Un dramma

sabato 5 Agosto 2017

Quel giorno me ne stavo seduto a godermi il sole su una panchina del parco, e pensavo già a un quarto dramma che cominciava a sdipanarmisi nel cervello. Aveva già il titolo: Das Reich der Zwei, qualcosa come Uno stato a due.
Avrebbe dovuto essere sul reciproco amore tra me e mia moglie. Avrebbe dovuto mostrare come due amanti in un mondo impazzito possono sopravvivere restando fedeli unicamente a uno stato composto da se stessi… una nazione fatta di due persone soltanto.

[Kurt Vonnegut, Madre notte, traduzione di Luigi Ballerini, Milano, SE 1993, pp. 45]

Per ciò che riguarda i miei rapporti con i nazisti

venerdì 4 Agosto 2017

Questo è l’unico dei miei racconti di cui conosca la morale. Non è una morale meravigliosa, non credo; si dà soltanto il caso ch’io sappia di quale morale si tratti: noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere.
La mia esperienza personale con i traffici e gli imbrogli dei nazisti è stato molto limitata. A Indianapolis, la mia città natale, c’era, negli anni Trenta, qualche spregevole e chiassoso fascista d’origine americana; mi ricordo che qualcuno mi passò sottobanco una copia del Protocollo degli anziani di Sion, che avrebbe dovuto essere il piano segreto degli ebrei per la conquista del mondo. E mi ricordo di aver riso alle spalle di una mia zia che per sposare un tedesco tedesco dovette scrivere a Indianapolis per ottenere testimonianza che nelle sue vene non scorreva sangue ebraico. Il sindaco di Indianapolis la conosceva fin dai tempi del liceo e della scuola di ballo e si divertì a riempire di nastri e di sigilli ufficiali i documenti richiesti dai tedeschi, tanto che finirono per sembrare dei trattati di pace del diciottesimo secolo.
Dopo un po’ venne la guerra e io mi ci trovai dentro; fui preso prigioniero ed ebbi modo di vedere un po’ di Germania, dall’interno; intanto la guerra continuava. Ero soldato semplice, esploratore di battaglione, e secondo la convenzione di Ginevra dovevo lavorare per il mantenimento, il che fu un bene, non un male. Non dovetti starmene sempre chiuso in qualche prigione isolata in mezzo alla campagna. Poeti andare in una città, Dresda, e vedere la gente e quel che faceva.
Nella mia squadra di lavoro eravamo circa un centinaio di persone; fummo destinati a una fabbrica che produceva uno sciroppo di malto arricchito di vitamine, per donne incinte. Sapeva di miele diluito mischiato al fumo del noce americano. Era buono. Vorrei averne un po’ adesso. La città era graziosa, tutta ricamata, come Parigi, e la guerra non l’aveva neppure sfiorata. Si trattava probabilmente di una città «aperta», che non poteva essere attaccata, visto che non ospitava né centri di raccolta delle truppe né industrie militari.
Tuttavia la notte del 13 febbraio del 1945, circa ventun anni fa, potenti esplosivi furono sganciati su Dresda da apparecchi inglesi e americani. Non c’erano obiettivi particolari per le bombe. La speranza era di appiccare il fuoco un po’ dappertutto e di costringere i pompieri a starsene rintanati sottoterra.
Poi sui fuochi avviati furono rovesciate centinaia di migliaia di piccole bombe incendiarie, come semi su di una zolla appena rivoltata. Altre bombe furono sganciate per trattenere i pompieri nelle loro tane, e i fuochi poterono ingrandirsi e unirsi l’uno all’altro, e diventare una sola apocalittica fiammata. E in un attimo: tempesta di fuoco. Tra parentesi, fu il più colossale massacro di tutta la storia d’Europa. Ah sì, e allora?
Noi non riuscimmo a vedere il fuoco. Eravamo in un fresco deposito di carne, sotto il mattatoio, insieme con i nostri sei custodi e file e file di mucche, maiali, cavalli, pecore, macellati e squartati. Sentivamo le bombe che saltavano qua e là sopra di noi. Di tanto in tanto cadeva una lieve pioggerella di calcina. Se fossimo saliti a dare un’occhiata, ci saremmo trasformati in altrettanti oggetti caratteristici degli incendi; pezzi accartocciati di legna da ardere lunghi settanta, ottanta centimetri… esseri umani assurdamente piccoli, o, se preferite, colossali cavallette arrostite.
La fabbrica di sciroppo di malto era sparita. Tutto era sparito, tranne le cantine dove 135.000 Hansel e Gretel erano stati cotti al forno come altrettanti omini di pan di zucchero. Sicché fummo messi a lavorare come minatori di cadaveri; sfondavamo i rifugi e ne tiravamo fuori i corpi. Ebbi l’occasione di vedere tedeschi di tutte le età, così come la morte li aveva trovati, di solito con in grembo gli oggetti preziosi. A volte i parenti venivano a vederci scavare. Anche loro erano interessati.
Questo per ciò che riguarda i miei rapporti con i nazisti.
Suppongo che se fossi nato in Germania, sarei stato nazista, e avrei massacrato ebrei, zingari e polacchi, lasciando sporgere i loro stivali dai cumuli di neve, riscaldandomi all’idea della mia segreta virtù. Così è la vita.
C’è un’altra morale, evidente, in fondo a questo racconto, ora che ci penso: quando sei morto, sei morto.
E ancora un’altra me ne viene in mente adesso: fai all’amore quando puoi. Ti fa bene.

