L’italiano

sabato 21 Settembre 2013

bichsel, quando sapevamo aspettare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualcuno un giorno mi ha raccontato del suo anziano suocero, uno svizzero che per anni aveva lavorato nei cantieri. La famiglia lo aveva portato in vacanza in un paesino toscano. Il suocero non era mai stato in Italia, ma l’Italia non gli era del tutto sconosciuta. Nei cantieri in cui aveva lavorato, in Svizzera, era sempre un po’ in Italia, un po’ in Spagna, in Jugoslavia, in Turchia, e così il primo giorno era subito andato al bar del paese, ma poco dopo era tornato sconvolto. «Qui non c’è nessuno che parla l’italiano», aveva detto, perché lui era convinto di sapere l’italiano. Ma evidentemente il suo italiano non era italiano. Era solo una lingua usata per capirsi nei suoi cantieri (un misto, forse, di tutte le lingue che si parlavano lì, non italiano, non spagnolo o croato, soltanto una lingua che si era imposta, che non bisognava studiare e che non era stata inventata da nessuno) una lingua che si era imposta perché ci si voleva capire. Ma il suocero aveva comunque molto esercizio nell’accettare la lingua che s’impone lì per lì, e nel giro di una settimana si era imposta un’altra lingua e lui capiva e si faceva capire da tutti nel baretto, anche se continuava a soprenderlo il fatto che gli italiani, stranamente, non parlassero italiano.

[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, Comma 22 2011, p. 71]