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Due settimane fa

mercoledì 7 maggio 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due settimane fa, in un momento di particolare fulgore mentale, mi capitò di osservare che l’aggettivo ‘demistificante’ è un po’ ‘mistificante’: da allora non è accaduto nulla per farmi cambiare idea.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 116]

 

Leggibili e illeggibili

martedì 29 aprile 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tuttavia, togliendoci di dosso il povero orpello di un’ora di follia, che, come dice il Moravia con icastica immagine, non è che un «piccolo vortice che gira intorno il vuoto», vediamo se si possa concludere con qualche bella e nobile sentenza questa disputa tra leggibili e illeggibili. Sono ormai generazioni che le due schiere si fronteggiano, si misurano, con varia fortuna si contrastano. Da una parte, la letteratura che il Moravia definisce leggibile e giudica valida; una letteratura che si suppone, ahimè, non senza ragione, ‘umanistica’, che trae ispirazione ‘dalla vita’, che teorizza la propria affabilità e non di rado s’immagina o si propone di dar opera al miglioramento dell’umanità. Caratteristica minima della letteratura leggibile in questa interpretazione è la più radicale, e forse lievemente patologica mancanza di ironia.
D’altro canto, esistono scrittori che non coltivano una programmatica affidabilità; non lusingano il lettore, anzi non senza protervia aspirano a inventarselo da sé: provocarlo, irretirlo, sfuggirgli; ma insieme costringerlo ad avvertire, o a sospettare, che in quelle pagine oscure, velleitarie, acerbe, in quei libri faticosi, sbagliati, si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita. Il loro lavoro letterario si concentra su una tematica linguistica e strutturale; domina la coscienza dell’atto artificiale, anche innaturale della letteratura; e si celebra la fastosa libertà, l’oltraggiosa anarchia dell’invenzione di inedite strutture linguistiche. Discontinue schegge di retorica, coaguli linguistici inadoperabili per compiti di socievole sopravvivenza, infine, carattere supremamente distintivo, una lingua letteraria improbabile, fitta di citazioni, anche maniacale: una lingua morta. Non è letteratura affettuosa, non accarezza i cani, in genere non svolge compiti missionari.

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), p. 101]

Un rovinoso compito ideologizzante

lunedì 21 aprile 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se un angelo intervistatore mi ponesse una domanda sulla condizione attuale del romanzo, io penso che, con la compunzione necessaria, risponderei all’incirca così:
«Io provo uno scarso interesse per il romanzo in genere – inteso come protratta narrazione di eventi o situazioni verosimili – e talora un sentimento più prossimo alla ripugnanza che al semplice fastidio; ho l’impressione che oggi codesto genere sia caduto in tanta irreparabile fatiscenza che il problema è solo quello dello sgombero delle macerie, non del loro riattamento a condizioni abitabili; codesto sprofondamento ha, a mio avviso una causa precisa. I romanzieri sono persone serie, o si comportano come tali. Sono persuasi che nelle pieghe del loro raccontare debba essere disposto il coonestante aroma di una qualche idea generale, di un messaggio. Diventato nutrimento ideologico, insaporito di frammenti di idee, il romanzo è decaduto (come nota Giuliani) a messaggio edificante; questo di per sé non sarebbe ancora rovinoso, giacché le vie della salvezza letteraria sono infinite; ma ci rattrista constatare a qual punto i romanzieri siano riusciti nel loro compito. Non per caso, il romanzo appare nella letteratura europea proprio nel momento in cui decadono il gusto e l’intelligenza della retorica classica: quando, cioè, entra in crisi l’idea dell’opera letteraria come artificio; in particolare, l’esplosione ottocentesca del romanzo coincide con la liquidazione della retorica classica.
Dimentico che non v’è discorso letterario senza macchinazione, il romanziere si è via via persuaso che quel che egli faceva aveva qualcosa a che fare col mondo in cui viveva; critici pazienti gli hanno spiegato che, di quel mondo, il romanzo era volta a volta specchio, testimonianza, interpretazione; indotto da queste insinuazioni a sottovalutarsi, il narratore si è coinvolto in un rovinoso compito ideologizzante: non pago del messaggio, ha tentato la visione del mondo. Corrotto dalla serietà propria e dei critici, ha perso la limpida gioia della menzogna, l’irresponsabilità, la doppiezza morale, l’ilare arroganza che sono, a mio avviso, le virtù fondamentali di coloro che attendono a quel perpetuo scandalo che è il lavoro letterario. Persuaso di avere delle idee, e che il romanzo sia mezzo atto ad esprimerle, lo scrittore ha perso il candido cinismo, in primo luogo il cinismo verso se medesimo. Ha scelto di balbettare delle verità, mentre era suo compito declamare delle fluenti menzogne, anzi esaltare il vero a menzogna; ha cercato di far capire che egli si proponeva di interpretare il mondo per i suoi lettori, invece di rivolgersi a lettori non nati, già morti o destinati a non nascere mai; ha voluto collocarsi nella storia, che fra tutti gli abitacoli che la letteratura ha sperimentato si è rivelato il più estraneo e disagevole. Infine ha rinunciato alla disubbidienza, si è fatto morigerato: ed ora si stupisce che la letteratura, aureolata sgualdrina, respinga e irrida la sua corte goffa e onesta.