Iowa City, 1966

[Kurt Vonnegut, Madre notte, traduzione di Luigi Ballerini, Milano, SE 1993, pp. 11-13]

Siamo animali fatti per danzare

giovedì 19 Febbraio 2015

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Quando siete felici, fateci caso, la raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut appena uscita per minimum fax mi ha fatto venire in mente il quinto degli otto consigli che Vonnegut dà agli aspiranti scrittori in un breve testo intitolato Come scrivere con stile (pubblicato in Benvenuta nella gabbia delle scimmie, edizioni SE, trad. di Franco Garnero), questo: «Lo stile di scrittura per voi più naturale tende a riecheggiare il linguaggio che sentivate da bambini. /…/ lo scrittore cresciuto in Irlanda è davvero fortunato, poiché l’inglese che si parla là è molto divertente e musicale. Io sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune sembra una sega a nastro che taglia lo stagno galvanizzato. /…/ Io stesso trovo che la mia scrittura è molto più convincente quando do l’idea di essere in tutto e per tutto una persona che viene da Indianapolis, che è ciò che sono. Che alternative ho? Quella raccomandata con grande veemenza dagli insegnanti ha senza dubbio assillato anche voi: scrivere come un inglese colto di cento e più anni fa». Continua a leggere »

Un consiglio di Kurt Vonnegut

lunedì 9 Febbraio 2015

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Scrivete una poesia per un amico, anche una pessima poesia.
Scrivetela meglio che potete.
Otterrete una ricompensa enorme.
Avrete creato qualcosa.

[Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso, traduzione di Martina Testa, Roma, minimum fax 2015, p. 106]

Soddisfazioni

domenica 8 Febbraio 2015

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Mark Twain, alla fine di una vita di profondo valore, per la quale non aveva mai ricevuto un premio Nobel, si chiese per quale scopo vivevamo tutti quanti. Tirò fuori cinque parole che lo soddisfacevano. Soddisfano anche me. E dovrebbero soddisfare voi: «La stima dei vostri vicini».

[Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso, traduzione di Martina Testa, Roma, minimum fax 2015, p. 44]

Il suo mestiere

domenica 20 Luglio 2014

Questa settimana la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha detto che «l’uso del linguaggio è una scelta politica, e non è giusto che donne che svolgono un ruolo non debbano avere un riconoscimento di genere anche nelle parole che le definiscono». Cioè, per esempio: se una donna facesse il muratore (che sembra una cosa strana, ma quando son stato in Russia ho visto parecchie donne che lo facevano) non bisognerebbe dire muratore, ma muratrice, se interpreto bene il pensiero della Boldrini. E se una donna facesse il facchino, per esempio, non bisognerebbe dire facchino, ma facchina. E se una donna facesse il becchino, e magari ce ne sono, che lo fanno, non bisognerebbe dire becchino, ma becchina, se interpreto bene il pensiero della Boldrini.

