In autobus

venerdì 20 Settembre 2013

bichsel, quando sapevamo aspettare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In autobus, seduti dietro di me, ci sono due giovanotti e parlano molto animatamente. Non riesco a capire se il tono alto della loro conversazione sia dovuto a un litigio o all’entusiasmo comune per qualcosa, per una marca di automobili per esempio, per un pugile o per la squadra nazionale di non so che disciplina sportiva o se non sia semplicemente una chiacchierata cordiale, che avviene con l’impeto che sono soliti usare loro per esprimere l’amicizia.
Non conosco la loro lingua. E non li ho notati quando sono salito. Mi limito ad ascoltare la loro lingua e cerco di immaginarmeli: capelli scuri, cappellino da baseball messo al contrario e jeans di qualche misura di troppo, e solo per verificare se la mia immagine corrisponde o meno alla realtà, mi giro e incrocio lo sguardo di uno dei due e lui respinge il mio sguardo: fatti gli affari tuoi.
Il loro aspetto è esattamente quello che avevo immaginato; e solo per imbarazzo chiedo: «Che lingua parlate?». E uno dei due in tono molto brusco risponde: «Arabo», e non so se la risposta irruente segnali semplicemente l’orgoglio o di nuovo quel: fatti-gli-affari-tuoi. Dico: «Che bella lingua», e mi guardando senza indulgenza. Mi rigiro in avanti.
Siccome scendiamo alla stessa fermata, uno dei due mi guarda raggiante e con un forte accento bernese mi dice: «E poi parliamo anche lo svizzero-tedesco».

[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, Comma 22 2011, p. 70]