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Al Multiplo

sabato 3 dicembre 2016

Ieri sera, con Daniele Benati, sono andato a sentire Daniele Brolli che parlava dei libri della sua vita a Cavriago, in una biblioteca molto bella che si chiama multiplo, e all’inizio Brolli ha detto che lui ha cominciato a leggere i fumetti della Disney e che una cosa che gli piaceva, dei fumetti della Disney, che non avevano un autore, che sembrava che si fossero fatti da soli, e che quando poi ha cominciato a leggere i libri, le foto degli autori che c’erano nelle quarte di copertina gli erano sembrate stranissime e, in quel momento, è suonato un cellulare e era quello di Daniele Benati che, intanto che lo cercava e lo spegneva diceva «Non mi chiama mai nessuno».

C’è da spararsi

venerdì 28 ottobre 2016

Ieri, alla terza lezione della scuola elementare di scrittura emiliana e letteratura russa, si è parlato dell’uomo ideale e della donna ideale e a me son venute in mente le opere numero 202, 203 e 204 delle Opere complete di Learco Pignagnoli, quelle che fanno così:

Opera n. 202
Ognuno di noi, nella città dove è nato, ha avuto due o tre morose. Alcuni ne hanno avute dieci o quindici, ma altri solo una o due. E dunque, facendo una media, si può dire che ognuno di noi ha avuto due o tre morose, oppure quattro o cinque, facendo i conti attentamente. Il che vuol dire che se uno fosse nato in un’altra città avrebbe avuto quattro o cinque morose in quest’altra città. Ce le avrebbe avute dappertutto, in qualunque città. In qualche città ne avrebbe avute tre e in qualcun’altra cinque, non importa. Quello he importa è che tutte queste morose, tutte queste donne, esistono. Non sono mai state sue morose, anzi tutte queste donne hanno avuto altri morosi, e di lui, di questo qua che sarebbe stato il loro moroso se fosse nato nella loro città, non sanno niente, non sanno neanche che esiste. E invece c’è. Così come ci sono loro per lui. Se uno fosse nato a Catania invece che a Trento, avrebbe avuto una morosa di Catania – c’è esiste, è lì in carne e ossa e c’è. Lui non sa chi è e non potrà mai saperlo, ma c’è. Così come la donna di Catania non potrà mai sapere che il suo moroso sarebbe stato lui, se questo lui fosse stato dato il privilegio di nascere in quella città, ossia Catania.

Opera n. 203
E così, di questo passo, noi possiamo dire di avere avuto quattro o cinque morose in ogni città d’Italia. Non solo, se il ragionamento regge, possiamo dire di avere quattro o cinque morose anche in ogni città d’Europa. E se rete questo, allora di averle avute anche in ogni città del mondo, compresa New York. Cioè uno, potenzialmente, potrebbe vantarsi di aver avuto delle morose in ogni città del mondo, se solo ci fosse stato. Invece s’è tirato delle seghe e basta.

Opera n. 204
Perché infatti, qual è il problema di questo ragionamento? Il problema è quando uno, nella sua città natale, di morose non he ha avute neanche una e s’è tirato delle seghe e basta. Cosa succede allora? Deve pensare che in qualunque altra città non ne avrebbe avuta neanche una dall’inizio dei tempi, di tutta l’eternità? C’è da spararsi. Però, a ben guardare, se non ne ha avuta neanche una nella sua città natale, è difficile che avrebbe potuto averne una nella città vicina. Questo può sembrare triste.

Eccomi

giovedì 22 settembre 2016

Safran Foer, Eccomi

Ho finito di leggere Eccomi, di Foer, in un viaggio aereo verso Cagliari, e quando stavo partendo ho pensato che i due libri più lunghi che ho letto quest’anno sono due libri americani, Purity di Jonathan Franzen (l’ho letto nella traduzione di Silvia Pareschi) e Eccomi, di Jonathan Safran Foer (nella traduzione di Irene Abigail Piccinini).
Quando stavo leggendo Purity, nel marzo scorso, arrivato a pagina cento mi ero accorto che nelle prime cento pagine c’erano un po’ di ragazzi bellissimi e diverse ragazze bellissime e avevo pensato che sarebbe stato bene metterlo in copertina, il numero di ragazzi e di ragazze bellissime che si trovano dentro ai libri, come la nicotina nelle sigarette.
E adesso, in questo settembre, intanto che leggevo Eccomi, ho avuto l’impressione che ci fosse un eccesso di intelligenze infantili, troppi bambini intelligentissimi, da mettere in copertina anche quelli («Attenzione: in questo romanzo ci sono perlomeno tre bambini intelligentissimi più uno un po’ stupido ma così carino che sembra ancora più intelligente degli altri»). Continua a leggere »

Opera numero 135

martedì 9 febbraio 2016

pignagnoli

Opera numero 135.

