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sabato 7 giugno 2014

ripellino
 

 

 

 

È appunto l’infantilismo ripetitore e sconnesso, che sbanda di palo in frasca e che muta a ogni passo il tempo dei verbi, è appunto l’astuta innocenza, la novità geniale nell’arte di Chlébnikov. Come il consigliere Crespel di Hoffmann, che si divertiva a sminuzzare violini, così Chlébnikov, ligi alla strategia dell’iterazione, con insistenza grafomane sbriciola le metafore , ridisponendone i pezzi in incastri diversi, come un giuoco di cubi puerili. L’effetto che consegue dall’ossessivo ripetersi delle molecole di una metafora in molteplici aggregazioni assomiglia a quello di alcune sequele iterative di immagini di artisti Pop.
I procedimenti e le aspirazioni di Chlébnikov hanno radici nella pittura moderna: molte delle sue pagine non si spiegherebbero senza metterne in luce il rapporto coi trucchi di Tatlin, Filonov, Malevič. Del resto tutta la scuola cubofuturistica russa anelò di introdurre in poesia gli espedienti e i colori delle nuove tendenze pittoriche.
Fra tutti i futuristi Velimir è però il più sfuggente e il più misterioso. Attraversa quegli anni di soqquadro e tormenta, solitario, randagio, in disparte.

[Angelo Maria Ripellino, Alla scoperta di Chlébnikov, in Saggi in forma di ballate, Torino, Einaudi 1978, p. 151-152]