Dove si è nati

giovedì 5 agosto 2010

zavattini

Ci si può innamorare
dappertutto
ma dove si è nati
di più
Quando ha alzato gli occhi
e mi ha detto di sì
invece di baciarla
son stato lì a guardarla.

[Cesare Zavattini, A vrés, cit. p. 144]

Certe parole

mercoledì 4 agosto 2010

zavattini

Certe parole in dialetto
mi piacciono
quasi come le donne

[Cesare Zavattini, A vrès, cit., p. 121]

La pianura

martedì 3 agosto 2010

zavattini

È un segno dritto
con il lapis
sopra un foglio di carta

Prendete un foglio di carta e un lapis
fate un segno dritto
è la pianura

[Cesare Zavattini, A vrés, cit. p. 144]

7 luglio

lunedì 2 agosto 2010

zavattini

Sono dalle parti dove il sette luglio
hanno ammazzato quei cittadini.
La notte dopo venendo da Roma
andai in piazza a vedere.
Saranno state le quattro.
Sotto i portici vuoti
ai piedi di un pilastro
dei nastri tricolori
mucchietti di fiori
nei punti in cui a un tratto un grido di dolore
forse neppure quello
cambiò in morti cinque arzàn testa quadra.
Andavano anche loro in bicicletta.
Da noi si è vecchi solo il giorno
che non si può alzare la gamba sopra il sellino.
Tre guardie parlottavano vicino alla Banca d’Italia.
Era con me il padrone del tassì.
Nello spostarci da Farioli a Reverberi
a Ovidio a Tondelli a Serri Marino
due o tre parole in dialetto
i passi sul ghiaietto
quando dall’asfalto entravamo nel Giardino Pubblico
sono stati i rumori dell’ora.
Venne l’alba con le rondini nere.
Mi pareva che il cuore sapesse ormai
per chi doveva battere
il resto della vita.

[Cesare Zavattini, A vrès, Suzzara, Bottazzi 1986, pp. 103-104 (l’ho letta oggi, primo agosto, non l’avevo mai vista, o se l’avevo vista non l’avevo capita)]

Come si saluta

mercoledì 28 aprile 2010

zavattini

A vedere come la gente si saluta
mi viene un dubbio: sulla faccia della terra
d’esserci solo io bugiardo.

[Cesare Zavattini, A vrès, Suzzara, Bottazzi 1986, p. 115]

Talmente noi

lunedì 19 ottobre 2009

m833nonlibro

Di Zavattini, l’ho già scritto anche qualche altra volta, ho l’impressione di non saper niente. Ma non perché io non ne so niente, perché lui ha scritto tanta di quella roba che saper tutto, aver letto tutto, aver visto tutto, aver ascoltato tutto, di quel che ha fatto lui, delle volte anche senza firmarlo, certi soggetti cinematografici, dicono, certe sceneggiature, essere, come si dovrebbe, documentati, essere degli specialisti, di Zavattini, è un mestiere, faticosissimo, è un autore che non conviene, sceglierlo, per far delle tesi, per fare dei dottorati, per scriverci su dei libri; meglio dedicarsi, non so, allo scrittore russo Venedikt Erofeev, che di film non ne ha mai scritti nella sua vita ha scritto praticamente solo due romanzi uno dei quali, sulla vita di Šostakovič, se non ricordo male, l’ha perso nella metropolitanta di Mosca prima ancora che fosse stampato, ne resta uno, basta leggere quello, è un romanzo anche corto, dopo averlo letto uno può già dire di essere uno specialista, di Erofeev, oppure se no scegliere un evangelista, non so, san Marco, che dev’essere anche il vangelo più corto, uno legge tre volte il vangelo di San Marco, sceglie un atteggiamento critico di formalismo duro (Tutto quel che si deve sapere lo si trova nel testo), be’, in un certo senzo, senza voler esagerare, uno può dire che nel giro di quattro cinque ore lui è già diventato uno specialista di San Marco, con Zavattini, altro che quattro cinque ore, solo per radunare l’opera omnia ci voglion degli anni, e poi sono delle robe anche tutte diverse, bisogna intendersi di prosa, di poesia, di pittura, di cinema, di radio, e del contrario di tutto, di non prosa, di non poesia, di non pittura, di non cinema, di non radio, che, da un certo punto di vista, per un critico, veramente, Zavattini è una specie di condanna, ma da un altro punto di vista, proprio questo aspetto, le non cose, secondo me sono tra le cose più interessanti delle quali uno si possa occupare, al giorno d’oggi, ammesso che ci sia un giorno d’oggi. Continua a leggere »

