I russi

lunedì 10 Dicembre 2018

«Leggere i russi» è un’esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di «leggere i russi».

[Giorgio Manganelli dentro La grande Russia portatile, domani a Milano nella sede nuova dell’Associazione Italia Russia]

22 novembre – Bologna

giovedì 22 Novembre 2018

Giovedì 22 novembre,
a Bologna,
all’Ateliersi,
in via San Vitale 69,
alle 21,
La grande Russia portatile
(ingresso 5 euro con un bicchiere di vino
o un analcolico)

Un libro

sabato 18 Agosto 2018

[Mi hanno avvisato che oggi è uscita la prima recensione (su D) della Grande Russia portatile, che esce il 30 agosto, questo, più o meno, è l’inizio del libro)]

Ho cominciato a studiare russo nell’autunno del 1988, trent’anni fa, e, anche se ero già adulto (avevo 25 anni), per me la Russia è stato il posto dove sono diventato grande.
Ci sono arrivato nel 1991, quando era ancora Unione Sovietica, ero là durante la rivoluzione del 1993, con l’assalto alla casa bianca, ci ho vissuto durante il coprifuoco che ne è seguito, ho visto le code davanti alle banche determinate dalla riforma monetaria che ha obbligato tutti i russi a cambiare, in tre giorni, tutti i contanti che avevano, che da lì a tre giorni non sarebbero valsi più niente, carta straccia, ho fatto la fila per comprare il pane, ho comprato un orologio Raketa, ho vissuto a Mosca quando non si trovava la carta igienica, ho visto lo studio del più grande pittore russo contemporaneo, ho fatto una fotografia nella giacca di Sergej Dovlatov, ho partecipato al primo festival d’arte d’avanguardia e delle performance di San Pietroburgo, ho fatto tutta, senza mai scendere, la transiberiana, da Mosca a Vladivostok, ho visto i soldi che distruggevano la rovina incantevole della piazza del Fieno di Dostoevskij, ho dormito su un banco del settore libri rari della biblioteca Pubblica di Pietroburgo, ho pianto nella sala di lettura numero 4 della biblioteca Lenin di Mosca, ho trovato per la prima volta il coraggio di regalare dei fiori a una donna e ho scoperto, in Russia, come mi piace l’Italia, il suo odore, e mi sono accorto, studiando russo, di che lingua meravigliosa è l’italiano: in questo libro ci sono un po’ di queste cose, e qualche altra ancora, ci sono trent’anni che hanno ribaltato il più grande paese del mondo che, miracolosamente, è rimasto il posto stupefacente che era la prima volta che ci sono andato, nel 1991.

Un’altra parentesi

sabato 5 Maggio 2018

(In quel romanzo che si intitola Filosofia di un vicolo si dice che, per i protagonisti di quel romanzo lì, negli anni 50 e 60, una cosa più importante del XX congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica, più importante della denuncia del culto della personalità, più importante della crisi della baia dei porci, più importante della guerra fredda, più importante della nazionalizzazione del canale di Suez era stato il fatto che uno di loro, Ivan Fëdorovič, faccio per dire, aveva cambiato cucina, e loro avevano cominciato a trovarsi nella sua cucina e le loro vite, a causa di questa cosa, eran cambiate in un modo molto significativo.
Ecco, a me, mi stan cambiando la cucina, han portato via quella vecchia e la prossima settimana arriva quella nuova, e io, devo dire, già così, mi piace tanto, il muro della mia cucina, così bianco, che io, se fosse per me, mi fermerei forse anche qui, ma mi sa che non posso, l’ho anche già pagata, arriverà, e non riesco a immaginare i libri che scriverò, nella cucina nuova (io scrivo in cucina), e questo libro, nel quale si parla della Russia pre-rivoluzionaria, di quella post-rivoluzionaria, e di quella post-post-rivoluzionaria, è stato scritto con la vecchia cucina, senza nessuna cucina e sarà corretto con la nuova cucina, immagino, tre fasi storiche del mio appartamento che avran visto tutte e tre passare questo libro, non che sia importante)

[Dalla Grande Russia portatile, esce a fine agosto]

La cucina

venerdì 27 Aprile 2018

C’è un romanzo russo che si chiama Filosofia di un vicolo che dice, se non ricordo male, che per i protagonisti di quel romanzo lì, negli anni 50 e 60, una cosa più importante del XX congresso del partito comunista dell’unione sovietica, della denuncia del culto della personalità, della crisi della baia dei porci, della guerra fredda, della nazionalizzazione del canale di Suez, era stato il fatto che uno di loro, Ivan Petrovič, aveva cambiato cucina, e loro avevano cominciato a trovarsi nella sua cucina e le loro vite eran così cambiate. Ecco, a me, mi stan cambiando la cucina, han portato via quella vecchia e la prossima settimana arriva quella nuova, e io, devo dire, già così, mi piace così tanto, il muro della mia cucina, così bianco, che io, se fosse per me, mi fermerei forse anche qui.

