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Dove sono andati a finire

martedì 7 febbraio 2017

Benati Cani dell'inferno

Ma non avevo ancora fatto due passi che ho sentito qualcuno che mi chiamava Ehi Joe! Io mi son voltato anche se quello non era il mio nome e ho visto che dall’altra parte della strada c’era un tipo imbacuccato in un passamontagna che ha cominciato a dire: E tutti quelli là dove sono andati a finire? Cosa fanno adesso? Poi è stato zitto come per aspettare una risposta che evidentemente pretendeva da me, dato che c’ero solo io in quel punto della strada. Dove sono andati a finire tutti quelli là? ha continuato a dire con un tono di voce da cui ora trapelava anche un filo di sarcasmo. Stavolta aveva puntato il braccio verso di me e pareva richiedere una risposta veloce perché non aveva tempo da perdere. Dici a me? gli ho detto. Un po’ mi faceva paura con quel passamontagna che lo rendeva simile a un rapinatore. Dico a te, dico a te, dove sono andati a finire tutti quelli là? Quelli là chi? gli ho detto. Dai che lo sai… tutti quelli là, quand’eri giovane, ti ricordi? dove sono andati a finire adesso? Ma chi? gli ho tornato a chiedere, tu m’hai preso per un altro. Dentro di me però avevo già cominciato a pensare che doveva essere uno squilibrato. Poi s’è tolto il passamontagna e ha detto: Non ti ricordi di me? Io l’ho guardato e non mi ricordavo. E intanto s’era messo a attraversar la strada. Non mi dice niente la tua faccia gli ho detto. E lui: Ma come! Non ti ricordi quando sei venuto a vedere gli scavi del tunnel che c’era un operaio seduto su una tubatura col casco in testa? Non mi ricordo, gli ho detto, che scavi? E lui: Non ti che c’era un operaio seduto su una tubatura che t’ha mandato via? Non mi ricordo. Doveva avermi preso per un altro e gliel’ho tornato a dire ma lui continuava a insistere: Eri venuto a vedere gli scavi del tunnel e un operaio ti voleva spaccar la testa, non ti ricordi? Un operaio seduto su una tubatura. Un operaio che mi voleva spaccar la testa? Non mi risulta. Intanto mi era venuto vicino e sentivo che puzzava di vodka. Il troppo bere lo aveva fatto diventar strabico e quando ha riaperto la bocca mi sembrava che stesse parlando con un altro. E allora dove sono andati a finire tutti quelli là? a tornato a dire, dove sono andati a finire tutti quei filosofi e quei poeti di tanti anni fa?

[Daniele Benati, Cani dell’inferno, Milano, Feltrinelli, pp. 84-85]

Al Multiplo

sabato 3 dicembre 2016

Ieri sera, con Daniele Benati, sono andato a sentire Daniele Brolli che parlava dei libri della sua vita a Cavriago, in una biblioteca molto bella che si chiama multiplo, e all’inizio Brolli ha detto che lui ha cominciato a leggere i fumetti della Disney e che una cosa che gli piaceva, dei fumetti della Disney, che non avevano un autore, che sembrava che si fossero fatti da soli, e che quando poi ha cominciato a leggere i libri, le foto degli autori che c’erano nelle quarte di copertina gli erano sembrate stranissime e, in quel momento, è suonato un cellulare e era quello di Daniele Benati che, intanto che lo cercava e lo spegneva diceva «Non mi chiama mai nessuno».

C’è da spararsi

venerdì 28 ottobre 2016

Ieri, alla terza lezione della scuola elementare di scrittura emiliana e letteratura russa, si è parlato dell’uomo ideale e della donna ideale e a me son venute in mente le opere numero 202, 203 e 204 delle Opere complete di Learco Pignagnoli, quelle che fanno così:

Opera n. 202
Ognuno di noi, nella città dove è nato, ha avuto due o tre morose. Alcuni ne hanno avute dieci o quindici, ma altri solo una o due. E dunque, facendo una media, si può dire che ognuno di noi ha avuto due o tre morose, oppure quattro o cinque, facendo i conti attentamente. Il che vuol dire che se uno fosse nato in un’altra città avrebbe avuto quattro o cinque morose in quest’altra città. Ce le avrebbe avute dappertutto, in qualunque città. In qualche città ne avrebbe avute tre e in qualcun’altra cinque, non importa. Quello he importa è che tutte queste morose, tutte queste donne, esistono. Non sono mai state sue morose, anzi tutte queste donne hanno avuto altri morosi, e di lui, di questo qua che sarebbe stato il loro moroso se fosse nato nella loro città, non sanno niente, non sanno neanche che esiste. E invece c’è. Così come ci sono loro per lui. Se uno fosse nato a Catania invece che a Trento, avrebbe avuto una morosa di Catania – c’è esiste, è lì in carne e ossa e c’è. Lui non sa chi è e non potrà mai saperlo, ma c’è. Così come la donna di Catania non potrà mai sapere che il suo moroso sarebbe stato lui, se questo lui fosse stato dato il privilegio di nascere in quella città, ossia Catania.

Opera n. 203
E così, di questo passo, noi possiamo dire di avere avuto quattro o cinque morose in ogni città d’Italia. Non solo, se il ragionamento regge, possiamo dire di avere quattro o cinque morose anche in ogni città d’Europa. E se rete questo, allora di averle avute anche in ogni città del mondo, compresa New York. Cioè uno, potenzialmente, potrebbe vantarsi di aver avuto delle morose in ogni città del mondo, se solo ci fosse stato. Invece s’è tirato delle seghe e basta.

