In seguito

sabato 11 Dicembre 2010

Quando, in seguito, Švejk si trovò a descrivere la vita all’interno del manicomio, lo fece sempre in maniera straordinariamente elogiativa: «Davvero non capisco perché i matti si arrabbiano tanto se li trattengono là dentro. Lì uno se ne può strisciare nudo sul pavimento, può ululare come uno sciacallo, può dare in escandescenze e distribuire morsi a destra e a manca. Se uno queste cose qui le facesse passeggiando al Corso, la gente se ne stupirebbe, mentre lì è la cosa più normale a questo mondo. Laggiù c’è una libertà che neanche i socialisti se la sono mai neanche sognata. Lì uno può dire di essere domineddio o la Vergine Maria o il papa o il re d’Inghilterra o sua maestà l’imperatore o san Venceslao, anche se l’ultimo che ho detto se ne stava sempre legato come un salame, tutto nudo, e lo tenevano lungo disteso in isolamento. E c’era poi anche uno che urlava di essere un arcivescovo, e non faceva altro che mangiare e poi – con rispetto parlando – faceva un’altra cosa ancora, che – come ben sapete – con quella ci fa rima, ma lì nessuno se ne vergogna. Un altro diceva addirittura di essere san Cirllo e Metodio, per poter ricevere una doppia razione di cibo. E un altro signore ancora, lì era incinto, e invitava tutti al futuro battesimo /…/ Il più furioso di tutti era un signore che si spacciava per il sedicesimo volume del Dizionario enciclopedico dell’editore Otto, e pregava chiunque di aprirlo e di trovargli la voce “Macchine per lavori di cartonaggio” perché altrimenti lui era perduto».

[Jaroslav Hašek, Le vicende del bravo soldato Švejk, cit., p. 42-43]