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4 nuove opere (complete) di Learco Pignagnoli

sabato 5 maggio 2018


Opera n. 291
Io non faccio altro che comprare i libri del grande matematico filosofo logico ateo Vittorino Andreoli. Cioè no, volevo dire Piergiorgio Odifreddi. Perché sono libri bellissimi, dove si impara moltissimo, e poi costan poco.

Opera n. 292
Ce ne sono addirittura che costan pochissimo. Ed è anche per questo che li compro. Ne avrò già comprati una trentina, di libri di Vittorino Andreoli, cioè no, di Piergiorgio Odifreddi. Non so perché tutte le volte che devo dire il nome di Piergiogio Odifreddi dico quello di Vittorino Andreoli.

Opera n. 293
Avete presente i libri di Vittorino Andreoli, be’, costano pochissimo, che ne sono alcuni addirittura che se andate in libreria ve li tirano dietro. Cioè volevo dire dei libri di Piergiorgio Odifreddi. Non so come mai, ma tutte le volte che devo dire il nome di Piergiorgio Odifreddi dico quello di Vittorino Andreoli.

Opera n. 294
Di tante cose si può dire che i precursori sono quelli che vengono dopo.

[Daniele Benati, Ultime e ultimissime Opere complete di Learco Pignagnoli, in Almanacco 2018, Macerata, Quodlibet 2018, pp. 102, 103]

Come regalo di promozione

giovedì 5 aprile 2018

Per quanto mi riguarda, io sono sempre stato uno studente mediocre. Nel senso che me la sono sempre cavata per il rotto della cuffia, studiando il meno possibile, e senza mai leggere niente di mia spontanea volontà, tranne lo stretto necessario per tirare avanti. Non leggevo nemmeno i giornalini, da ragazzo. E nemmeno i quotidiani sportivi, benché fossi un appassionato di calcio. Questo non è certo un merito. E dunque non ho letture adolescenziali formative a cui ritornare con la memoria, e non posso citare, come fanno in molti, un’antica passione per Giulio Verne o Salgari, o l’amore per romanzi d’avventura come L’isola del tesoro, Zanna bianca, Il richiamo della foresta, o Moby Dick nell’edizione per ragazzi. Come regalo di promozione dalla prima alla seconda media avevo chiesto ai miei genitori La capanna dello Zio Tom, ma poi non l’ho mai letto.

[Daniele Benati, Vicolo della Desolazione, da Qualcosa n. 3, in preparazione]

Anche il telefono

venerdì 9 marzo 2018

Anche il telefono, vigliacco se squillava una volta. Non squillava mai. Io vedevo gli altri che hanno sempre il telefono in mano e dei messaggi quando non ci sono, si vede che qualcuno li chiama. Io delle volte mi mettevo a guardare il mio telefono sul tavolino e continuavo a osservarlo fino a che lui non si restringeva così tanto da prendere la forma di un atomo. Lo vedevo che si restringeva e restringeva come per voler scomparire da questa terra, ma non poteva andarsene del tutto perché nulla si distrugge e ci rimaneva un atomo sul tavolino che sembrava un granello di polvere. Un atomo con la forma del mio telefono. Un atono con la cornetta riconoscibile. Era lì, muta, ma la vedevo. Delle volte la guardavo per un’ora e avevo l’impressione che stesse per suonare ma poi non lo faceva. Allora la tiravo su anche se non aveva suonato e poi mi dicevo: No.
Un giorno ho anche mandato a chiamare un tecnico della compagna telefonica per fargli dare un’occhiata. Dagli un’occhiata, gli ho detto, non suona mai. Lui ha tirato su la cornetta e ha detto: Il segnale si sente tuttavia. Poi ha provato a telefonare in ditta e loro gli hanno risposto. Mi sembra che non ci sia nessun problema, ha detto. Sei sicuro? gli ho detto, o è come quando si ha il mal di dente che mentre si va dal dentista il mal di denti passa. Sono sicuro, ha detto lui. Com’è che non suona mai? Lui è rimasto lì che non sapeva cosa rispondere.

