Se sei pronto

giovedì 8 Giugno 2017

Se sei pronto a lasciare padre e madre, fratello e sorella, moglie e figli e amici e a non rivederli mai più, se hai pagato i tuoi debiti e hai scritto il tuo testamento e sistemato tutti i tuoi affari e sei uomo libero, allora sei pronto per una passeggiata.

[Henry David Thoreau, L’arte di passeggiare, in Fredrik Sjöberg, L’arte della fuga, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea 2017, p. 148]

Venezia – 7 giugno

mercoledì 7 Giugno 2017

Mercoledì 7 giugno,
a Venezia,
alle 19.30
al teatrino di Palazzo Grassi,
in Campo San Samuele, 3221
(se non sbaglio)
con Frederik Sjöberg
presentiamo il libro
di Frederik Sjöberg
L’arte della fuga,
dentro il festival
di Iperborea
I boreali

Fagioli

lunedì 26 Dicembre 2016

Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi

Tutt’a un tratto [Dostoevskij] diventò superstizioso. Cominciò a raccontarmi di chiaroveggenti, consultava indovine e mi convinse a seguirlo da una vecchia che leggeva i fagioli. La vecchietta doveva predirmi se per me s’intravedeva la felicità all’orizzonte.
«Bisogna saperlo in anticipo» disse [Dostoevskij] mentre la donna era china sui fagioli. «Un uomo avvisato non si fa trasportare con tanta facilità. L’amore ti sopraffà e niente è più pericoloso».

[Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi, traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo, Milano, Iperborea 2016, p. 109]

Ampedus sanguineus

sabato 10 Settembre 2016

Fredrik Sjöberg, Il re dell'uvetta, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea

Anch’io ho avuto un amico molto caro negli anni della mia adolescenza. Thorbjörn Stärner (1958-1994). Pace alla sua memoria.
Quando la mamma mi telefonò sull’isola un afoso giorno d’estate per dirmi che Thorbjörn era morto in un banale incidente d’auto, il mondo mi crollò addosso. Rimasi dapprima sorpreso. I contatti si erano diradati negli ultimi anni. Entrambi ci eravamo fatti una famiglia e avevamo dei figli. Il destino ci aveva portato in direzioni diverse.
Solo quando non ci fu più capii appieno l’importanza della nostra amicizia. Fu il giorno più triste della mia vita. Nei tre anni in cui frequentavo il liceo di Västervik non c’era niente che potesse dividerci. Niente. Facevamo tutto insieme: andavamo a pesca, fotografavamo gli uccelli, suonavamo la chitarra e facevamo festa, catturavamo falene e, naturalmente, corteggiavamo le ragazze. E viaggiavamo: in Camargue, in Grecia, in Spagna, in Polonia, dappertutto, e sempre, qualsiasi cosa facessimo, parlavamo e parlavamo, ininterrottamente, della vita.
Una coppia male assortita, all’apparenza.Thorbjörn era alto due metri e soffriva di una traballante fiducia in se stesso; io ero lungo una spanna, borioso come un tacchino e piuttosto irritante. Ricordo le notti che abbiamo passato nella mia stanza, discorrendo fino all’alba proprio di ciò che determina il carattere di una persona e di ciò che è possibile formare da sé e indirizzare.
quanto litigavamo! Tutto è possibile, sostenevo io. Ti sbagli, replicava lui. Ma alla fine ci riconciliavamo sempre, e il giorno dopo partivamo alla ricerca di nuove avventure. E ora ero lì, solo alla mia scrivania, nella casa sull’isola, e piangevo. Inconsolabile.
All’improvviso sentii un leggero scalpiccio di piedi infantili. Mi voltai e incontrai lo sguardo del nostro figlio maggiore, che aveva allora sette anni. Dietro di lui c’era la sorellina. Tese verso di me il pugno chiuso, come fosse in attesa, poi lo aprì piano piano dicendo:
«Papà, guarda cosa abbiamo trovato.»
In mano aveva uno scarabeo, l’elaride rosso Ampedus sanguineus, uno dei pi belli. I bambini non mi avevano mai visto piangere. L’atmosfera in casa era stata cupa e pesante quel giorno, e loro si erano tenuti in disparte. Alla fine però non ce l’avevano fatta più. L’inquietudine li aveva spinti a correre fino a un ceppo marcio dove si erano messi a frugare fino a che non avevano trovato uno scarabeo. E ora eccoli lì, con una timida meraviglia nei grandi occhi spalancati.
«È per te.»
«Papà, sei un po’ contento adesso?»
Ancora oggi mi capita di mettermi a piangere quando vedo un Ampedus sanguineus, non so se per il dolore o per la felicità, probabilmente per un misto dei due.

