La cosa più stupida

lunedì 10 Gennaio 2022

Non c’è cosa più stupida di una verità inutile. Per esempio che dobbiamo morire. Oppure che questo mondo è corrotto. Come se non sapessimo certe cose.

[Milan Kundera, Jacques e il suo padrone, trad. Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2013]

Il pensiero e la realtà

domenica 7 Agosto 2016

kundera il sipario

All’epoca in cui [Jaromir] John scriveva il suo romanzo [IL mostro a scoppio, il cui protagonista si lamenta per il fatto che sotto le sue finestre passano le automobili, che lui chiama i «mostri a scoppio»], a Praga c’era forse un’automobile ogni cento abitanti o, che so io, ogni mille. E, proprio perché ancora raro, il fenomeno del rumore (rumore dei motori) si manifestava in tutta la sua straordinaria novità. Ne possiamo dedurre una regola generale: la portata esistenziale di un fenomeno sociale si percepisce con la massima intensità non nel momento della sua espansione, ma quando è agli inizi, incomparabilmente più debole di quanto non sarà in futuro. Nitezsche osserva che nel XVI secolo in nessun luogo al mondo la Chiesa era poco corrotta come in Germania, e che proprio per questo vi nacque la Riforma: infatti, solo «gli albori della corruzione erano sentiti come intollerabili». Paragonata a quella di oggi, la burocrazia dell’epoca di Kafka era un bambino innocente; eppure è stato Kafka a scoprirne la mostruosità, che da allora è diventata banale e non interessa più a nessuno. Durante gli anni Sessanta del XX secolo, alcuni brillanti filosofi hanno sottoposto la «società dei consumi» a una critica che col trascorrere degli anni è stata superata dalla realtà in maniera così caricaturale che vi facciamo riferimento non senza un certo imbarazzo. Bisogna infatti ricordare un’altra regola generale: mentre la realtà si ripete senza alcuna vergogna, il pensiero, di fronte alla ripetizione della realtà, finisce sempre per tacere.

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 133-134]

Essere famosi

mercoledì 3 Agosto 2016

kundera il sipario

In Hugoliade, pamphlet contro Victor Hugo, Ionesco, che ha ventisei anni e vive ancora in Romania, scrive «La caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. La caratteristica della biografia di tutti gli uomini è che non hanno voluto o non hanno pensato di essere uomini famosi… Un uomo famoso è rivoltante».

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 105]

La tirannia dei tenori d’opera

mercoledì 27 Luglio 2016

kundera il sipario

La parola «Kitsch» è nata a Monaco verso la metà del XIX secolo e indica lo sciropposo cascame del grande secolo romantico. Ma forse Hermann Broch, che vedeva il rapporto tra il romanticismo e il Kitsch in proporzioni quantitativamente inverse, era più vicino alla verità: a suo giudizio, lo stile dominante del XIX secolo (in Germania e nell’Europa centrale) era il Kitsch, dal quale si discostavano, come fenomeni eccezionali, alcune grandi opere romantiche. Coloro che hanno conosciuto la secolare tirannia del Kitsch (la tirannia dei tenori d’opera) avvertono una particolare irritazione nei confronti del velo rosa gettato sulla realtà, dell’impudica esibizione di un cuore sempre turbato, del «pane sul quale si sia versato del profumo» (Musil); da tempo il Kitsch è diventato un concetto molto preciso nell’Europa centrale, dove rappresenta il male estetico supremo.

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 18-19]

Come la peste

giovedì 21 Luglio 2016

kundera il sipario

Fielding è stato uno dei primi romanzieri in grado di concepire una poetica del romanzo; ciascuna delle diciotto parti di Tom Jones si pare con un capitolo dedicato a una sorta di teoria del romanzo (teoria leggera e amena; perché è così che un romanziere fa teoria: salvaguardando gelosamente il suo linguaggio, rifuggendo come la peste dal gergo degli eruditi).

[Milan Kundera, Il sipario, traduzione di Massimo Rizzante, Milano, Adelphi 2005, pp. 18-19]

Autore, scrittore, romanziere

sabato 16 Luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Il bisogno di usare un’altra parola in luogo di quella più ovvia, più semplice, più neutra (essere – penetrare; andare – camminare; pensare – sferzare) potrebbe essere definito come un riflesso di sinonimizzazione – ed è un riflesso di quasi tutti i traduttori. Possedere una vasta vasta gamma di sinonimi fa parte del «bello stile»; se nello stesso paragrafo del testo originale compare due volta la parola «tristezza», il traduttore, contrariato dalla ripetizione (che considera un oltraggio alla doverosa eleganza stilistica), sarà tentato di tradurre, la seconda volta, con «malinconia». Ma c’è di più: il bisogno di sinonimizzare è ormai così profondamente radicato nell’animo del traduttore che questi opta da subito per un sinonimo: traduce «malinconia» laddove nel testo originale c’è «tristezza», traduce «tristezza» laddove c’è «malinconia».
Ammettiamolo senza ombra di ironia: la situazione del traduttore è estremamente delicata: deve essere fedele all’autore e contemporaneamente rimanere se stesso; come riuscirci? Vuole (che ne sia o no consapevole) infondere nel testo la propria creatività; quindi, come per farsi coraggio, sceglie una parola che apparentemente non tradisce l’autore ma che nonostante ciò è frutto di una sua iniziativa personale. Faccio questa constatazione mentre sto rivedendo la traduzione di un mio breve testo: io scrivo «autore», e il traduttore mette «scrittore»; io scrivo «scrittore», e lui traduce «romanziere»; io scrivo «romanziere», e lui traduce «autore»; se scrivo «verso», traduce «poesia»; se dico «poesia», traduce «poemi».

[Milan Kundera, Postilla sulla sinomizzazione sistematica, in I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), pp. 107-108]

I biografi

sabato 16 Luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

I biografi, che non sanno nulla vita sessuale delle proprie consorti, sono però convinti di conoscere quella di Stendhal o di Faulkner.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 50]

Sospendere il giudizio morale

venerdì 15 Luglio 2016

Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi

Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale. Una morale che si contrappone alla inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti, nel giudicare prima di e senza aver capito. Dal punto di vista della sapienza del romanzo, questa fervida disponibilità a giudicare è la più esecrabile sciocchezza, il peggiore di tutti i mali. Non che il romanziere contesti in assoluto la legittimità del giudizio morale, ma egli si limita a spostarlo oltre i confini del romanzo. Detto questo, siete liberi di condannare Panurge per la sua viltà, di mettere sotto accusa Emma Bovary e Rastignac, sono affari vostri; il romanziere non c’entra.

[Milan Kundera, I testamenti traditi, traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi 2010 (6), p. 17]