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Prefazione

mercoledì 21 giugno 2017

In ogni libro la prefazione è la prima e al tempo stesso l’ultima cosa; serve o per spiegare lo scopo dell’opera, o per giustificarsi e rispondere alle critiche. Ma di solito ai lettori non interessano né gli scopi morali, né gli attacchi giornalistici, e perciò essi non leggono le prefazioni. Ed è un peccato, che sia così, specialmente da noi. Il nostro pubblico è ancora così giovane e ingenuo che non capisce le fiabe se alla fine non vi trova la predica. Non riconosce lo scherzo, non sente l’ironia; è, semplicemente, male educato. Ancora non sa, che in una società onesta e in un libro onesto l’ingiuria manifesta non può trovar posto, che l’erudizione contemporanea ha scoperto un’arma più affilata, quasi invisibile e nondimeno mortale, la quale, sotto le spoglie dell’adulazione, porta un colpo sicuro e non parabile.
Il nostro pubblico è simile a un provinciale che ascoltando la conversazione tra due diplomatici che appartengono a due corti nemiche si convincesse che entrambi ingannano il proprio governo in favore di una reciproca, tenerissima amicizia.
Questo libro ha sperimentato su di sé ancora recentemente la disgraziata fiducia di alcuni lettori, e perfino riviste, nel significato letterale delle parole. Altri si sono terribilmente offesi, e non per scherzo, di esser serviti da modello per un uomo così immorale come l’Eroe dei nostri tempi; altri hanno notato, con molta perspicacia, che l’autore aveva dipinto il proprio ritratto e i ritratti dei propri conoscenti…
Vecchio e miserabile trucco. Ma, evidentemente, la Rus’ è fatta in modo che tutto in essa si rinnova, tranne le assurdità di questo genere. La più fantastica tra le fiabe fantastiche difficilmente da noi sfugge all’accusa di attentare alla dignità della persona.
Un eroe dei nostri tempi, signori miei cari, è proprio un ritratto, ma non di una persona: è un ritratto dei vizi di tutta la nostra generazione nel pieno del loro sviluppo. Mi direte ancora che un uomo non può essere così malvagio, e io vi dirò: se avete creduto alla possibilità dell’esistenza di tutti gli scellerati tragici e romantici, perché non credete alla realtà di Pečorin? Se avete ammirato invenzioni molto più orribili e mostruose, perché questo carattere, nemmeno come invenzione, incontra la vostra misericordia? Non sarà forse perché c’è in lui più verità di quanto vi sareste augurati? Dite che la morale da tutto ciò non ne guadagna?
Scusate. Agli uomini han dato fin troppi dolciumi; il loro stomaco si è guastato: servono medicine amare, verità irritanti. Non pensiate, tuttavia, dopo quel che precede, che l’autore di questo libro abbia mai cullato il fiero sogno di farsi correttore dei vizi dell’umanità. Dio lo salvi da questa ingenuità! Si è semplicemente divertito a dipingere l’uomo contemporaneo così come lo comprende e, per sua e per vostra sfortuna, troppo spesso l’ha incontrato. Sarà allora così, che la malattia è stata individuata, ma come curarla lo sa soltanto Dio.

Michail Lermontov

[Esce il 29 giugno]