Adesso io, il mio mestiere, quando mi chiedono che mestiere faccio io dico che scrivo del libri, perché non mi suona molto bene la parola scrittore, che è la parola che è scritta nella mia carta d’identità alla voce: professione. Però mi ricordo una scrittrice, della quale adesso mi sfugge il nome, la moglie di quell’attore, lì, come si chiama, Castellitto, che lei, ecco, Margaret Mazzantini, adesso mi son ricordato, ecco lei, la Mazzantini, io l’ho sentita una volta per radio che diceva «Io, come scrittore»; e mi ricordo quand’ero in Russia, nel 1995, c’era un gruppo di studentesse di architettura che dopo tre giorni che ci vedevamo una di loro mi ha detto «se mi chiami ancora una volta architetta ti do un pugno», nel senso che voleva essere chiamata architetto, con la o; allora, mi viene da chiedermi, chi ha ragione, han ragione quella studentessa di architettura e la Mazzantini o ha ragione la Boldrini? E mi vien da rispondermi che non ha ragione nessuno, cioè che han ragione tutti, perché secondo me non c’è un modo giusto e un modo  sbagliato di parlare, tutti i modi son belli, e il più bello di tutti è forse quello più usato, e forse davvero quando si parla val più la pratica della grammatica, come si dice, e l’unica cosa che forse è sbagliata, in questo campo, è dire quel che si può e quel che non si può fare, assumere quell’atteggiamento lì che ha la Boldrini di volere educare gli altri. Io, per quello che conto, e conto pochissimo, dalla Boldrini vorrei che facesse bene il suo mestiere, che è presiedere la camera dei deputati, non che mi venisse a insegnare come parlare, che di parlare ho l’impressione di esser capace anche senza i consigli della Boldrini, che con i suoi interventi da presidente della camera, però, terza carica dello Stato, una cosa buona la fa, secondo me, conferma un’idea dello scrittore americano Kurt Vonnegut, che nel suo libro Un uomo senza patria scrive (nella traduzione di Martina Testa): «C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza. Ed era così già alle superiori. Solo gli alunni più palesemente disturbati si proponevano per fare i rappresentanti di classe».

 

[uscito ieri su Libero]

 

Endorsement

lunedì 17 Febbraio 2014

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C’è un tragico difetto nella nostra preziosa Costituzione, e non so come vi si possa rimediare. È questo: solo gli scoppiati vogliono candidarsi alla presidenza. Ed era così già alle superiori. Solo gli alunni più palesemente disturbati si proponevano per fare i rappresentanti di classe.

[Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, traduzione di Martina Testa, Roma, minimum fax 2006, p. 83]

La gente

mercoledì 18 Dicembre 2013

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Insomma, quella canzone cretina di Barbra Streisand che dice: “La gente che ha bisogno della gente è la gente più fortunata del mondo”, sicuramente parla dei cannibali. Siamo buoni solo da mangiare.

[Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, traduzione di Martina Testa, Roma, minimun fax 2006, p. 97]

Ecco una lezione di scrittura creativa

lunedì 16 Dicembre 2013

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Ecco una lezione di scrittura creativa.
Regola numero uno: non usate il punto e virgola. È un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla. Dimostra soltanto che avete fatto l’università.
E mi rendo conto che alcuni di voi potrebbero avere qualche difficoltà a capire se sto scherzando o dicendo sul serio. Perciò da ora in poi quando scherzo ve lo farà notare espressamente.
Per esempio: arruolatevi nella Guardia Nazionale o nei marines e insegnate la democrazia. Sto scherzando.

[Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, traduzione di Martina Testa, Roma, minimun fax 2006, pp. 69-70]

Adesso Kurt è lassù in cielo

sabato 5 Ottobre 2013

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Sapete cos’è un umanista?
I miei genitori e i miei nonni erano umanisti, ossia quelli che un tempo venivano definiti Liberi Pensatori. Perciò, in quanto umanista, sto onorando i miei antenati, come la Bibbia sostiene che è giusto fare. noi umanisti cerchiamo di comportarci nella maniera più dignitosa, leale e onesta possibile senza aspettarci nessuna ricompensa o punizione in una vita dopo la morte. Mio fratello e mia sorella non credevano nell’aldilà, così come non ci credevano i miei genitori e i miei nonni. Gli bastava sapere che erano vivi. Noi umanisti facciamo del nostro meglio per servire l’unico ente astratto che ci risulta davvero familiare, ossia la nostra comunità.
Io, fra parentesi, sono presidente onorario dell’Associazione Umanista Americana, essendo subentrato in questa carica completamente priva di funzione al defunto Isaac Asimov, il grande scrittore di fantascienza. Qualche anno fa abbiamo organizzato una cerimonia per Isaac, io ho tenuto un breve discorso e a un certo punto ho detto: «Adesso Isaac è lassù in cielo». Era la battuta più esilarante che potessi fare di fronte a una platea di umanisti. Li ho fatti rotolare fra le poltrone per le risate. Ci sono voluti parecchi minuti per riportarli all’ordine. E se mai dovessi morire anch’io – Dio non voglia – spero che voi direte: «Adesso Kurt è lassù in cielo». È la mia battuta preferita.
Cos ne pensano gli umanisti di Gesù? Io, come tutti gli umanisti, di Gesù dico questo: «Se le cose belle che ha detto sono giuste, e in buona parte anche bellissime, che differenza fa se era Dio oppure no?»
Ma se Cristo non avesse pronunciato il Discorso della Montagna, con il suo messaggio di misericordia e di pietà, io non vorrei essere un essere umano.
Tanto varrebbe essere un serpente a sonagli.

[Kurt Vonnegut, Un uomo senza patria, traduzione di Martina Testa, Roma, minimun fax 2006, pp. 69-70]