Oggi parliamo di politica

giovedì 12 Ottobre 2023

C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza. Ed era così già alle superiori. Solo gli alunni più palesemente disturbati si proponevano per fare i rappresentanti di classe.

Kurt Vonnegut

[oggi, a Bologna, presentiamo, con Antonio Funiciello e Alessandra Sardoni, Leader per forza, Rizzoli, di Antonio Funiciello, alle 18 e 30, alla biblioteca dell’Archiginnasio, e parliamo di politica (organizza Pandora Rivista)]

Errico Malatesta (1853-1932)

giovedì 9 Febbraio 2023

Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione

[Errico Malatesta, Un peu de théorie, in Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani, Milano, Rizzoli 1974, p. 283]

Una maledizione

martedì 12 Giugno 2018

Che non possa più bersi un bicchierino di vodka la mattina, il cane!

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, p. 144]

Rastrellus

mercoledì 30 Maggio 2018

E uno degli ospiti… Be’, quello poi era un signorotto tale che te lo vedevi subito nei panni di un assessore o di un giudice. Capitava che mettesse davanti a sé un dito e, guardandone la punta, attaccasse a raccontare, ma in maniera così lambiccata e astrusa, che pareva un libro stampato! Certe volte ascoltavi, ascoltavi, e ti assaliva il dubbio. Non ci capivi un acca, neanche a morire. Dove sarà andato a pescarle, certe parole! Foma Grigor’evič una volta a questo proposito gli inventò un bell’apologo; gli raccontò di uno scolaro che dopo aver imparato a leggere e scrivere da un chierico, tornò dal padre e divenne un tale latinista che dimenticò perfino la nostra lingua ortodossa. Tutte le parole le faceva finire in «us». La vanga per lui era vangus, la donna donnus. Ecco, una volta accadde che andò nel campo insieme al padre. Il latinista vide un rastrello e domandò al padre: «Papà, come lo chiamate questo, voialtri?». E, con la testa tra le nuvole, salì col piede sui denti del rastrello. Il padre non fece in tempo a rispondergli, che il manico si drizzò di slancio e – bang sulla fronte. «Maledetto rastrello!» gridò lo studente, portandosi la mano alla fronte e facendo un salto di un metro «Che male che fa! che il diavolo spinga suo padre giù dal ponte!» Hai capito! Si era ricordato anche il nome, il cocco di mamma! Tale apologo non andò a genio al ricercato narratore. Senza dire una parola, si alzò dal suo posto, si piantò a gambe larghe in mezzo alla stanza, piegò un po’ la testa in avanti, infilò la mano nella tasca posteriore del suo caffetano verde pisello, ne estrasse una tabacchiera rotonda laccata, diede un colpetto col dito sul muso di non so che generale busurmano che ne ornava il coperchio, e raccolta una notevole presa di tabacco tritato con cenere e foglie di levistico, se la portò al naso col braccio a bilanciere e col naso aspirò al volo tutto il mucchietto, senza neppure sfiorare il pollice, – e tutto senza una parola; ma quando ebbe infilato la mano nell’altra tasca e ne ebbe tratto un fazzoletto di cotone azzurro a quadri, solo allora borbottò fra sé qualcosa di simile al detto: «Non gettate le perle ai porci»… “Adesso ci sarà una lite” pensai, notando che le dita di Foma Grigor’evič si preparavano a far marameo. Fortunatamente, la mia vecchia ebbe l’ispirazione di mettere in tavola una focaccia calda col burro. Tutti si misero all’opera. La mano di Foma Grigor’evič, invece di fare un gestaccio, si protese verso la focaccia e, come sempre accade, cominciarono i complimenti all’abile padrona di casa.