Elton John, a guardarlo di profilo, quando è seduto al piano, e ha la giacca stretta, sembra un sacco di merda.

La ripetizione

lunedì 8 febbraio 2016

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Certo se Manzoni, alla fine dei Promessi sposi, nel momento in cui Renzo e Lucia stanno finalmente per convolare a nozze, avesse mandato altri due bravi di un altro signorotto spagnolo a impedire il matrimonio, avrebbe fatto ridere.

[Daniele Benati nella quarta di copertina dell’Accalappiacani numero 4]

Un capo

mercoledì 11 febbraio 2015

cani dell'inferno, daniele benati

[Ho trovato, in un cd che credevo di aver perso, delle cose vecchie, come questa che è uscita sull’Indice nel 2003]

Una volta parlavo con uno di Feltrinelli, mi ha chiesto chi conoscessi dei loro autori, io gli ho detto Benati. Ah, che grande artista, mi ha detto lui. Guardi, gli ho detto io, io quando Benati parla di letteratura, è uno dei pochi che lo starei a sentire per delle ore, la maggior parte delle idee di teoria della letteratura che ho mi vengono da lui, gli ho detto, per esempio la pigrizia della lingua, pensi a ricco sfondato, gli ho detto, perché un ricco è sempre sfondato? Ah, mi ha detto lui, non sapevo che Benati fosse anche un esperto di letteratura, di pittura con lui ne ho parlato spesso, di letteratura poco. No, gli ho detto io, lei parla di Davide, io parlo di Daniele, suo fratello. Continua a leggere »

Due opere inedite (credo)

domenica 18 gennaio 2015

pignagnoli

Opera numero (non mi ricordo).

Ho finalmente scritto una poesia in rima. Fa così:
Com’è innamorato
Renato.

Opera numero 280

L’11 settembre del 2001 è un giorno che non mi scorderò mai più, ho preso una multa di 650 euro.

I prodotti dei matti

giovedì 4 dicembre 2014

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In La banda del formaggio, nel “dizionario delle cose che sento sui treni, e sugli autobus e dentro i telefoni”, che rappresenta una piccola parte dell’eredità che Paride ha lasciato all’amico Ermanno, compare questa definizione: “LIBRO. Nelle grandi occasioni, fare precedere da: è riduttivo chiamarlo”. Che cosa rappresenta, per lei, un libro? Mi riferisco ai libri degli altri e anche a quelli di Nori, quelli scritti e quelli ancora da scrivere.

Mi ricordo, l’ho anche già scritta, questa cosa, del primo libro per grandi che ho letto, Il buio oltre la siepe, di Harper Lee; sono passati quarant’anni e io, di quel momento lì che ho scoperto, in un certo senso, i libri, mi ricordo tutto, mi ricordo la sedia su cui ero seduto, mi ricordo la luce che c’era nell’aria, mi ricordo mia nonna che cantava, in cucina, mi ricordo mio babbo che passava con dei secchi di calce e mi ricordo la meraviglia che veniva dal fatto che, a metter la testa dentro nel libro, il mondo non si oscurava, il mondo diventava più mondo, e questa cosa poi mi è successa con tutti i libri importanti che ho letto nella mia vita e mi sembra che sia una cosa simile a quel che dice Giorgio Agamben in un libro che si chiama Il fuoco e il racconto quando dice che la bellezza non rende visibile l’invisibile, rende visibile il visibile. Continua a leggere »

Un lavor

venerdì 18 luglio 2014

Mercoledì, a Fahrenheit, Loredana Lipperini mi ha chiesto come si intitolava in dialetto reggiano il racconto di Beckett tradotto da Daniele Benati in dialetto reggiano e che Daniele stava per leggere a Questa è l’acqua, il festival sonoro della letteratura; quel racconto lì  in inglese si intitola From an Abandoned Work, e in italiano è stato tradotto Da un’opera abbandonata, e come si intitolava in dialetto, io, siccome non lo sapevo, ho detto che non lo sapevo, poi ieri ho sentito Daniele che lo diceva e il titolo in dialetto è Da un lavor pianté le.

