Mio caro

lunedì 25 Ottobre 2010

Una volta, in tempi assai lontani, si intendeva così la cosa: se qualcuno voleva essere maestro del Cristianesimo, si esigeva da lui che egli desse, per garanzia di ciò che insegnava, la sua vita. Ora si è ben lontani da ciò. Il mondo è divenuto più astuto e più serio; esso ha imparato a disprezzare l’elemento personale come alcunché di miserabile e vano e a stimar solo ciò che ha valore obbiettivo. Ora si esige che la vita del maestro offra garanzia che tutto ciò che egli dice siano belle frasi, discorsi drammatici, conversazioni piacevoli, insomma un qualcosa di positivamente obbiettivo.

Ecco alcuni esempi: Se tu vuoi parlare del fatto che il Cristianesimo (quello del Nuovo Testamento) preferisce la castità al matrimonio, e se tu stesso non sei sposato, mio caro, questo non è un discorso fatto per te.
La Comunità potrebbe prendere la cosa sul serio, inquietarsene, sentirsi offesa che tu metta in gioco, in un modo così sconveniente, la tua persona. No, non c’è alcuna possibilità che tu abbia a parlare di questo argomento in modo serio e soddisfacente per la Comunità. Ma se tu hai seppellito la tua prima moglie ed hai vissuto con la seconda un certo tempo, ecco è venuto il tempo che tu compaia innanzi alla comunità e insegni e testimoni che il Cristianesimo ha una netta preferenza per la vita in castità. Giacché la tua replicata costanza nel matrimonio garantisce che sono frasi e discorsi vuoti di senso quelli che tu vai facendo, o, come suol dirsi, idee “interessanti”. Già, e come interessanti. Poiché, come il matrimonio vien preservato dalla noia e diviene interessante se la donna e l’uomo si ingannano reciprocamente, così anche il Vero diviene interessante, enormemente interessante, se ci si lascia prendere, commuovere, incantare da lui, ma poi, naturalmente, si fa proprio il contrario, con la piena garanzia che tutto va bene così.

Se tu vuoi esporre l’idea che il Cristianesimo insegna a disprezzare i titoli, gli onori e tutte le altre cianfrusaglie e tu non possiedi né titoli né onori, mio caro, questo non è argomento di cui tu debba parlare. Infatti la Comunità potrebbe credere che tu parli seriamente, potrebbe essere male impressionata dalla sconvenienza di portare così in primo piano la tua persona. No, aspetta che tu stesso ti sia procacciato una lunga serie di titoli onorifici, che tu anzi ne abbia una tal sequela da no saper più neppure quali siano: allora è il tempo di presentarsi, di predicare, di “testimoniare”, e tu certamente potrai far soddisfatta la comunità. Giacché ora la tua vita dà piena garanzia che si tratta solo di una commedia, di un interessante passatempo domenicale.

Se tu vuoi insegnare che il Cristianesimo deve essere predicato in povertà e che questa è la vera predicazione del Cristianesimo, e se tu sei alla lettera un povero diavolo: mio caro, tu non sei indicato a parlare di ciò. La Comunità potrebbe credere che tu parli sul serio, essa si potrebbe inquietare, affliggere, perdere il buon umore e sentirsi spiacevolmente colpita dal fatto che la povertà ti abbia spinto sino a questo punto. No, prima trovati un buon posto, e quando tu l’abbia tenuto per un tempo sufficiente a poter aspirare ad uno migliore, allora ecco giunto il tempo opportuno per presentarti alla Comunità, predicare e far testimonianza; allora certo parlerai con soddisfazione generale, poiché la tua vita dà ora piena garanzia che tutto questo è un gioco, a cui uomini seri si permettono qualche volta di assistere nel teatro od in chiesa, per cui essi si rallegrano e prendono nuove forze per guadagnar denaro.

[Sören Kierkegaard, L’istnate, in Diario, cit., pp. 74-76]