Integrazione?

martedì 16 Luglio 2013

bichsel, quando sapevamo aspettare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Integrazione? Perché quando si parla di questo argomento mi viene sempre in mente quel vecchissimo musicista jazz americano che durante un concerto a Willisau si lamentò di non essere mai stato seduto su un melo? Il giorno dopo, chiamando, per maggior sicurezza, i pompieri con una scala, lo fecero salire sul melo più grande che c’era nei dintorni. E lui rimase lì, seduto, ed era felice.

[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, Comma 22 2011, p. 45]

Ricchi e poveri

domenica 16 Giugno 2013

bichsel, quando sapevamo aspettare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesso mi capita di non sapere se gli esseri umani mi piacciono o no, ma di una cosa sono certo, che mi piacciono i loro rumori. Mi piacciono le loro voci, mi piacciono le loro lingue, il loro gridare e sussurrare. Mi piacciono i rumori che fanno con le mani, con gli attrezzi, i macchinari e persino il suono di un martello pneumatico mi piace di più del silenzio assoluto. Preferisco una stanza d’albergo rumorosa a quella tranquilla che dà su un orribile o – peggio ancora – curato cortile interno. Ho bisogno dei rumori per addormentarmi e ho bisogno dei rumori per svegliarmi.
Ho bisogno dei rumori per lavorare. Sarà per questo che per scrivere i miei elzeviri prendo il treno. Non per viaggiare, ma solo per star seduto e avere nelle orecchie il rumore del viaggiatore. Mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera.

[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, Comma 22 2011, p. 15]

Non doveva

martedì 11 Giugno 2013

bichsel, il lettore, il narrare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Quando il signor Müller aveva comunicato a Peter Bichsel che aveva vinto il Grande Premio Schiller, il più importante premio letterario svizzero, Peter Bichsel ha scritto una lettera al signor Müller che, tra le altre cose, diceva così:]

E ancora una storia: una volta mi trovavo a Neuchâtel da Dürrenmatt, negli anni Sessanta, lui mi chiese se conoscessi Federspiel; disse che sarebbe arrivato alle due. Vidi così Federspiel per la prima volta. Arrivò con un gran mazzo di fiori, scese giù per il gradino, andò verso Lotti e stava per porgerle i fiori. La signora Dürrenmatt disse: «Oh, signor Federspiel, non doveva!» «Come sarebbe a dire, non dovevo?» esclamò Federspiel e gettò i fiori giù per il pendio. Dürrenmatt si divertì un mondo e Federspiel si voltò verso di me e disse: «Ecco finalmente, allora sei tu Bichsel? Sabato prossimo mi sposo, vuoi venire anche tu?» Lo vidi per la seconda volta quattro giorni dopo, al suo matrimonio ed eravamo già buoni amici.
Raccontare storie ha spesso a che fare, anche in letteratura, con l’imbarazzo. Dunque, caro signor Müller, Lei non doveva! Ma adesso non lo butti via il mio premio, me ne rallegro infatti e il 17 maggio verrò ed entro quella data sarò anche riuscito a ritrovare, almeno in parte, un contegno.

[Peter Bichsel, Il lettore, il narrare, traduzione e cura di Anna Ruchat, Bologna, Comma 22 2012, p. 75]

Tutti noi

giovedì 13 Settembre 2012

Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l’amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse figlia la figlia. Siamo allenati e sappiamo come si affronta il problema: si continua a leggere, prima o poi si capirà.

[Peter Bichsel, Il lettore, il narrare, traduzione di Anna Ruchat, Bologna, Comma 22 2012, p. 37]