[Daniele Benati, Cani dell’inferno, Macerata, Quodlibet 2018, p. 25]

24 gennaio – Bologna

mercoledì 24 gennaio 2018

Mercoledì 24 gennaio,
a Bologna,
alla libreria Ambasciatori,
in via degli Orefici, 19,
alle 18 e 30,
Daniele Benati e Paolo Onori
presentano
Fare pochissimo,
(se faccio in tempo vado a
vederlo anch’io)

Fortuna che non era niente di vetro

martedì 2 gennaio 2018

E’ tutto il giorno che mi cadono delle cose di mano, fortuna che non sono mai di vetro. Anche prima, ero lì che pensavo a mio figlio e m’è caduto una matita. Per fortuna non era niente di vetro. Poteva essere l’orologio, anche se l’orologio delle volte può cadere sul cinturino. Io comunque di figli non ne ho. Ma pensavo: se avessi un figlio e fossi separato da mia moglie, che rapporto avrei con questo figlio? Sarei invidioso perché lui ha ancora l’affetto di una donna che io non ho più? Quando una fidanzata, o una moglie, ci lascia, vorremmo essere tutte le persone che hanno ancora a che fare con lei. Vorremmo essere loro anche se le disprezziamo. Casomai prima non le volevamo neanche vedere e adesso invece vorremmo sempre stare in loro compagnia perché è un po’ come stare in compagnia della donna che ci ha lasciato. Di lei naturalmente non si parla, ma la sua presenza è costantemente nell’aria. Sarebbe così anche con il figlio? Si starebbe in compagnia del figlio pensando a sua madre? Si farebbero domande indiscrete per sapere se frequenta qualcuno, mettendo in molto imbarazzo il figlio? Chi lo sa? Mio figlio, se avesse un figlio, io sarei suo nonno.

[Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, opera n. 72]

Un mistero d’oriente

martedì 19 dicembre 2017

Un mistero che colpisce quando si è a Pietroburgo è che a volte ci sono delle zone di Pietroburgo che sembra di essere a Mosca. Questo è un fatto strano perché fra Mosca e Pietroburgo ci sono settecento chilometri.

[Daniele Benati, Paolo Nori, Baltica 9. Guida ai misteri d’oriente, Roma – Bari, Laterza 2008, p. 88]

280

lunedì 11 settembre 2017

Opera numero 280

L’11 settembre del 2001 è un giorno che non mi scorderò mai più. Ho preso una multa di 650 mila lire.

Opera n. 97

martedì 25 luglio 2017

Quando è uscito Sei città, qualche settimana fa, l’ho mandato a dei disegnatori che mi piacciono che volevo capire cos’avevo fatto, insieme a Timofej Kostin. Era la prima Graphic novel che facevo, insieme a Timofej Kostin, e non ero neanche sicuro che fosse una Graphic nove, allora l’ho mandato a Leo Ortolani, a Gipi, a Fior, a Sio e gli ho detto che se mi dicevano come gli sembrava ero molto curioso.
È passato un mese, mi ha risposto solo Leo Ortolani che mi ha detto che, secondo lui, non è una Graphic novel che però non ha avuto ancora tempo di leggerla tutta e poi è andato in vacanza e l’ha lasciato a casa se riesce lo legge in settembre quando torna dalle vacanze. Ecco. Mi è tornata in mente l’opera n.97 delle Opere complete di Learco Pignagnoli, che fa così:

Opera n. 97
Una volta ho scritto un libro, pubblicato, che ho spedito a diversi critici per farlo recensire e nessuno ci ha poi scritto neanche una mezza riga su nessun giornale. Dopo l’ho spedito a gente che conoscevo e vigliacca una volta se m’han detto qualcosa al riguardo, spariti tutti dalla circolazione. Anche una signora di La Spezia, che dirige il cosiddetto Parco Montale, si era raccomandata che le mandassi il mio libro perché lo voleva assolutamente leggere, vigliacco se m’ha scritto una mezza cartolina per dirmi che l’aveva ricevuto. Sparita anche lei dalla circolazione. Così, qualche tempo dopo, c’eran delle persone che mi venivano a cercare a tutte le ore del giorno che io non potevo compatire, gli ho detto: venite qua, che ci ho un libro da darvi.