[Giorgio Manganelli, Il romanzo, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 57-58]

Se fossi onesto

martedì 15 aprile 2014

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrivere è certamente un modo astuto per evitare di ‘fare’; intorno a me la gente si preoccupa di vivere, ha famiglia, percepisce stipendi, si ammala e muore. Oh, anch’io percepisco stipendi, ma si può chiamare stipendio quanto si ottiene in cambio di ‘scrivere’? Via, non diciamo sciocchezze. Probabilmente scrivere è il modo di frodare che tiene chi è nato ladruncolo o truffatore, ma non ha abbastanza coraggio per delinquere su grande scala. Se fossi onesto, fabbricherei monete false – deve essere un lavoro da grande artista – o ricatterei facoltose coppie con figli scapestrati, o semplicemente aspetterei di notte il rientro di gentiluomini affezionati alla vita: «O la borsa o la vita», vecchia e nobile sentenza, piena di acute allusioni filosofiche, e forse progettata da un’intelligenza non ignara del divino. Ma io sono vigliacco e claustrofobo: non posso tollerare la prospettiva della galera, luogo tradizionalmente chiuso: soprattutto, avrei paura delle mie vittime. Io derubare – chi? Dovrei trovare una vittima più indifesa e codarda di me: sono certo che sarebbe uno scrittore; ma non si può mica sperare di incontrare sempre e solo scrittori.

 

[Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 21-22]

L’eroica nescienza delle madri

lunedì 7 aprile 2014

manganelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dunque, l’autore non sa, non deve sapere sul suo lavoro neppure quanto ne sanno gli altri. Di più: egli ha l’oscura sensazione che quell’ambiguo essere che egli ha dato alla luce con la calliditas corporale e l’eroica nescienza delle madri, venga stuprato da ogni volontà di capire quel che vuol dire. E sebbene sappia di averlo destinato allo stupro fin dall’inizio, il pensiero che si voglia spiegare «che cosa vuol dire» lo riempie di istintivo orrore. Un naturale impeto lo porterà a dire sempre di no, o addirittura a non capire quel che gli altri «capiscono».

 

[Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Milano, Adelpi 1985, p. 221]

L’amore

venerdì 14 marzo 2014

manganelli, penombra mentale

 

 

 

 

 

 

 

L’amore è stata una parte importante della mia vita, secondo soltanto allo studio delle lingue. Scrivilo così, pari pari.

 

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, Roma, Editori Riuniti 2001, p. 73]

Esiste?

giovedì 13 marzo 2014

Giorgio Manganelli, La favola pitagorica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da una rivista di Ascoli Piceno ricevo una lettera, nella lettera mi si chiede se non vorrei scrivere due o tre cartelle per quella rivista. La lettera viene da una zona periferica, e chi vive in quel luogo è lieto di essere un periferico. Il punto è: esiste Ascoli Piceno? Ricordo di averla visitata in una esistenza che, per molti indizi, dovrei considerare precedente; quello che non ho potuto stabilire è se Ascoli Piceno esiste ora. Rammento di aver bevuto l’anisetta in una piazza estremamente decorativa; ritengo improbabile che una piazza così fatta esista veramente; probabilmente è una allucinazione, come la parola «rua» per designare una strada, o le olive ripiene. Sappiamo che nessun ricordo dà la certezza che qualcosa sia veramente accaduto; non è impossibile che io soffra di una nevrosi ascolana, una forma che suppongo rara, e curabile solo da analisti ascolani che siano giunti, da soli, per autoanalisi, alla scoperta che Ascoli Piceno non esiste, è solamente una tradizione, anche se estremamente ricca di particolari. Ora, il problema potrebbe essere: se Ascoli Piceno esistesse, e quindi potrebbe, niente più che potrebbe, esistere una rivista, e se questa rivista mi chiedesse un racconto di due-tre cartelle io risponderei positivamente? Non credo.