Opera n. 204
Perché infatti, qual è il problema di questo ragionamento? Il problema è quando uno, nella sua città natale, di morose non he ha avute neanche una e s’è tirato delle seghe e basta. Cosa succede allora? Deve pensare che in qualunque altra città non ne avrebbe avuta neanche una dall’inizio dei tempi, di tutta l’eternità? C’è da spararsi. Però, a ben guardare, se non ne ha avuta neanche una nella sua città natale, è difficile che avrebbe potuto averne una nella città vicina. Questo può sembrare triste.

Eccomi

giovedì 22 settembre 2016

Safran Foer, Eccomi

Ho finito di leggere Eccomi, di Foer, in un viaggio aereo verso Cagliari, e quando stavo partendo ho pensato che i due libri più lunghi che ho letto quest’anno sono due libri americani, Purity di Jonathan Franzen (l’ho letto nella traduzione di Silvia Pareschi) e Eccomi, di Jonathan Safran Foer (nella traduzione di Irene Abigail Piccinini).
Quando stavo leggendo Purity, nel marzo scorso, arrivato a pagina cento mi ero accorto che nelle prime cento pagine c’erano un po’ di ragazzi bellissimi e diverse ragazze bellissime e avevo pensato che sarebbe stato bene metterlo in copertina, il numero di ragazzi e di ragazze bellissime che si trovano dentro ai libri, come la nicotina nelle sigarette.
E adesso, in questo settembre, intanto che leggevo Eccomi, ho avuto l’impressione che ci fosse un eccesso di intelligenze infantili, troppi bambini intelligentissimi, da mettere in copertina anche quelli («Attenzione: in questo romanzo ci sono perlomeno tre bambini intelligentissimi più uno un po’ stupido ma così carino che sembra ancora più intelligente degli altri»). Continua a leggere »

Opera numero 135

martedì 9 febbraio 2016

pignagnoli

Opera numero 135.

Elton John, a guardarlo di profilo, quando è seduto al piano, e ha la giacca stretta, sembra un sacco di merda.

La ripetizione

lunedì 8 febbraio 2016

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Certo se Manzoni, alla fine dei Promessi sposi, nel momento in cui Renzo e Lucia stanno finalmente per convolare a nozze, avesse mandato altri due bravi di un altro signorotto spagnolo a impedire il matrimonio, avrebbe fatto ridere.

[Daniele Benati nella quarta di copertina dell’Accalappiacani numero 4]

Un capo

mercoledì 11 febbraio 2015

cani dell'inferno, daniele benati

[Ho trovato, in un cd che credevo di aver perso, delle cose vecchie, come questa che è uscita sull’Indice nel 2003]

Una volta parlavo con uno di Feltrinelli, mi ha chiesto chi conoscessi dei loro autori, io gli ho detto Benati. Ah, che grande artista, mi ha detto lui. Guardi, gli ho detto io, io quando Benati parla di letteratura, è uno dei pochi che lo starei a sentire per delle ore, la maggior parte delle idee di teoria della letteratura che ho mi vengono da lui, gli ho detto, per esempio la pigrizia della lingua, pensi a ricco sfondato, gli ho detto, perché un ricco è sempre sfondato? Ah, mi ha detto lui, non sapevo che Benati fosse anche un esperto di letteratura, di pittura con lui ne ho parlato spesso, di letteratura poco. No, gli ho detto io, lei parla di Davide, io parlo di Daniele, suo fratello. Continua a leggere »

Due opere inedite (credo)

domenica 18 gennaio 2015

pignagnoli

Opera numero (non mi ricordo).

Ho finalmente scritto una poesia in rima. Fa così:
Com’è innamorato
Renato.

Opera numero 280

L’11 settembre del 2001 è un giorno che non mi scorderò mai più, ho preso una multa di 650 euro.

I prodotti dei matti

giovedì 4 dicembre 2014

cop-dic-14s

 

In La banda del formaggio, nel “dizionario delle cose che sento sui treni, e sugli autobus e dentro i telefoni”, che rappresenta una piccola parte dell’eredità che Paride ha lasciato all’amico Ermanno, compare questa definizione: “LIBRO. Nelle grandi occasioni, fare precedere da: è riduttivo chiamarlo”. Che cosa rappresenta, per lei, un libro? Mi riferisco ai libri degli altri e anche a quelli di Nori, quelli scritti e quelli ancora da scrivere.

Mi ricordo, l’ho anche già scritta, questa cosa, del primo libro per grandi che ho letto, Il buio oltre la siepe, di Harper Lee; sono passati quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto, in un certo senso, i libri, mi ricordo tutto, mi ricordo la sedia su cui ero seduto, mi ricordo la luce che c’era nell’aria, mi ricordo mia nonna che cantava, in cucina, mi ricordo mio babbo che passava con dei secchi di calce e mi ricordo la meraviglia che veniva dal fatto che, a metter la testa dentro nel libro, il mondo non si oscurava, il mondo diventava più mondo, e questa cosa poi mi è successa con tutti i libri importanti che ho letto nella mia vita e mi sembra che sia una cosa simile a quel che dice Giorgio Agamben in un libro che si chiama Il fuoco e il racconto quando dice che la bellezza non rende visibile l’invisibile, rende visibile il visibile. Continua a leggere »

Un lavor

venerdì 18 luglio 2014

Mercoledì, a Fahrenheit, Loredana Lipperini mi ha chiesto come si intitolava in dialetto reggiano il racconto di Beckett tradotto da Daniele Benati in dialetto reggiano e che Daniele stava per leggere a Questa è l’acqua, il festival sonoro della letteratura; quel racconto lì  in inglese si intitola From an Abandoned Work, e in italiano è stato tradotto Da un’opera abbandonata, e come si intitolava in dialetto, io, siccome non lo sapevo, ho detto che non lo sapevo, poi ieri ho sentito Daniele che lo diceva e il titolo in dialetto è Da un lavor pianté le.