Sirin Classica

martedì 11 maggio 2010

chadzhi-murat

[Mi è arrivata la nuova edizione di Chadži-Murat che è la prima uscita della collana Sirin Classica di Voland che tra qualche giorno sarà in libreria e sarà presentata domenica al salone del libro. Alla fine c’è una specie di postfazione che metto qua sotto]

Sembra che Tolstoj abbia cominciato a scrivere Chadži-Murat nel 1896, e l’abbia finito nel 1902. Una volta finito, pur continuando a correggerlo, e a risciverlo in dieci successive varianti, e a chiedere ogni volta alla moglie di trascriverle in bella, e a leggerlo, ad alta voce, a Jasnaja Poljana, ai suoi conoscenti e ai suoi familiari, sembra che Tolstoj avesse deciso fin da subito di non pubblicarlo, in vita, di lasciarlo tra i suoi testi postumi.
Con questa decisione c’entra probabilmente anche il fatto che, nel romanzo, nel capitolo XV, c’è, come personaggio, lo zar Nicola, e ogni dieci minuti Tolstoj gli fa pensare «Ah, cosa sarebbe la Russia senza di me», e una volta anche «Ah, cosa sarebbe l’Europa senza di me».
È probabile che Tolstoj abbia pensato che un libro del genere difficilmente avrebbe passato la censura, e c’è da dire che quando, dopo la morte di Tolstoj, che morì nel 1910, il romanzo fu pubblicato, nel 1912, l’edizione russa fu mutilata da censure che si concentrarono sul capitolo XV e sul successivo capitolo XVII, nel quale Tolstoj descrive un insensato saccheggio di un villaggio ceceno che l’esercito russo esegue in seguito a un ordine insensato di Nicola, e il capitolo si conclude così: «Di odio per i russi nessuno parlava. Il sentimento che provavano tutti i ceceni, dal più piccolo al più grande, era più forte dell’odio. Non era odio, era il non riconoscere a questi cani russi lo status di uomini, e un disgusto tale, una ripugnanza e un imbarazzo tali di fronte alla crudeltà insensata di questi esseri, che il desiderio di sterminarli, così come il desiderio di sterminare i topi, i ragni velonosi o i lupi, era tanto naturale quanto l’istinto di conservazione».

Chadži-Murat, a me, ricorda Guerra e pace. Non so bene perché. Mi viene in mente che tutti e due hanno cambiato titolo, Guerra e pace in origine si chiamava Tutto è bene quel che finisce bene, Chadži-Murat si intitolava La lappola, e se questi due titoli oggi ci sembran ridicoli, mi chiedo se ci sembrerebbero tali se fossero stati scelti da Tolstoj come definitivi.
E mi viene in mente che la maggior parte dei personaggi, di Chadži-Murat, lo stesso Chadži-Murat, Nicola, Šamil’, i due Voroncov, Kozlovskij, Meller-Zakomel’skij, Černišëv, Bibikov, Džemal-Edin, Aminet e altri, il dottor Andreevskij, la contessa Choiseul eccetera, sono personaggi realmente esistiti, e quando penso a Guerra e pace, che nella mia immaginazione è il romanzo più romanzo che riesco a immaginare, mi vien sempre in mente che la critica principale che mossero al romanzo di Tolstoj quando uscì, fu che non era un romanzo, perché Tolstoj aveva mischiato fatti e personaggi reali a fatti e personaggi immaginari, e ne era uscita un’opera dove era «difficile stabilire e persino immaginare dove finisca la storia e dove inizi il romanzo».
Ecco. La prima volta che ho letto il capitolo XIV di Chadži-Murat, composto dalla lettera che Voroncov padre scrive al ministro della guerra Černyšëv, non immaginavo che quella lettera Tolstoj non l’avesse scritta, l’avesse semplicemente tradotta dall’originale francese.
E questo, il modo mirabile in cui quello che i formalisti chiameranno «il materiale» si incastra nel racconto di Tolstoj, oggi, quando ormai tutti consideriamo Guerra e pace un romanzo, anzichè essere sentito come un difetto si manifesta come un pregio.
Per il resto, è molto difficile, per me, trovare le parole per parlare bene di un capolavoro, per quanto di dimensioni ridotte rispetto al prototipo più noto.
Allora ho pensato di usar le parole che Heinrich Böll ha usato per il prototipo, che sono queste: «A me, in ogni caso, la lettura di Guerra e pace spiega il muro di Berlino meglio dei vuoti slogan conclamati dalle due opposte parti».
Ecco, io ho l’impressione che Chadži-Murat ci parli di quella cosa che ci sta succedendo, e che non succede solo nel Caucaso, ma dovunque, quella cosa della quale sentiamo parlare talmente tanto che anche il nome, conflitti razziali, o come si chiama, non ci dice più niente, è frusto, consunto, io, dicevo, ho l’impressione che Chadži-Murat ci spieghi questa cosa (cioè ce la mostri, ce la faccia vedere) molto meglio di quanto ce la spieghino quotidianamente le opposte fazioni e i rispettivi esegeti, agiografi, critici, interpreti.
Ma ho anche l’impressione che questa mia impressione non esaurisca per niente il senso del romanzo, se è vero che Viktor Šklovkij scrive che «Chadži-Murat è il racconto sui contadini che Tolstoj per tutta la vita desiderò scivere». Che è una cosa che io, a leggerlo oggi, questo romanzo, non avrei mai detto, ma che a pensarci dev’essere vera almeno come è vero il fatto dei confilitti razziali, e almeno com’è vero il fatto del muro di Berlino.
E vero mi sembra il fatto che sia Guerra e pace che Chadži-Murat noi continuiamo a leggerli anche dopo che il muro di Berlino non c’è più, e anche dopo che la questione dei contadini è passata in secondo piano, e credo che continueremo a leggerli anche quando saran superati i conflitti razziali, se mai succederà.
E immagino che ci sembreranno, allora, la spiegazione di un’altra questione che ci starà a cuore e che apparterrà alla nostra contemporaneità di quel periodo futuro del quale, parlandone, mi sono un po’ ingarbugliato.