[Fredrik Sjöberg, Il re dell’uvetta, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea 2016, pp. 46-47]

20 aprile – Milano

mercoledì 20 Aprile 2016

Mercoledì 20 aprile,
a Milano,
al teatro Franco Parenti,
in Via Pier Lombardo, 14,
alle 19,
parlo con
Fredrik Sjöberg
del suo libro
L’arte di collezionare mosche.

Un giorno magnifico

venerdì 26 Febbraio 2016

Dan Turèll, Assassinio di marzo

Mentre percorrevo da un capo all’altro la Stazione Centrale, immerso nei miei pensieri (pagati da Bladet), qualcuno mi urtò. Qualcuno che – come presto si scoprì – era un vecchio signore, ma non Eric Liljencrone. Chiedeva un contributo per un biglietto per Roskilde.
Riconobbi subito il ceffo. Raccoglieva soldi per il suo biglietto per Roskilde da quando abitavo nel quartiere. Gli domandai se non potesse andare prima o poi da qualche altra parte, tanto per cambiare un po’. Il mondo offriva ben altre sfide che Roskilde. Avevo sentito dire che anche Ringstead era molto bella, gli raccontai.
Lui mi confidò con aria molto professionale che un biglietto per Roskilde era la proposta d’investimento più opportuna, perché il prezzo corrispondeva esattamente alla cifra che gli davano il più delle volte, quando racimolava qualcosa. Ringstead sarebbe sembrata un’esagerazione, gli pareva. La gente si sarebbe insospettita.
Per qualche strano motivo mi sembrò che il ragionamento filasse, perciò gli mollai dieci corone esentasse e lui disse che ero un brav’uomo. Era un pezzo che qualcuno non me lo diceva così a buon mercato. Era proprio un giorno magnifico.

[Dan Turèll, Assassinio di marzo, traduzione di Maria Valeria D’Avino, Milano, Iperborea 2016, p. 16]

A volte si ripetono

mercoledì 25 Novembre 2015

tumbas nootebbom

Chi giace nella tomba di un poeta? In ogni caso non il poeta, questo è sicuro. Il poeta è morto, altrimenti non avrebbe una tomba. Ma chi è morto non si trova più da nessuna parte, nemmeno nella propria tomba. Le tombe sono ambigue: custodiscono qualcosa e non custodiscono niente. Questo, naturalmente vale per qualsiasi tomba, ma nel caso di quelle dei poeti e degli scrittori c’è anche qualcosa d’altro. C’è una differenza. La maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – già detto tutto. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare. A volte si ripetono. Succede ogni volta che qualcuno legge o recita una poesia per la seconda o per la centesima volta. Parlano anche ai non nati, a che non viveva ancora quando hanno scritto quel che hanno scritto.
Perché si va sulla tomba di una persona che non si è mai conosciuta? Perché ci dice ancora qualcosa, perché dice qualcosa a te, qualcosa che ti risuona ancora nelle orecchie, che ti è rimasta in testa e che probabilmente non riuscirai mai a dimenticare, qualcosa che conosci a memoria e che, di tanto in tanto, a bassa o ad alta voce, ripeti.

[Cees Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori. Fotografie di Simone Sansen, traduzione di Fulvio Ferrari, Milano, Iperborea 2015, p. 11]