La stupidità del critico

giovedì 21 Febbraio 2013

«La stupidità del critico è la sua dote maggiore – dice Giorgio Manganelli –. Guai a chi capisce tutto. Esiste una gloria della stupidità. È il non capire per capire. È come nell’amore. Non si può essere innamorati di tutti. Ci si specializza.»

[Mirella Serri, È letteratura vera se dice bugie, in Giorgio Manganelli, La penombra mentale, a cura di Roberto Deidier, Roma, Editori riuniti 2001, p. 160]

Mi avevano preso in giro

domenica 3 Aprile 2011

Quando hai scoperto di avere questo tipo di rapporto con le parole? Di essere usato da loro in questo modo, di poterle usare in questo modo?

«Me ne sono accoro chiaramente quando mi è capitato di parlare con qualcuno e, ad un certo punto di dirmi: “Toh, ma io penso queste cose?!”. Mi sono trovato di fronte a delle parole bene dette ed era chiaro che le parole mi avevano preso in giro ed era molto divertente scoprire che ero stato usato dalle parole per dirsi e che, ad un certo punto, ero del tutto impropriamente titolare di un agglomerato di parole per cui ho detto: “Mamma mia, che cose penso!”. Alla fine, l’ho enunciato chiaramente: “Io, per sapere cosa penso, devo parlare”.»

[Giorgio Manganelli, intervista di Lea Vergine a Giorgio Manganelli, in La penombra mentale, cit., p. 96]

Scoperte

domenica 22 Agosto 2010

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Ecco, una delle caratteristiche dello scrivere, è la mancanza assoluta di deducibilità. Questo è uno dei motivi per cui è così futile parlare di una storia della letteratura, perché la letteratura è fatta tutto di profezie. E si può fare una storia delle profezie? Ecco un altro caso in cui io so che cosa penso perché ho parlato. Una frase così non l’avevo mai detta.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 196]

I posti dove andiamo

mercoledì 18 Agosto 2010

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In realtà, i posti dove noi andiamo non sono mai i posti dove noi sapevamo di andare. Noi abbiamo programmato un viaggio in posto, arriviamo in un posto che ha lo stesso nome del posto che noi avevamo programmato di visitare, ma quel posto non ha assolutamente niente a che fare col posto che noi avevamo pensato. È un caso di omonimia. Qualunque posto dove noi andiamo è omonimo. Io ho vanamente lottato per farmi mandare nel Paraguay, sicuro che il Paraguay doveva essere una cosa deliziosa. Poi, incidentalmente, sono usciti degli stupendi articoli di Viola sulla “Repubblica” sul Paraguay e ho detto: “Hai visto che avevo ragione che il Paraguay è una chicca?”. Non so se li hai letti. Sono usciti tre articoli sul Paraguay, tra i più belli di Sandro Viola. Ecco, due anni che cerco di andare nel Paraguay o nell’Ecuador. A me piacciono questi posti che non sono centrali. Mi piacciono i posti periferici. Si possono chiamare i posti dove la storia non passa e che quindi sono posti dove si depositano degli strani, non saprei se sedimenti od escrementi, che hanno una certa loro qualità profetica. Per cui, tutto considerato, mi piacerebbe molto andare a New York dove non sono mai stato ma vuoi mettere andare in un paesino del Colorado! Ma neanche! In un paesino all’interno dell’Ecuador! Lì bisogna andare. Lì, tutto ciò che accade, non è stato in nessun modo occupato dall’usucapione della storia. Non ha mai patito l’usucapione della storia. Non è registrabile e quindi gode di una sua losca veridicità e libertà che altrove non puoi sperimentare. Io ho amato molto la Malesia perché è un nome, la Malesia è un paese adorabile e la sua adorabilità è strettamente legata alla sua scarsa verosimiglianza come esistenza. Mi piace molto la periferia. Io sono convinto che il vero centro sia periferico e che il centro ufficiale è una gibigianna giornalistica.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 203]

