Crea sito

Stasera

domenica 25 ottobre 2015

Stasera, a Ravenna, leggo un discorso su Raffaello Baldini e prima di leggere voglio dire che una volta, un signore che mi ha ascoltato leggere le poesie di Baldini dopo mi ha scritto mi ha detto che non si dice Porca màsola, come dicevo io, si dice Porca masòla. Allora dirò che io, probabilmente, certe cose le sbaglio, di portare pazienza, stasera, a Ravenna, se mi ricordo.

25 ottobre – Ravenna

domenica 25 ottobre 2015

Domenica 25 ottobre,
a Ravenna,
al teatro Rasi,
alle ore 21,
Coso,
discorso su Raffaello Baldini.

Baldini

martedì 20 ottobre 2015

Raffaello Baldini, La nàiva furistír ciacri

Prima parte della lettura integrale di La nàiva Furistir Ciacri, di Raffaello Baldini: clic

19 ottobre – Bologna

lunedì 19 ottobre 2015

Lunedì 19 ottobre,
a Bologna,
alla libreria Modo infoshop,
in via Mascarella 24/b,
alle 19,
prima parte (di sei?)
della lettura integrale di
Naiva, Furistir, Ciacri,
di Raffaello Baldini

21 maggio – Ravenna

giovedì 21 maggio 2015

Giovedì 21 maggio,
a Ravenna,
alle ore 18,
nella sala
D’Attorre
di Casa Melandri:
Coso,
discorso su Raffaello Baldini

Di niente

giovedì 21 maggio 2015

Buongiorno. Si sente?
Grazie.
Sono molto contento che mi abbiate chiamato a parlar di Raffaello Baldini, mi dispiace soltanto che io, di Raffaello Baldini, non ne so niente, o quasi niente, comunque, proviamo.
Io, la prima volta che ho visto Baldini l’ho visto a Mantova, dev’essere stato il 2000, eravamo al festival letteratura, e l’ho sentito leggere le sue poesie prima in dialetto e poi in italiano, nelle sue traduzioni che lui chiamava traduzioni di servizio e che a me sembrano delle traduzioni esemplari.
E la prima poesia che gli ho sentito leggere è una poesia che si intitola luglio e che fa così:

Luglio

Il nove luglio, una domenica, dovevano essere le cinque del pomeriggio, a Ciola, proprio in cima, alla casa di Baròus, ma di dietro, nell’ombra, tra la siepe, che di là cala giù dritto nel fondo di Lasagna, e il muro, che era tutta una verdura, con un venticello che faceva ogni tanto un po’ di tramestio fra le canne, a un tavolino giocavano a tressette e tenevano i sassi sulle carte perché non volassero via. E quando a quello di mano gli è venuta la cricca di coppe e tre tre senza denari, s’è gonfiato un po’, ma zitto, non s’è fatto capire, s’è accomodato sulla sedia, poi è uscito con l’asso, e non diceva ancora niente, ma dalla contentezza ha dato una botta sul legno che nei bicchieri il vino ha tremato tutto, e la cicala sul ciliegio ha taciuto di botto dalla paura. L’aria allora è diventata così leggera che sul crocicchio s’è sentito pigolare il campanello arruginito di una bicicletta, e laggiù, ma lontano, volare un aeroplano sopra il mare.

Ecco. Qualche anno dopo, per un’edizione di un festival che si chiama Torino spiritualità, Caterina Fossati mi ha chiesto di scrivere un decalogo, i dieci comandamenti, e io ho scritto una cosa che è questa qua:

1. Quando ti svegli al mattino potrebbe essere utile ricordarti che hai delle mani.
2. Hai presente quando viene a casa tua un ospite, che non è mai stato nella tua città, magari straniero, hai presente tutta l’attenzione, tutta la cura che metti nel farlo star bene, nell’aiutarlo, nello spiegargli le cose, come funzionano, nell’accompagnarlo? Quest’attenzione e questa cura potrebbe essere utile usarla con tutte le persone che conosci.
3. Potrebbe essere utile pensare ai tuoi morti, tutti i giorni.
4. Ognuno fa come vuole, ma è possibile che si stia molto meglio senza guardare la televisione e senza leggere i giornali e senza ascoltare la radio. Prima di farlo, ci si potrebbe preoccupare di come riempire il tempo; dopo averlo fatto, ci si dovrebbe accorgere che il tempo ha questa caratteristica, che si riempie da solo.
5. Può darsi sia utile ricordare una cosa che ha scritto Søren Kierkegaard, abbastanza famosa, anche se un po’ lunga: «Sposati e te ne pentirai, non sposarti e te ne pentirai lo stesso; sposarsi o non sposarsi, te ne pentirai comunque; sia che ti sposi o che non ti sposi rimpiangerai tutto. Ridi delle assurdità del mondo, e te ne pentirai; piangi sulle assurdità del mondo, e te ne pentirai; ridi o piangi, te ne pentirai lo stesso; sia che tu rida di esse o che tu pianga per esse lo rimpiangerai comunque. Dai fiducia ad una ragazza e te ne pentirai; non dare fiducia a una ragazza e te ne pentirai ugualmente; le dai fiducia o non le dai fiducia te ne pentirai in entrambi i casi; sia che le dai fiducia o che non le dai fiducia lo rimpiangerai. Impiccati e te ne pentirai; non ti impiccare e te ne pentirai, ti impicchi o non ti impicchi, lo rimpiangerai; sia che ti impicchi o che non lo fai, lo rimpiangerai comunque».
6. Quando ti sembra di fare qualcosa di inutile, che non serve a niente, prima di smettere può forse essere utile pensare a questa cosa che ha scritto Raffaello Baldini: «se dovessimo buttare via tutto quello che, tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volerlo, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? Alla televisione stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, il salto in alto, a cosa serve? O quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verucchio che è tutta una luce, e sopra le stelle, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve?». O, in alternativa, a questa cosa di Edmond Rostand: «Cosa dite? È inutile? Lo so. Ma non ci si batte nella speranza del successo. So bene che alla fine mi metterete sotto; non importa. Io mi batto, io mi batto, io mi batto».
7. C’è una poesia di Velimir Chlebnikov, molto breve, che può essere utile imparare a memoria, fa così: «Poco, mi serve, / una crosta di pane, / un ditale di latte, / e questo cielo, / e queste nuvole».
8. C’è anche un’opera di Learco Pignanoli, che può essere utile imparare a memoria, è l’opera numero 138, e fa così: «Opera n. 138. I figli dei notai che diventano notai, degli attori che diventano attori, dei musicisti che diventano musicisti, dei giornalisti che diventano giornalisti, degli industriali che diventano industriali, dei dottori che diventano dottori, degli architetti che diventano architetti, degli avvocati che diventano avvocati, degli ingegneri che diventano ingegneri. Ma andatevela a prendere nel culo».
9. Ce n’è anche un’altra, la numero 122, che, ripetuta in certi momenti, può darsi produca degli effetti inaspettati. È questa: «Opera n. 122. È già un po’ di anni che non vedo più un uomo assorto nei suoi pensieri».
10. Ma forse no.

Sono molte, le poesie di Baldini che parlano di cose inutili, cioè, in sostanza, di niente.

[Inizio di Coso, discorso su Raffaello Baldini]

21 marzo – Rimini

sabato 21 marzo 2015

Sabato 21 marzo,
a Rimini,
alle ore 21,
alla sala del giudizio del museo della città,
con Carlo Boccadoro
al pianoforte facciamo la
lettura integrale della Fondazione,
di Raffaello Baldini

Per caso

mercoledì 25 febbraio 2015

Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra Raffaello Baldini

e insomma, io sono bianco, sono un bianco, che non ci penso mai, non ci si pensa, sono nato alla Brucòuna, per caso, che se nascevo nel Kenia, il mondo è tutto per caso, e andiamo avanti, così, uno è bianco, l’altro è nero, che in un certo senso, io sono anche troppo bianco, sono di pelle gentile, che al mare, destate, se non sto attento, mi brucio, divento rosso come un peperone, mi spello, le braccia, la schiena, non posso stare al sole, io, almeno i primi giorni, devo stare all’ombra, sotto la tenda, o sotto l’ombrellone, perché adesso non ci sono più le tende, una volta c’erano le tende, adesso non ci sono più, è il progresso, adesso ci sono gli ombrelloni, che sono comodi, devo dire, li pieghi, hai sempre l’ombra, le tende ormai, dove sono le tende a marina? sono tutti ombrelloni, una roba, ombrelloni, ombrelloni, ombrelloni, non finiscono mai, mai, ombrelloni, ombrellini, ombrelloni, ombrelloni…

