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Pesaro e Dostoevskij

giovedì 7 dicembre 2017

Uno organizzava feste per aspiranti suicidi nella Russia dell’800.
Lui era nato contadino, ma da quando era diventato locandiere, considerava i contadini poco più che delle bestie, gente rozza e ignorante, buona solo per lavorare la terra. Però, se la sera arrivava un cliente coi rubli in vena di bagordi, allora il locandiere non si faceva scrupoli, lui andava per il villaggio a svegliare le contadine, e sotto il ricatto dei debiti pregressi, le obbligava a ballare tutta la notte per il divertimento del cliente.
Già la vita delle contadine marchigiane del ‘900 era durissima, pensa quella delle contadine russe dell’800. La fame tutto l’anno. Il freddo, la tosse e il mal di gola che cominciavano a settembre e andavano via a giugno. Sveglia tutte le mattine alle 5 per accudire gli animali. Quindi lavare i panni al lavatoio, rammendare, cucinare, mai un minuto libero, tutto questo prima di andare a spezzarsi la schiena sui campi fino all’ultimo raggio di sole. Poi finalmente il riposo.
Ma ecco che una sera arriva un tenente che vuole far baldoria. E siccome il tenente è pieno di rubli, il locandiere subito gli organizza una festa. Corre a svegliare le contadine e le obbliga a ballare nella locanda. E siccome sono in Russia, le contadine devono ballare le danze russe, ta ta-tatata, che sono forse le danze più faticose del mondo. Tutta questa fatica per cosa? Soltanto per far arricchire il locandiere, che ha già tanti soldi ma non gli bastan mai. Ne vorrebbe sempre di più, adesso vorrebbe anche tutti i soldi del suo cliente, uno che ha deciso di uccidersi, ma che prima di uccidersi, vuol sperperare i suoi 3000 rubli rubati, poi spararsi, in modo da punire nel profondo la sensibilità di una bella usuraia, quella stessa usuraia che già un mese prima il tenente aveva tentato invano di conquistare, sempre con una festa a base di contadine e champagne.
Ormai che l’usuraia ha deciso di andare in Polonia per sposare un ufficiale polacco, al nostro eroe non resta altro che spararsi. Alle 5 si sparerà di sicuro. Prima però decide di abbruttirsi col gioco d’azzardo. Così sfida alle carte il polacco, e comincia a puntare forte, e a perdere forte, sempre più forte, che glielo vuol proprio far vedere al rivale polacco come sa perdere un russo i suoi rubli rubati. E mentre, una mano dopo l’altra, si consuma l’autodistruzione dell’eroe, ecco riapparire il locandiere, il quale, accortosi del mazzo di carte truccate, e preoccupato per la possibilità di veder svanire il suo guadagno, sbugiarda il baro polacco di fronte al mondo intero e lo rinchiude in castigo nello stanzino. In quel preciso momento, la bella usuraia deve aver pensato: i polacchi, che brutte persone. E in un attimo comprende che il suo ufficiale polacco atteso per cinque lunghi anni, era nient’altro che una mastellata di risciacquature, e che il Karamazov sarà sì forse uno sfaccendato spendaccione ladro e assassino, ma è comunque pur sempre un bravo ragazzo. Lei lo abbraccia, lo bacia, gli promette amore eterno. La giustizia alla fine trionfa. Si stappi altro champagne, ballino le contadine, e avanti così tutta la notte. Fortuna che a un certo punto arriva la polizia a interrompere la festa, giusto in tempo per dare alle contadine un’ora di sonno, prima di dover tornare sui campi a lavorare.

[Compito di Roberto Livi per la Scuola media inferiore di Dostoevskij (descrivete un personaggio di Dostoevskij come se fosse uno dei matti di un Repertorio dei matti della città di Skotoprigonevskij)]