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Esplorazioni sulla via Emilia

sabato 11 giugno 2016

Questa settimana son stato a Reggio Emilia a partecipare alla presentazione di un’antologia, Almanacco 2016. Esplorazioni sulla via Emilia, che è composta da venti racconti e a presentarla c’erano tutti e venti gli autori tranne uno, Learco Pignagnoli. Learco Pignagnoli ha scritto un solo libro, Le opere complete di Learco Pignagnoli, e in questa antologia ha pubblicato una cosa dal titolo Opere complete inedite, che è un titolo che a me ricorda il titolo di una raccolta di racconti dello scrittore Augusto Monterroso intitolata Opere complete e altri racconti (un racconto della raccolta si intitolava Opere complete). Per tornare alla presentazione dell’altra sera a Reggio Emilia, siccome Pignagnoli non c’era, le sue opere le ha lette il curatore di Almanacco 2016, Ermanno Cavazzoni, e tra le opere che ha letto c’erano l’opera numero numero 257, che fa così: «Opera n. 257 Il Dizionario dei detti dilettali di Reggio Emilia riporta, alla voce Avarizia, il caso di una famiglia così taccagna che quando erano a tavola, pur di non consumare il tovagliolo, si pulivano la bocca con il gatto»; l’opera numero 262: «Opera n. 262
L’undici settembre del 2001 è stato un giorno che non mi scorderò mai: ho preso una multa di 650.000 lire» e l’opera numero 269: «Opera n. 269 E spegni quel cazzo di telefonino». Alla fine della presentazione qualcuno degli scrittori ha chiesto agli altri di firmagli la sua copia del libro; l’hanno firmata tutti (tranne Learco Pignagnoli) e a me è venuto da pensare che adesso, tra cento anni, per esempio, la sua copia del libro varrà molto di più delle nostre. E mi son rimproverato di essere così poco attento al valore materiale delle cose. Chissà quante volte mi è successo, nella mia vita, ho pensato, di aver tra le mani, senza nemmeno badarci, qualcosa che tra cento anni varrà una cifra discreta e invece adesso mi sembra che non valga niente. E mi è venuta in mente una cosa che, quella sera, a Reggio Emilia, aveva letto Paolo Albani, che aveva letto dei passi degli scritti dello scrittore francese Ponson Du Terrail, l’autore di Rocambole, che, siccome scriveva moltissimo, delle volte scriveva delle cose del tipo «Con una mano prese per il collo il suo nemico, con l’altra afferrò la spada, mentre con l’altra si teneva fermo il cappello». Ecco, ho pensato, di tutta l’opera di Ponson Du Terrail, questa, cento anni dopo, è forse la frase più importante, più ricordata, più preziosa, e mi è venuto in mente quando, vent’anni fa, una mia amica mi aveva regalato una copia di un libro di Stefano Benni che aveva la copertina cucita al contrario, e quando lo leggevo in treno la gente, di fronte a me, mi guardava come se la prendessi in giro e, tra tutti i libri che ho, tra cent’anni forse quello è uno dei libri che varranno di più, grazie all’errore di incollatura al contrario, se così si può dire. E lo stesso discorso mi sembra valga per questa rubrica, che adesso che uno che la legge potrebbe dirmi «Ma non hai detto niente, hai scritto un articolo che non dice niente e non vale niente, com’è che scrivi delle cose che non dicono niente e non valgono niente?» e io potrei rispondere «Eh, io avrei voluto scrivere una cosa che diceva qualcosa, solo che, mi sono sbagliato, è venuta fuori una cosa che non dice niente che adesso, a guardarla, ti sembra che non vale niente, ma tra cent’anni chissà, quanto vale».

[uscito ieri su Libero]