Tre mi ricordo

lunedì 7 Marzo 2016

MI RICORDO
quando non mi facevo abbattere, mi lamentavo, ma non mi abbattevo mica,
confidando in momenti migliori,
che non sono mai arrivati.

MI RICORDO
vicino al chiosco di piadina della cavallerizza, che il chiosco non c’era ancora, la casa della gattara, la cavallerizza invece c’era ma non come oggi; io me la ricordo la gattara, piccola, esile, vecchia per me bambina, i capelli cotonati e arruffati, le sopracciglia disegnate, tutti dicevano che era una strega o una pazza o una donna ciòsa, poco pulita; la casa era una casa a un solo piano, di colore chiaro, normale da fuori, ma lei ci teneva i gatti, tutti i gatti che passavano di lì, lei li ospitava. Un giorno lei sparì, forse morì o forse fu ricoverata in qualche istituto; la casa già vecchia andò in rovina, ma dentro, dentro c’erano ancora loro, ne vidi uno contro la luce di una finestrella che urlava, ruggiva quasi, l’odore era acre, mia nonna mi diceva di fare attenzione, noi eravamo entrate a dispetto del cartello di divieto fuori, io avevo tanto insistito, ma non avevo paura o forse sì e quella paura rendeva il luogo ancora più intenso, un luogo carico della sua presenza, della gattara, perchè i gatti, tanti, che si muovevano nella penombra, guardinghi, arrabbiati, erano lì per lei, la cercavano, la chiamavano, la stavano aspettando, la gattara. E’ da questo momento che sono stata conquistata dai gatti e che ho percepito che loro non appartengono a nessuno, non siamo noi che possiediamo i gatti, sono loro che scelgono e possiedono i luoghi e noi.

MI RICORDO che, tanti e tanti anni fa, ero in attesa di entrare a uno spettacolo del festival di Santarcangelo, con me c’erano altre 2-3 persone con cui si parlava di teatro, quando vidi comparire una delle fondatrici di una compagnia che seguivo assiduamente, Claudia C.. Io volevo fare teatro, ma senza sapere come e cosa volesse dire, e una delle persone lì con me mi incitò, mi incitò a cogliere l’occasione e a fare una richiesta, e andai. Lei, alta, molto alta, appoggiata a una parete, vestita di nero, gli occhi decisi, senza incertezze incorniciati da capelli bianco grigi puntati dietro, un filo di rossetto rosso sulle labbra sottili, parlava ad alcune giovani ragazze. Mi avvicinai e le chiesi, balbettando, agitata, se stava progettando un laboratorio di formazione e se mi sarei potuta candidare. Lei mi guardò, ma neanche tanto, posando poi lo sguardo preciso su qualcosa oltre me, e rapida rispose che, alla mia età, no, era ora che facessi io, che fondassi qualcosa di mio. Ricordo anche l’imbarazzo malcelato di una delle ragazze presenti, la nipote, credo, che accennò un sorriso. Ora quando, in qualche festival, seguo qualche suo intervento pubblico, o alcuni suoi lavori, li apprezzo intellettualmente, noto la perfezione tecnica, ma provo sempre un disagio, un senso di freddo, di gelo, il gelo delle emozioni, del cuore. Non posso che ringraziarla per quella sua risposta, il nostro non sarebbe stato un incontro proficuo.

[Questi tre Mi ricordo sono parte di un esercizio di Sabrina dentro la Scuola elementare di scrittura emiliana e di letteratura russa che stiamo facendo a Bologna all’Atelier Sì]