[Raffaello Baldini, Zitti tutti!, in Carta canta Zitti tutti! In fondo a destra, Torino, Einaudi 1998, p. 73]

Il fanale

sabato 25 ottobre 2014

L’altra sera ho lasciato la bicicletta in stazione e quando sono tornato mi avevan rubato il fanale, un fanale alimentato da una dinamo che è una parola bellissima, dinamo, che ha dato anche il nome a diverse squadre di calcio dell’est europeo ma non volevo dir quello, volevo dire che il ladro ha dovuto trafficare abbastanza, ha tirato giù il parafango, ha svitato i freni, ha strappato il filo di rame che alimentava la dinamo che però quelli, parafango freni e filo di rame non me li ha mica rubati mi ha rubato solo il fanale che ha rischiato anche di farsi prendere che io, la bicicletta, la lascio davanti a un albergo, che essendo un albergo vicino alla stazione è un albergo che è sempre aperto e trafficato e, per me, la passione che il mio fanale ha acceso nel cuore di questo ladro è una cosa stranissima e io, forse qualcuno potrebbe pensare che ce l’ho con lui, non ce l’ho con lui, lo so, che i ladri ci sono e, siccome ci sono, è possibile che rubino anche a me, non è che possono sempre rubare a degli altri, e mi sembra di capire Maksim Gor’kij che quando succedeva che lo derubavano, più che essere dispiaciuto per il fatto di essere stato derubato era ammirato per la destrezza della quale aveva dato prova il ladro. Ecco, io, di ammirazione, non è che ci sia tanta destrezza, nel rubare un fanale di una bicicletta, e il sentimento che mi ha preso, quando mi sono accorto che mi avevan rubato il fanale, è stato di curiosità, un po’ come il protagonista di una poesia di Baldini che quando gli rubano in casa, che gli buttan per aria la casa, lui quando torna a casa rimette in ordine tutto e gli sembra che non manchi niente, però poi si chiede «Tutto questo casino per niente? Son venuti per niente? Figurati, quelli son della gente che la studia, prima di muoversi, vanno a colpo sicuro, loro qui hanno preso, che io non lo so, ma lo sanno ben loro, ed è un po’ che, a mia moglie non ho detto niente, ma quando non c’è, che esce, vado per tutta la casa, guardo, tocco, cerco di mettermi nei loro panni, dei ladri, cosa c’era qui che gli poteva piacere? E che adesso non c’è più? Delle volte faccio una prova, sto con gli occhi chiusi un bel po’, poi li apro di colpo, che così, secondo me, si vede meglio se qualcosa non è al suo posto, ho in mente anche di mettere giù su un quaderno, tutto, sino a un bottone, che non so ancora a cosa potrà servire, ma intanto, quando è tutto scritto, che poi loro, chissà, magari han preso una cosa che io non ci facevo nessun conto, che non sapevo nemmeno d’averla, e invece loro, per loro era un valore, solo che cercare alla cieca, ma cerco sempre, non ho pace, passano i giorni, delle volte dico: e scrivergli, se si potesse, ai ladri, una lettera, ma non si può, dove gliela mandi? O se no un volantino, porca puttana, non ci avevo pensato, davvero, un volantino, di carta colorata, lo lasci in giro, quello prima o poi lo leggono, scritto in grande, da dirgli: quello che è successo, non ne parliamo, non voglio indietro niente, adesso è roba vostra, ormai è fatta, chiuso, ma datemi soddisfazione, una domanda sola, che mi potete rispondere solo voi: cosa avete portato via? cosa m’avete rubato?». Così Baldini. Io invece lo so. M’han rubato un fanale della bicicletta.

[uscito ieri su Libero]

Uno che tira su

venerdì 26 settembre 2014

La mia vicina di autobus, stamattina, tirava su col naso. Non è bello, al mattino, uno vicino che tira su col naso. E fuori dall’autobus, stamattina, dietro i vetri grandi, c’era una luce, sembrava quella poesia di Baldini, quella che dice D’estate caldo, un sudaticcio, zanzare, no, mi piace l’inverno a me, quelle belle giornate col sole, un’aria che taglia, le pozzanghere ghiacciate, e gli alberi senza foglie, che ogni tanto tra i rami si vede un nido.