[Nikolaj Gogol’, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, traduzione di Emanuela Guercetti, Milano, Rizzoli 2016, pp. 23-24]

Per carità

lunedì 2 Aprile 2018

«Così, l’hanno molto tormentata?» aveva chiesto Woland.
«Oh, no, Messere», aveva risposto Margherita con voce appena percettibile.
«Noblesse oblige» aveva commentato il gatto e aveva allungato a Margherita un calice pieno di liquido trasparente.
«È vodka?» aveva chiesto piano Margherita.
Il gatto, offeso, era saltato sulla sedia.
«Per carità, regina» aveva gracidato. «Le sembra che mi sarei permesso di offrire della vodka a una signora? È alcool puro».

Il realismo di Gogol’

lunedì 5 Marzo 2018

Alla polizia fu impartito l’ordine di catturare il morto, e di punirlo nel modo più severo, in modo che servisse da esempio, e per poco non ci riuscirono, persino. Proprio il poliziotto che stava presso un caseggiato della via Kirjusšnik, aveva già completamente afferrato il morto per il colletto, nello stesso luogo del delito, colto in flagrante mentre tentava di strappare un cappotto di panno di frisia a un musicante in pensione, che a suo tempo aveva suonato il flauto.

[Gogol’, Il cappotto, traduzione di Eridano Bazzarelli, Milano, Rizzoli 1987 (2), p. 159]

Piangere

martedì 17 Ottobre 2017

«La corsa è ciò che mi aiuta a tener duro» ci dice. «Correre mi ha insegnato che nella vita, se lo vuoi, non si finisce mai. Quando vedo qualcuno che piange perché non ha vinto, perché è arrivato secondo, io mi sento di dirgli che non bisogna piangere quando si perde. Quando si perde bisogna riflettere e cercare di capire dove si è sbagliato. È quando si arriva primi che si può piangere»

[Biagio D’Angelo, Non ci resta che correre, Milano, Rizzoli 2017, p. 37]

Gassoso

lunedì 10 Ottobre 2016

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E non venga il giorno in cui tu possa dire: era meglio in Alvernia,
in quello squallido nido, in quel grigio minimalismo,
nella tua palandrana pagliaccia, disperatissimo.
Non ci sarà Papageno a tener desti i tuoi rami,
perché diano acerbi frutti dalle profonde ferite.
E soprattutto non piangere, non affliggere gli altri,
piccolo eroe di provincia, fakiro gassoso.

[Angelo Maria Ripellino, La fortezza di Alvernia e altre poesie, Milano, Rizzoli 1967, p. 58]

L’avverbio si fa sostantivo

martedì 6 Settembre 2016

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«Nonostante» è il«Leitwort» del poema: l’avverbio si fa sostantivo, a indicare noi tutti che, contrassegnati da un numero, sbilenchi, gualciti, piegati da raffiche, opponevamo la nostra caparbietà all’insolenza del male.

[Angelo Maria Ripellino, La fortezza di Alvernia e altre poesie, Milano, Rizzoli 1967, p. 129]

Una visita inopportuna

domenica 3 Gennaio 2016

ripellino 2

Venne da me l’Epilogo, e posò
il nero cappello sul mio tavolo.
Finse di chiamarsi Rustavièli,
ma aveva i piedini di vetro,
un fratello del nonostante di ieri.
Ah, il suo guarnello di fumo, i suoi ceri,
il suo fare esequiale, con piccole arcadie, la sagrestia degli inchini, la faccia batràcica.

Signor Epilogo, gli dissi con circospezione:
non c’è bisogno di voi, non occorre sipario.
Non alzate la perfida tabella: «Fine»,
non subornate i poeti, perché si tacciano.
Non tutto si spegne nell’ultima pagina
al vostro segnale di fiacca e di morte. Mettete
spalliere di spadaccini all’intorno
e folle di volpi e pedanti e gendarmi. A che serve.
I versi continuano oltre la fine. Si sciolgono
in nuvole, in musiche, in lacrime, in sangue.

[Angelo Maria Ripellino, La fortezza d’Alvernia, Milano, Rizzoli 1967, p. 87]