Longo, Beckett e i giudizi su Tripadvisor

venerdì 18 luglio 2014

Davie longo, il caso bramard

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho letto il romanzo di Davide Longo Il caso Bramard (Feltrinelli) dopo aver sentito un’intervista per radio in cui Longo diceva che i romanzi son come le pizze, che fare la pizza non è una cosa difficile, la cosa difficile è farla buona, usare quella mozzarella lì buona, quel pomodoro lì buono,  che è una teoria interessante, secondo me. E a me sembra di aver ritrovato questa cura nella scelta della mozzarella e del pomodoro nei paragoni costruiti da Longo. Per esempio, a pagina 34: «Percorsero il corridoio, l’uomo basculando sul suo baricentro basso, le gambe tozze e corte, sgraziato come certe macchine costruite per la fatica»; oppure, a pagina 35: «Tra loro un insegnante camminava a capo chino, solo come un prete su un carro di Carnevale»;  a pagina 51: «Si fermò ad aspettare che il brutto passasse, solo come un cavallo sotto il temporale»; «I due, forse fratelli, si aggiravano con aria svogliata tra le auto, tutte Bmw, Audi e Mercedes di grossa cilindrata, aprendo il cofano o chinandosi a controllare i cerchioni, come si verificherebbero i genitali di un toro a una fiera paesana» (p. 56); «Corso abbassò gli occhi sui sandali. Il cuoio sopra le dita era sbiadito, come se li avesse indossati qualcuno che attendeva da anni sul bagnasciuga, con le onde che gli salano la punta dei piedi» (p. 72); «Un silenzio che l’aveva spossato, come stancano gli addii di cose taciute» (p. 91); «La vecchia Faema sfiatò, come un bovino costretto ad alzarsi, e il caffè cominciò a colare rugginoso nella tazza» (p. 101); «I polsi le uscivano dalle maniche del giubbotto come snodi di una vecchia lampada da tecnigrafo» (p. 111); «Aveva sentito l’odore della sua pelle appena entrata nella sala interrogatori. Un odore complesso e riposante, come le cose così vecchie che non vale la pena chiedersi quando sono nate» (p. 125); «Madame Gina prese una sigaretta dalla scatola d’alabastro che stava sul tavolino come un animaletto desideroso di essere toccato solo da lei» (p. 140); «Rise Gina, poi sollevò la mano e lo salutò come si salutano i bambini sulle giostre e una parte della giovinezza» (p. 145); «”Torni a trovarci” disse prima di avviarsi verso il gabbiotto, con l’andatura di chi aspetta un sassata nella schiena da un momento all’altro» (p. 174); «Alviano fece un passo all’indietro, come un grosso erbivoro che vuole sfilarsi da una posizione di svantaggio» (p. 191); «Il suo petto si alzava e abbassava con la fragilità di una crosta di pane» (p. 218). Ecco. Io, probabilmente ho un gusto primitivo, questi pomodori e queste mozzarelle mi sembrano, devo dire, un po’ troppo ricercati. I primi scrittori che mi sono piaciuti, tra quelli che ho conosciuto, eran scrittori che facevano a Modena una rivista che si chiamava Il semplice, e lì a Modena, dove la facevano, loro chiedevano a quelli che volevano pubblicare sul Semplice di leggere i loro racconti, ad alta voce, davanti alla redazione, e poi i redattori, che erano, tra gli altri, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati e Ugo Cornia, dicevano cosa ne pensavano, e avevano una specie di gergo che non è che si capiva subito, se il giudizio era positivo o negativo; per esempio se di una cosa dicevano che era «scritta bene», voleva dire che non gli era piaciuta, che la trovavano scritta bene e basta, senza altre qualità, invece se una cosa era «strampalata» voleva dire che gli era piaciuta. Provo a fare un esempio. Uno di questi scrittori, Daniele Benati, qualche anno fa ha provato a tradurre un racconto di Beckett in dialetto reggiano. Il racconto di Beckett cominciava con l’espressione: «I was feeling awful», che Daniele ha tradotto così: «A stèv mäl» («Stavo male»). C’è un traduttore italiano (Valerio Fantinel), che ha tradotto quel racconto in italiano prima che Daniele lo traducesse in reggiano e quell’inizio lì, «I was feeling awful», l’ha tradotto così: «Avevo una tarantola di inquietudini in petto». Quando Daniele mi ha raccontato questa cosa io mi son chiesto cos’aveva pensato Fantinel;  “Beckett ha preso il Nobel, – deve aver pensato, – non può mica scrivere «Stavo male». «Stavo male» son capaci tutti, di scriverlo, Beckett gli han dato anche il Nobel, non può scrivere una cosa del genere. Ha preso anche il Nobel”. Come se i libri belli dovessero essere fatti di materiale pregiato, mozzarelle selezionate, pomodori biologici; invece Beckett, secondo me, che mette in scena dei barboni, della gente che dorme sulle panchine e che si nutre con la spazzatura, uno dei motivi per cui è bravo, forse, è il fatto che riesce a mettere in bocca ai quei personaggi lì una lingua coerente con la loro fisionomia. Beckett, mi sembra, non ha nessun desiderio di fare bella figura, non vuole un bel voto, non vuole un giudizio positivo su tripadvisor, i suoi personaggi quando stan male stan male, e per me, come lettore, è un sollievo, trovare ogni tanto delle cose che non sono oggetti di design, son delle cose, chissà se si capisce.

[Uscito ieri su Libero]