Avevano torto

giovedì 19 Aprile 2018

Dopo, non avrei mai detto, nel 2009 ho curato perfino un’antologia, delle poesie di Chlebnikov.
L’ho intitolata 47 poesie facili e una difficile, e ci ho messo una specie di postfazione dove dicevo che avevo, nello scrivere quella postfazione, un imbarazzo che mi sembrava uguale e contrario a quello che avevo quando facevo l’università, dopo che avevo deciso di scrivere la tesi su Chlebnikov e dopo che avevo cominciato, un po’, a studiarlo, e dopo che mi ero sentito, in un certo senso, un esperto, di Chlebnikov.
Che, allora, venticinque anni fa, io se sentivo qualcun altro che parlava di Chlebnikov, non lo stavo a sentire. Cercavo di interromperlo subito, e se continuava mi veniva proprio l’istinto fisico di andare via e intanto pensavo «Come si permette, questo, di parlare di Chlebnikov, che l’esperto di Chlebnikov sono io?».
Cioè a me, dopo che avevo letto un po’ di cose di Chlebnikov e su Chlebnikov, eran cresciuti come dei paraurti retrattili davanti e didietro che saltavano fuori ogni volta che veniva fuori l’argomento Chlebnikov e che mi impedivano di avvicinarmi e di imparare di più, ero talmente convinto di saperne, su Chlebnikov, che su questo argomento ero diventato cieco, e sordo, non muto, ne parlavo continuamente anche a della gente che, poveretti, la poesia d’avanguardia dei primi anni del novecento nella Russia presovietica e sovietica non era stranamente un argomento che li appassionava.
Adesso, venticinque anni dopo, al contrario, per un meccanismo che non mi è chiarissimo, io di Chlebnikov ne parlo il meno possibile.
Forse perché, come ho detto, Chlebnikov, secondo me, è molto di più di quello che io riesco a dire.
Šklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del novecento, Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro, e avevan ragione, secondo me, tutti, però avevano torto, anche, secondo me, e avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più.
Basterebbe leggere le cose che ha scritto, dovrebbe bastare.
Come dirà Korov’ev di Dostoevskij, più avanti, tra molti paragrafi portatili, se avrete la pazienza di andare avanti.

[Dalla Grande Russia portatile, in preparazione (esce in agosto)]

Ci siamo quasi

lunedì 16 Aprile 2018

Adesso, questa Russia che state leggendo è grande, ma è anche portatile, io devo ancora parlare per lo meno di due argomenti un po’ lunghi, le biblioteche russe, e Stalin, non è che posso dilungarmi tanto sulla relazione tra la musica italiana e l’Unione Sovietica, altrimenti si perderebbe la natura portatile di questo libretto, dirò solo un’ultima cosa, sulla relazione tra la musica italiana e l’Unione Sovietica, che un mio amico georgiano mi ha detto che quando la Georgia ha ottenuto l’indipendenza, nel 1991, alla festa per l’indipendenza hanno invitato Sabrina Salerno a fare un concerto in playback.
Che, da un certo punto di vista, è stupefacente, da un altro è bellissimo, pensare che per una parte di mondo, la modernità, l’occidente, volevano dire Sabrina Salerno che cantava «Boys, boys, boys, I’m looking for a good time, boys, boys, boys, get ready for my love».

Un finale

domenica 15 Aprile 2018

Una cosa singolare, andare in Russia, che scopri che le montagne russe, in Russia, le chiamano Montagne americane, e che l’insalata russa, in Russia, la chiamano Insalata Olivier, dal nome del cuoco, belga, che l’aveva inventata; invece in Italia, mi ha raccontato un appassionato di cinema muto che ho incontrato a Bologna, il contrario del lieto fine, il finale dove le cose van male, gli appassionati del cinema muto lo chiamano finale alla russa, ho scoperto, allora probabilmente questo libro, ho paura, anche lui, avrà un finale alla russa.

[Dalla Grande Russia portatile, esce a fine agosto]