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Non è un programma

domenica 11 novembre 2012

Il programma di Matteo Renzi per le primarie del 2012 comincia così: «Questo non è un programma».
«Qui non troverete né proclami né promesse», si legge poi dopo.
«La formula magica per risolvere i problemi dell’Italia, non esiste»; «Ecco perché non ha senso proporre l’ennesima ricetta calata dall’alto»; «Troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche ministero a cambiare le cose»; «Il punto, oggi, non è proporre l’ennesimo grande disegno di riforma»; il dovere della politica «non è quello di accrescere il caos nascondendosi dietro a tecnicismi o confondendo le acque per tenere le mani libere»; i partiti «Non siano enti pubblici», «la politica non sia la via breve per avere privilegi», e così via.
Adesso, io non sono un fine politologo, e nemmeno un politologo grossolano, ma mi sembra che la preoccupazione principale che ha mosso gli estensori di questo programma-non-programma, sia di non essere confusi con qualcun altro, che è la stessa preoccupazione, mi sembra, che ha determinato il fatto che il partito-non-partito di Beppe Grillo abbia uno statuto che si chiama Non statuto.
Una preoccupazione forte di chi fa politica oggi, mi sembra sia far capire ai potenziali elettori che loro, sì, fanno politica, però non sono come quelli che fanno politica.
Così i seguaci di Renzi in questo non programma, così i radicali che ultimamente hanno coniato lo slogan (o hashtag) «(#)tranneiradicali», così i partecipanti ad Alba, che fin dal nome si definisce «Soggetto politico nuovo», così i relatori alle riunioni di Prossima Italia, il movimento politico che fa capo a Pippo Civati, (che sono state, tra quelle che ho visto io, le riunioni più interessanti, lì ho trovato il nome di un personaggio di un romanzo che stavo scrivendo e che si chiama, da allora, «Il sempre più temibile problema del rischio idraulico e del dissesto idrogeologico»), così i grillini al consiglio comunale di Parma (non avevo mai usato la parola grillini, ma dopo aver letto la nota dell’ufficio stampa della lista 5 stelle di Milano in cui si dice che «Alla luce dell’enorme cambiamento proposto dal Movimento 5 stelle è indispensabile che tutti voi giornalisti, redattori, caporedattori e direttori poniate la massima attenzione ad evitare parole che non appartengono alla realtà del movimento»», ecco, alla luce di questo comunicato mi sembra indispensabile usarla, la parola grillini, che è una delle parole che i grillini di Milano dicono che non si possono usare, almeno una volta , e lo faccio adesso così non ci penso poi più), così i grillini del consiglio comunale di Parma, e mi viene in mente che quando Pizzarotti, il sindaco di Parma, ha scritto un libro intervista, il giornalista che l’ha scritto con lui ha dichiarato «È importante sottolinearlo, adesso c’è la moda dei politici che scrivono libri, non è certo il caso del sindaco di Parma».
Come se ci fosse una gara a candidarsi come il nuovo più nuovo, il diverso più diverso, il giovane più giovane, l’estraneo più estraneo più estraneo, il comune cittadino più comune cittadino, e a guardar questa gara a me vengono in mente due cose, Sandro Penna («Beato chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune») e Joe, un giovane di Pittsburgh, che un giorno si è presentato da Kurt Vonnegut e gli ha chiesto: «Per favore, mi dica che prima o poi finirà tutto bene», e Kurt Vonnegut gli ha risposto che lui di regole ne conosceva una sola: «Cazzo, Joe, – gli ha risposto, – bisogna essere buoni».

[uscito venerdì sul Foglio]