[Giorgio Manganelli, La favola pitagorica, Milano, Adelphi 2005, pp. 93-94]

Ancora

martedì 29 ottobre 2013

manganelli, improvvisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho davanti agli occhi lo stemma della Repubblica Italiana: la stella a cinque punte, una ruota dentata, tutt’attorno una corona di verdure varie – che poi saprò essere quercia e ulivo – e la scritta Repubblica Italiana su di un nastro, o meglio uno di quei foglietti fragili e sottili che adornavano di sentimenti i cioccolatini d’una volta.
Esiterei a definirlo bello o interessante. So che ha quarant’anni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giuliano Amato, ha detto: «Ci siamo chiesti se gli italiani si riconoscono ancora nel simbolo che combina insieme la ruota dentata, la stella a cinque punte, e i rami di quercia e di ulivo» (è così che ho appreso di che era fatta quella esornativa verdura). È un’affermazione, questa di Giuliano Amato, che merita un breve esame.
In primis, la domanda, se gli italiani «si riconoscano ancora in quel simbolo». Credo che il numero di emigranti pronti a scoppiare in lacrime clamorose scorgendo quella ruota dentata sia del tutto irrilevante. Credo che poche persone, sperabilmente innocue, si siano «riconosciute» in quel simbolo: la contemplazione di quel simbolo potrebbe entrare in un test psicanalitico non privo di interesse. Ma c’è dell’altro: penso a quell’«ancora» della dichiarazione di Giuliano Amato. Evidentemente, egli pensa che il simbolo sia invecchiato. Ma i simboli non invecchiano. Non hanno età. Ad ogni scoccar di secoli sono più solidi, imperativi, fascinosi. Le aquile di Roma, la civetta di Atene. I veri simboli uno li vede anche in sogno. Chi ha mai sognato quella ruota dentata? In verità quello non era un simbolo, era un timbro.
I timbri invecchiano. In Italia, nascono vecchi.

[Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Leonardo, Milano 1989, p. 147]

Mi abbottono e corro

venerdì 11 ottobre 2013

manganelli, cina e altri orienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono davanti alle ceramiche igieniche internazionali, impettito e indecoroso, e sto pisciando. Ed ecco sento una spazzola leggera che percorre affettuosamente la mia schiena. Non ci credo, e tuttavia non v’è dubbio: qualcuno in quel momento mi sta spazzolando. Mormoro qualcosa, tento di schermirmi, mi sento degradato a livello di potente della terra. Quando, un istante dopo, mi sto lavando le mani, qualcuno con grazia e inefficienza mi spazzola le scarpe. Lo guardo, è piccolo, magro, tra olivastro e nero: ha il tocco leggero e ama produrre sensi di colpa tra i clienti dell’aeroporto. Naturalmente, sono a Manila; più esattamente, sto per partire, e questo paese tetramente sorridente, docile e magro, si congeda con un gesto che potrebbe essere infimo, ma che non manca della malinconica, ironica dignità che sempre si riconosce nell’astuzia dei poveri e degli oziosi. Mi abbottono e corro verso l’inshallah delle linee aeree pakistane.

 

[Giorgio Manganelli, Cina e altri orienti, Milano, Adelphi 2013, p. 56]

Torino

lunedì 9 settembre 2013

manganelli, cina e altri orienti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arrampicato in cima al cielo, l’aereo guarda in giù. «Che strano,» mi dice «mi sembra di essere a Torino». Assento. Non è bene contraddire gli aerei. D’altra parte un aereo ha uso di mondo, viaggia, si fa delle idee. Ad esempio, questa stravaganza: che questa cosa enorme, geometrica, questo disegno che si spalanca come una mappa sotto di noi, questo rigido ideogramma sia in qualche modo Torino, o insomma abbia del torinese. Conoscete Torino; strade rettilinee, angoli retti, piazze rettangolari, nell’insieme l’idea di una geometria fatta città. Ma questa sotto di noi non è Torino, è Pechino; anzi come presto impareremo a dire, è Beijing, un nome strano, che non ha la grazia da operetta di «Pechino», un nome che mi fa sentire invecchiato. Come si può rinunciare ad un nome laccato, scintillante ed esotico come «Pechino»? Beijing è cupo, sordo, senza scintillii. Ma, mentalmente, dove siamo? A Pechino, o a Beijing?

[Giorgio Manganelli, Cina e altri orienti, Milano, Adelphi 2013, p. 227]