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La fabbrica dei gelati

sabato 28 dicembre 2013

Il giorno di Natale, a Bologna, sull’autobus numero 21 che mi riportava a casa dalla stazione, pensavo che se uno lavora nell’ufficio stampa di una casa editrice, mi sembra, le cose che scrive son tutte cose che calcan sul fatto che i libri che fa quella casa editrice son dei libri bellissimi. Adesso io di preciso poi non lo so, non ho mai lavorato nell’ufficio stampa di una casa editrice, ma ho l’impressione che quelli lì che lavoran nell’ufficio stampa di una casa editrice, a essere, non so come dire, costretti, di tutti i libri, sia di quelli che gli son piaciuti che di quelli che non gli son piaciuti, a parlarne con un tono come per dire che son dei libri bellissimi, ecco, secondo me quelli lì che lavorano nell’ufficio stampa di quella casa editrice dopo quando tornano a casa loro loro quei libri lì, e anche i libri magari un po’ in generale, il rischio è che non li vogliano vedere neanche pitturati. Cioè che maturino una specie di disgusto simile al disgusto maturato dal nostro conoscente che, un’estate, ha lavorato in una fabbrica di gelati e, da quel momento lì, ha smesso di mangiare i gelati confezionati (mi sbaglierò, ma ho l’impressione che abbiamo tutti un conoscente che ci hanno detto che ha fatto così). Son quelle scritture, non so come dire, unidirezionali, univoche, che picchiano sempre in una direzione e che sono mosse da uno scopo, vender dei libri, per esempio, e determinano la rinuncia al potere misterioso della parola che più che un piazzista, la parola, mi sembra che a saperla usare faccia il mestiere dell’archeologo, che trovi cioè delle cose che eran lì da degli anni e che nessuno se ne era accorto. Invece uno che lavora nell’ufficio stampa dal Comune di Parma, pensavo su quell’autobus il giorno di Natale, quello che per esempio ha scritto il comunicato stampa che è uscito la vigilia di Natale dove si faceva presente che, per Natale, «se si recuperano le carte colorate di imballaggio, queste possono servire per i regali dell’epifania», e che le ceste di vimini contenenti regali «possono essere anch’esse recuperate», e «diventano un ottimo giaciglio per il gatto», e che gli eventuali «avanzi di cibo, – c’era scritto, –possono essere reimpiegati per cucinare nuovi alimenti», ecco, quello lì, mi son chiesto sull’autobus numero 21, quando torna a casa, ha l’impressione che tutti i suoi vicini di casa son della gente intelligentissima? pensavo, e proprio in quel momento lì l’autobus passava di fianco a un semaforo vicino al quale c’era una ragazza altissima, era alta quasi come il semaforo, e guardava il mondo circostante con quello stupore delle ragazze alte che ce l’hanno solo le ragazze alte, mi sembra.

 

[uscito ieri su Libero]