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Pàpa

mercoledì 22 novembre 2017

Io, devo confessare, quando ero piccolo, fino a quando non avevo compiuto ventisette anni, io non ci avevo mai pensato, di fare una bambina.
Il primo momento che mi era venuto in mente di fare una bambina, era stato per via di una parola, la parola papa, che non c’entrava niente con la religione cattolica.
Che c’era stato un momento, tanti anni prima, che ero uno che studiava.
Cioè ero stato studente, come tutti.
Avevo fatto l’università, come tutti.
Avevo studiato lingua e letteratura russa, come tutti.
Cioè come tutti, come tutti quelli che hanno studiato lingua e letteratura russa.
E come tutti quelli che hanno studiato lingua e letteratura russa, ero andato in Russia a abitare, per un po’.
E ero andato a abitare in un appartamento di periferia, in uno di quei condomini di diciassette piani che c’erano allora alla periferia di Mosca e che immagino ci siano ancora.
E, all’epoca fumavo, e nell’appartamento dove abitavo, abitavo in casa di una famiglia di russi, e i russi con i quali abitavo non volevano che si fumasse in casa, e allora a fumare io andavo sul pianerottolo.
Che era il pianerottolo di un condominio della periferia di Mosca, al tredicesimo di diciassette piani e all’epoca, a Mosca, nei condomini di periferia, i pianerottoli non erano posti molto belli, c’era anche una cosa che si chiamava musoroprovòd.
Condotto di scarico dell’immondizia, significa, che era un condotto che si faceva tutti e diciassette i piani e mandava un odore suo particolare che era un odore che non c’era un gran buon odore, nel pianerottolo dov’ero io, a metà degli anni novanta, in un condominio della periferia di Mosca, dove fumavo delle sigarette bulgare che non erano delle gran sigarette, devo dire, e una sera, ero lì, sul pianerottolo, con intorno l’odore del condotto di scarico dell’immondizia, un’immondizia sovietica, con un odore tutto suo particolare, e avevo nella testa delle domande del tipo “Ma perché sto fumando delle sigarette bulgare? Ma non facevo prima a portarmele dall’Italia?”, e si era aperta la porta dell’ascensore e era uscito dall’ascensore un signore con il suo cappotto grigiofumo, il suo cappello di pelo grigiofumo, la sua borsa di fintapelle grigiofumo, i suoi resti di neve grigiofumo sulle spalle, era aprile, nevicava, erano le sei di sera, e questo burocrate sovietico di mezz’età tornava dall’ufficio, probabilmente, e aveva un fascino pari a niente, uno dei pochissimi russi con un carisma nullo che avevo incontrato fino a quel giorno, era tipo il mio dodicesimo giorno in Russia, e lui era uscito dall’ascensore, era arrivato alla porta del suo appartamento, l’aveva aperta con la sua chiave e, da dentro, era venuta la voce di un bambino che diceva «Pàpa!».
Che significa Babbo.
E aveva un modo così bello, così amorevole, era così contento, che fosse tornato suo babbo, che io mi ricordo che lì, il momento forse meno interessante, più basso del mio primo viaggio in Russia, era stato trasformato, da una parola, nel momento in cui, per la prima volta nella mia vita, avevo pensato che forse poteva valere la pena di fare un bambino.
O una bambina.
Stàsùdadòss.
Allora non lo sapevo.
Una bambina.
Sarebbe poi stata.
Stàsùdadòss.

[Paolo Onori, Fare pochissimo, Milano, Marcos y Marcos 2017, pp. 69-70]