Errico Malatesta (1853-1932)

giovedì 9 Febbraio 2023

Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione

[Errico Malatesta, Un peu de théorie, in Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani, Milano, Rizzoli 1974, p. 283]

Molti malintesi

giovedì 26 Aprile 2012

Cambiate l’opinione, convincete il pubblico che il governo non solo non è necessario, ma è estremamente dannoso, e allora la parola anarchia, appunto perché significa assenza di governo, vorrà dire per tutti: ordine naturale, armonia dei bisogni e degli interessi di tutti, libertà completa nella completa solidarietà.
Hanno dunque torto coloro che dicono che gli anarchici hanno malamente scelto il loro nome, perché questo nome è erroneamente inteso dalle masse e si presta a una falsa interpretazione. L’errore non dipende dalla parola, ma dalla cosa; e le difficoltà che incontrano gli anarchici nella propagazione non dipendono dal nome che si danno, ma dal fatto che il loro concetto urta tutti gli inveterati pregiudizi, che il popolo ha sulla funzione del governo, o come pur si dice, dello Stato.

Prima di procedere, è bene spiegarsi su quest’ultima parola, la quale, a parer nostro, è davvero causa di molti malintesi.
Gli anarchici, e noi fra loro, si sono serviti e si servono ordinariamente della parola Stato, intendendo per essa tutto quell’insieme di istituzioni politiche, legislative, giudiziarie, militari, finanziarie ecc., per le quali sono sottratte al popolo la gerenza dei proprii affari, la direzione della propria condotta, la cura della propria sicurezza, e sono affidate ad alcuni che, o per usurpazione o per delegazione, si trovano investiti del diritto di far le leggi su tutto e per tutti, e di costringere il popolo a rispettarle, servendosi all’uopo della forza di tutti.
In questo caso la parola Stato significa governo o, se si vuole, è l’espressione impersonale, astratta di quello stato di cose di cui il governo è l’impersonificazione: e quindi le espressioni abolizione dello Stato, Società senza Stato ecc. rispondono perfettamente al concetto che gli anarchici vogliono esprimere, di distruzione di ogni ordinamento politico fondato sull’autorità, e di costituzione di una società di liberi ed uguali, fondata sull’armonia degli interessi e sul concorso volontario di tutti al compimento dei carichi sociali.

[Errico Malatesta, L’anarchia, p. 9]

Quando ha cominciato a pensare

mercoledì 25 Aprile 2012

L’uomo, come tutti gli esseri viventi, si adatta e si abitua alle condizioni in cui vive, e trasmette per eredità le abitudini acquisite. Così, essendo nato e vissuto nei ceppi, essendo l’erede di una lunga progenie di schiavi, l’uomo, quando ha cominciato a pensare, ha creduto che la schiavitù fosse la condizione essenziale della sua vita, e la libertà gli è sembrata cosa impossibile. In pari modo, il lavoratore, costretto per secoli e quindi abituato ad attendere il lavoro, cioè il pane, dal buon volere del padrone, ed a vedere la sua vita continuamente alla mercé di chi possiede la terra e il capitale, ha finito col credere che sia il padrone che dà da mangiare a lui, e si domanda ingenuamente come si potrebbe fare a vivere se non vi fossero i signori.

[Errico Malatesta, L’anarchia, Roma, Datannews 2004, pp, 7-8]

Un anarchico

martedì 18 Ottobre 2011

Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi… Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a se stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare… In una parola dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini… L’odio non produce amore, e con l’odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio, o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione

[Errico Malatesta, Un peu de théorie, in Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani, Milano, Rizzoli 1974, p. 283]