Un paese

martedì 6 ottobre 2009

un-paese

Ogni anno vado a trovare padre Pio. Ero in collera con mia sorella, dal tempo della morte di mio padre; poi, quando ho parlato con padre Pio, ho sentito dentro una cosa e le ho scritto una cartolina: saluti.

[Un paese. Testo di Cesare Zavattini, fotografie di Paul Strand, Torino, Einaudi 1950, p. 44]

Hollywood – 29 aprile 1966

lunedì 22 giugno 2009

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All’una arrivai puntuale al banchetto. De Sica tardò venti minuti e si prese ugualmente gli applausi. Un columnist mi rivolse la domanda tradizionale: «Per lavorare insieme tanti anni, De Sica e lei, qualche cosa avete in comune. Che cosa?». Risposi tra i lampi dei fotografi: «La presunzione. Ciascuno di noi due crede in cuor suo di essere l’elemento determinante del successo dei film».

[Paolo Nuzzi, Ottavio Iemma, De Sica & Zavattini. Parliamo tanto di noi, Roma, Editori riuniti 1997, p. 9]

Più disco

martedì 2 giugno 2009

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A settembre dovrebbe uscire, per la collana fuori formato della casa editrice Le Lettere, una riedizione del Non libro più disco, di Cesare Zavattini, a cura di Stefania Parigi.
Mi hanno chiesto una specie di postfazione, allora ho riletto il Non libro, e ci ho ritrovato diverse cose che mi ero dimenticato, come per esempio questa:

E se fossi destinato a essere soltanto un artista? Mi si accappona la pelle.

Oppure questa:

Papa, inventa, fai qualcosa di inatteso, bestemmia e mi converto, bestemmia o ti percuoto.

O anche questa:

Che minuto, ieri, seduto in poltrona che sapevo ancora di caffè.

Pantaleone

venerdì 15 maggio 2009

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Sono e mi chiamo Ivo Spaggiari, in arte Pantaleone, nato a Pratofontana di Reggio Emilia. Una sera del gennaio 1977, in occasione della serata conclusiva del Premio nazionale dei naïf, il signor Sindaco di Luzzara Fausto Alberini mi telefonò dicendomi di andare a prendere alla stazione ferroviaria di Reggio una giornalista del «Carlino», che doveva partecipare alla cena presso il Ristorante pizzeria da Dino, presente Cesare Zavattini. Mi disse che potevo partecipare anch’io con la fisarmonica.
Andai subito in garage a prendere la mia Millecinque a metano, ma dovetti passare prima dal carrozzaio per sistemare un parafango. Il carrozzaio (al quale diedi un mio quadro per ricompensa), forse inavvertitamente fece un buco nella parte destra della guida. Si vede che aveva forato un tubo, infatti uscì un getto che riempì d’acqua una scarpa della giornalista. Lei rideva vedendomi disperato. Alla cena mi dissero di suonare con la fisarmonica e di cantare l’inno dei naïf da me composto, ma ero talmente emozionato per la presenza di Zavattini, che non riuscivo a muovere le dita sulla tastiera. Allora la giornalista mi portò un bicchiere di grappa e incominciai a suonare andando avanti per più di mezz’ora, mentre tutti ridevano. Alla fine della cena tutti andavano da Zavattini per avere l’autografo. Volevo andare anch’io ma non avevo il coraggio. Venne allora la giornalista che mi prese per mano e mi portò davanti a lui. Gli diedi da firmare la pagina del catalogo della mostra dove era stampato un mio quadro intitolato La potenza di Zavattini. Lui, prima della firma, scrisse: «Pantaleone, liberati di Zavattini».

[Alfredo Gianolio, Pedinando Zavattini, Reggio Emilia, Diabasis 2004, p. 65]