Brodskij

lunedì 22 Novembre 2010

Anche se per un uomo di madrelingua russa i discorsi sul male politico sono tanto naturali quanto la digestione, qui vorrei cambiare argomento. I discorsi sull’ovvio hanno il difetto di essere troppo facili e di corrompere la coscienza con la loro facilità, con la rapidità con cui ti danno un conforto morale, la sensazione di essere nel giusto. In questo sta la loro seduzione, simile nella sostanza alla seduzione esercitata da un riformatore sociale che questo male lo genera. La coscienza di questa seduzione e il rifiuto di cedere alla tentazione sono responsabili in un certo grado del destino di molti miei contemporanei, e sono responsabili della letteratura scaturita dalle loro penne. Questa letteratura non è stata né una fuga dalla storia, né un soffocamento della memoria, come potrebbe sembrare dall’esterno. «Come si può fare poesia dopo Auschwitz?» si domandava Adorno; e chi conosce la storia russa può ripetere la stessa domanda, cambiando solo il nome del Lager – e ripeterla forse con più ampie giustificazioni, dal momento che le vittime dei campi di Stalin sono di gran lunga più numerose di quelle dei campi nazisti. «E come si può fare colazione?» ha ribattuto il poeta americano Mark Strand. In ogni caso, la generazione alla quale appartengo si è dimostrata capace di scrivere ancora poesia.

[Iosif Brodskij, Dall’esilio, cit. pp. 56-57]