Alberi e pipe

martedì 28 Agosto 2012

Quel che René Magritte ha scritto sotto il disegno realistico di una pipa: “Ceci n’est pas une pipe”: “Questa non è una pipa”, uno scrittore dovrebbe scriverlo sotto ognuna delle sue parole. Quando per esempio mette su carta la parola “albero”, dovrebbe subito aggiungere: “Questo non è un albero”, perché la parola “albero” su un foglio di carta bianco non assomiglia per niente a un albero. Sto pensando anche alle lettere tutte sghembe di un bambino di prima elementare, che prova da solo a riscrivere quello che ha imparato e d’improvviso si trova di fronte la parola “albero”. In questo modo ha preso possesso dell’albero più che se lo avesse disegnato, perché grazie alla parola lo ha sottratto completamente al sistema “albero” e lo ha integrato nel sistema lingua. Se si limita a disegnarlo, l’albero, non è un albero nemmeno quello, ma a lui risulterà meno evidente.
Gli psicologi sostengono che una persona completamente muta non sarà in grado di disegnare. Solo la lingua, il sistema-lingua, è in grado di distinguere “tipico” e “atipico”. Il che però significa: chi non conosce la parola “albero” non è in grado di riconoscere nell’albero la tipologia dell’albero. La parola “albero” è un’affermazione importante a proposito di quelli che definiamo “alberi”.

[Peter Bichsel, Il lettore, il narrare, traduzione e cura di Anna Ruchat, Bologna, comma 22 2012, pp. 7-8]

Offerta sonora

mercoledì 8 Giugno 2011

Ho bisogno dei rumori per lavorare. Sarà per questo che per scrivere i miei elezeviri prendo il treno. Non per viaggiare, ma solo per star seduto e avere nelle orecchie il rumore del viaggiatore. Mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera.

Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, cit., p. 15

Quello che serve

sabato 4 Giugno 2011

Il mio caro amico paterno Max, dopo una notte passata a gozzovigliare a Berlino, mi si piazzò davanti e mi spiegò come funziona la vita. Qui vorrei riportare il suo discorso, ma ricordo soltanto che è stato un discorso commovente e grandioso, un grandioso atto unico, e ricordo anche quanto il suo discorso mi avesse colpito. Elencava tutto quello che avrei dovuto avere, oltre a quello che già avevo, per questa vita: una fidanzata, per esempio, magari una tessitrice – sì, aveva detto proprio così, me lo ricordo bene – e poi anche una macchina da scrivere ultra leggera per i viaggi, così Max era andato nell’altra stanza e aveva preso una macchina da scrivere e me la voleva assolutamente regalare. Dopo di che era andato a prendere una cartelletta e mi voleva regalare anche quella, e ben presto era arrivato con le cose più improbabili, penne stilografiche, seggiolini pieghevoli, termos, una torcia di ottima qualità, un atlante astronomico, e mi voleva regalare ogni cosa, e altro ancora. E per tutto quel tempo, per ore intere, io me ne ero rimasto lì, in silenzio, e avevo ascoltato il suo discorso con lo stupore che avrei provato guardando lo spettacolo di un grande attore o di un pagliaccio. Ma i regali no, quelli li rifiutavo con cortesia e loquacità, dicevo di avercela già una macchina da scrivere uguale a quella, anche un termos, e che l’atlante astronomico me l’aveva già regalato lui, anni prima, inoltre, che tutte quelle cose non me le potevo portare dietro, in aereo, e in Svizzera. Poi mi aveva offerto una casa di vacanza in Engadina, aveva raccontato di un caro amico in Portogallo, che mi avrebbe potuto ospitare, era andato a prendere addirittura una cartina di Lisbona, e mi aveva segnato minuziosamente il percorso che avrei dovuto seguire il primo giorno per farmi un’idea della città, mi aveva poi spiegato dove avrei dovuto bere il caffè e in quale bar con i tavolini che davano sulla strada, avrei potuto bere, più tardi, un bicchiere di rosso.
E poi, il bagliore del nuovo giorno entrava ormai dalla finestra, era tornato nell’altra stanza, era rimasto di là per molto tempo e cominciavo a pensare che fosse andato a dormire, ma alla fine era tornato con una piccola borsa di pelle molto pregiata, l’aveva aperta e mi aveva mostrato tutte le tasche interne, una scomparto per due camice, uno per la carta e per la macchina da scrivere, una tasca per il passaporto e altri documenti e mi aveva detto: «È questa la borsa che ti serve, con questa puoi viaggiare in aereo e andare a New York senza bagagli. Però non te la posso dare, questa serve a me».

[Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, traduzione di Anna Allenbach, Bologna, comma 22 2011, pp. 73-74]