La cucina italiana

mercoledì 11 Agosto 2010

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La cucina italiana, del resto, non è affatto unitaria. Tra Nord e Sud ci sono grandi differenze. Nel Sud il mangiare è più dionisiaco. Laggiù ci sono spezie eccitanti, per esempio una certa varietà di peperoncino. È tutt’altra cosa dal pepe: lo si trova anche nei paesi arabi. Nell’Italia del Nord è praticamente sconosciuto. La mia – diciamo – vocazione di autodidatta gastronomico verte intorno al peperoncino. Per me ha qualcosa di fortemente magico.
Se lei soffrisse di stati ansiosi – cosa che ovviamente mi auguro non sia –, le consiglio di mangiare peperoncino. Giova incredibilmente, le assicuro. È una cosa che appartiene al mondo gastronomico del Sud, non del Nord. Il modo di mangiare dell’Italia meridionale è un rito in tutto e per tutto privato. Al Nord si tende sempre alla mensa sociale. Se lei guarda un ristorante di Milano poi uno di Roma e poi di Napoli, la cosa le si chiarisce. A Milano, il ristorante ha sempre un che di una ditta o di un’associazione. Lì si incontrano le vittime del lavoro. A Roma nient’affatto, può “portare” qualcosa tutt’al più dal punto di vista psicologico. E questo vale in genere per il Sud, benché il Sud sia povero. In Calabria, ad esempio, ho mangiato cose del tutto insolite, semplici, ma di una pienezza di gusto addirittura magica. È stato affascinante, quasi inquietante. ricordo ancora oggi l’odore di un certo tipo di pomodori. Giù a Roma non li si trova più. Questo pomodoro era l’idea commestibile del sole. Mangiarsi il sole, ecco cos’è.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., pp. 175-176]

Tipo

lunedì 19 Luglio 2010

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Che tipo di scrittore si considera?

Faccio fatica ad accettare il termine di scrittore. Lo ritengo una connotazione eminentemente sindacale. L’unica definizione che accetto è quella di “essere mortale”: una modesta, ragionevole, pretesa. Posso inoltre ammettere di essere un complemento oggetto delle parole.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 133]

Lo star male

domenica 11 Luglio 2010

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Cioè lo star male ha cambiato la sua grammatica. È molto più furbo, è molto più malizioso, è molto più indiretto, è molto più dilatorio, è molto più drastico, è molto più cortese, molto più blando, molto più scarnificante, molto più tatuante, molto più accogliente. Cioè esiste uno star male bruto, che però ti affronta dicendo che è frantumabile; e se tu in qualche modo riesci, non tanto a frantumarlo perché non è possibile frantumarlo, ma sempre col ragionamento di Rabia*, ti metti nella condizione per cui lui si frantumi, ti accorgi che quelle che restano sono delle parole, e queste parole sono ciò che si scrive.

*Nei detti di una teologa musulmana, Rabia – quasi l’ultimo – c’è un peccatore che chiede a Rabia: “Ho molto peccato: se mi pento, Dio mi perdonerà?”. E lei risponde: “No, se Dio ti perdona, tu ti penti”. È stupendo. Ecco, allo stesso modo vorrei rovesciare l’ordine. Lei ha parlato di scelte: le scelte sono quelle di cui noi siamo oggetto, non quelle di cui siamo soggetto. Noi non scegliamo nulla se non – se ci riusciamo – la disponibilità a essere scelti.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 69; 67-68]

Scrittore giovane

venerdì 9 Luglio 2010

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Sì, però mi sembra che a furia di discutere su cosa voglia dire esser giovani, ci siamo dimenticati di chiarire cosa voglie dire essere scrittori. Ed è questo il punto più importante. Lo “scrittore giovane” infatti comincia ad essere davvero uno scrittore solo quando capisce che è impossibile sapere se si è o no scrittori. Ma a quel punto si è già vecchi.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale, cit., p. 167]

Meschino

giovedì 8 Luglio 2010

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E lo scrittore meschino può essere estremamente interessante. Cosa intendo dire con meschinità? Direi, il gusto di qualche cosa di marginale, l’amore per qualche cosa che è marginale e che è amabile solo perché è tale, qualche cosa anche che è infimo. Ecco, io non credo che la letteratura possa vivere senza un qualche commercio con l’infimo. Questo credo che sia permanentemente vero.

[Giorgio Manganelli, La penombra mentale. Interviste e conversazioni 1965-1990, a cura di Roberto Deidier, Roma, Editori Riuniti 2001, p. 187]