Il rabdomante

venerdì 10 marzo 2017

Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto

Il rabdomante era un uomo alto, tendente alla pinguedine, e vestito di nero, come Nelly e il parroco. Portava in testa un cappello floscio, nero e bisunto, che pendeva un po’ da un lato, e sotto il braccio teneva un pacchetto sottile, avvolto in una carta di giornale. La prima impressione fu: Che persona distinta.
Ma quando comparve alla luce dei fanali di un’auto, si videro in lui segni di deterioramento: occhi scoloriti e sfuggenti, dita ingiallite dalla nicotina, calzoni male assortiti con la giacca, scarpe screpolate sulla punta, guance segnate da un sorriso sempre pronto. Parlava con l’accento cadenzato e melodioso della costa dell’Ovest.
McElwee e l’apprendista di McLaughlin, muovendosi intorno al rabdomante come due accoliti smaniosi, lo condussero all’auto di padre Curran. Il rabdomante aprì la portiera, si tolse il cappello e fece un inchino a Nelly e al parroco. Aveva un riporto di capelli tirato accuratamente da una parte per coprire la calvizie. «Io sono il rabdomante» disse con modesta semplicità.
Padre Curran si piegò dalla parte di Nelly per guardarlo più da vicino.
«Come vi chiamate? Chi è il parroco del vostro paese?»
Il rabdomante ignorò le domande e si rivolse a Nelly: «Avrò bisogno di una cosa che apparteneva a vostro marito, qualcosa che sia stato a contatto con la sua persona: una cravatta, un fazzoletto, un…»

[Brian Friel, Tutto in ordine e al suo posto, traduzione e cura di Daniele Benati, Milano, Marcos y Marcos 2017, p. 21]

Dove sono andati a finire

martedì 7 febbraio 2017

Benati Cani dell'inferno

Ma non avevo ancora fatto due passi che ho sentito qualcuno che mi chiamava Ehi Joe! Io mi son voltato anche se quello non era il mio nome e ho visto che dall’altra parte della strada c’era un tipo imbacuccato in un passamontagna che ha cominciato a dire: E tutti quelli là dove sono andati a finire? Cosa fanno adesso? Poi è stato zitto come per aspettare una risposta che evidentemente pretendeva da me, dato che c’ero solo io in quel punto della strada. Dove sono andati a finire tutti quelli là? ha continuato a dire con un tono di voce da cui ora trapelava anche un filo di sarcasmo. Stavolta aveva puntato il braccio verso di me e pareva richiedere una risposta veloce perché non aveva tempo da perdere. Dici a me? gli ho detto. Un po’ mi faceva paura con quel passamontagna che lo rendeva simile a un rapinatore. Dico a te, dico a te, dove sono andati a finire tutti quelli là? Quelli là chi? gli ho detto. Dai che lo sai… tutti quelli là, quand’eri giovane, ti ricordi? dove sono andati a finire adesso? Ma chi? gli ho tornato a chiedere, tu m’hai preso per un altro. Dentro di me però avevo già cominciato a pensare che doveva essere uno squilibrato. Poi s’è tolto il passamontagna e ha detto: Non ti ricordi di me? Io l’ho guardato e non mi ricordavo. E intanto s’era messo a attraversar la strada. Non mi dice niente la tua faccia gli ho detto. E lui: Ma come! Non ti ricordi quando sei venuto a vedere gli scavi del tunnel che c’era un operaio seduto su una tubatura col casco in testa? Non mi ricordo, gli ho detto, che scavi? E lui: Non ti che c’era un operaio seduto su una tubatura che t’ha mandato via? Non mi ricordo. Doveva avermi preso per un altro e gliel’ho tornato a dire ma lui continuava a insistere: Eri venuto a vedere gli scavi del tunnel e un operaio ti voleva spaccar la testa, non ti ricordi? Un operaio seduto su una tubatura. Un operaio che mi voleva spaccar la testa? Non mi risulta. Intanto mi era venuto vicino e sentivo che puzzava di vodka. Il troppo bere lo aveva fatto diventar strabico e quando ha riaperto la bocca mi sembrava che stesse parlando con un altro. E allora dove sono andati a finire tutti quelli là? a tornato a dire, dove sono andati a finire tutti quei filosofi e quei poeti di tanti anni fa?

[Daniele Benati, Cani dell’inferno, Milano, Feltrinelli, pp. 84-85]