. Non si era offeso».

O il numero 69: «Mia moglie chiede ad Ar’ev: “Andrej, non capisco, ma tu fumi?”. “Vedi – dice Ar’ev, – io mi metto a fumare solo quando bevo. E siccome bevo in continuazione, molti pensano erroneamente che io fumi”». O, al numero 87: «Telefono a Najman: “Tolja, venga con me a trovare Lev Druskin”. “Non ne ho voglia – dice – è un tipo così sovietico”. “Come, sovietico lui? Si sbaglia!”. “Vabbe’, antisovietico, che differenza fa?”». O, nella parte di New York, al numero 240: «USA: tutto quello che non è vietato è permesso. URSS: tutto quello che non è permesso è vietato». O al 255 «Ho l’età in cui, ogni volta che compro delle scarpe, mi vien da pensare “Sarà mica con queste che finirò nella bara?”». O al 314: «Non m’interessa cosa scrivono di me. Ci resto male se non scrivono». O al 406: «Iosif Brodskij amava ripetere: “La vita è breve e mesta. Ha notato in generale come va a finire?». O al 412: «Brodskij: “Per lungo tempo ho creduto che in inglese non si potessero dire idiozie…”» (Brodskij e Dovlatov erano amici e Brodksij, un anno dopo la morte di Dovlatov ha scritto un pezzo, intitolato Su Sergej Dovlatov, dove diceva che, quando vivevano tutte e due a Leningrado, i tre quarti dei numeri telefonici delle loro rubriche coincidevano). O al 435: «L’enigmatico attivista religioso Lemkus era anche uno scrittore. Una volta ha scritto: “Il roseo tramonto mattutino ricordava il seno di una giovane fanciulla”. Io gli dico: “Grigorij, ragiona! Il tramonto non è mica al mattino!”. “Perché, ha importanza?” ha risposto Lemkus». E, infine, al numero 437: «Sempre lo stesso Lemkus ha scritto in un trafiletto: “come ha ottimamente detto Gesù Cristo, ama il prossimo tuo”. Ha lodato un autore di talento». E mi fermo qui, ma si potrebbe andare avanti, o ricominciare, per esempio col numero 3: «Il figlio dei nostri vicini: “Tra tutte le verdure preferisco i ravioli». O col numero 17: «“Come vuole che le tagli i capelli?”. “In silenzio”».

[Uscito ieri su Libero]