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Scuola elementare.

Delle due

venerdì 30 marzo 2018

E al futuro io non ci penso mai, ma mai. Perché se ci penso, al futuro, non son capace di far niente. E io voglio farlo, il presente. Oppure no, non farlo. Farlo o non farlo. Una delle due. Adesso.

Il subalterno

venerdì 30 marzo 2018

Se solo la vittima ha valore, se solo la vittima è un valore, la possibilità di dichiararsi tale è una casamatta, una fortificazione, una posizione strategica da occupare a tutti i costi. La vittima è irresponsabile, non risponde di nulla, non ha bisogno di giustificarsi: il sogno di qualunque potere. Nel suo porsi come identità indiscussa, assoluta, nel suo ridurre l’essere a una proprietà che nessuno può disputarle, realizza parodicamente la promessa impossibile dell’individualismo proprietario. Non a caso è oggetto di guerre, nella pretesa di stabilire chi è più vittima, chi lo è stato prima, chi più a lungo. Le guerre hanno bisogno di eserciti, gli esercii di capi. La vittima genera leadership. Chi parla in suo nome? Chi ne ha diritto, chi la rappresenta, chi ne trasforma l’impotenza in potere? Può veramente parlare il subalterno? Se lo è chiesto Gayatri Spivak in un saggio famoso. Il subalterno che sale alla tribuna in nome dei suoi simili è ancora tale o è già passato dall’altra parte?

[Daniele Giglioli, Critica della vittima, Milano, Nottetempo 2014, pp. 10-11]

L’unica salute

giovedì 29 marzo 2018

Devo scrivere un discorso da dire il primo maggio, a Parma, e volevo ripetere il discorso che faccio di solito, un elogio del riposo, che mi sembra bello, la festa del lavoro, solo che quest’anno non so se ce la faccio, perché per me, quest’anno, più che gli altri anni, è una cosa evidente, che il lavoro è l’unica salvezza, che l’unica salute è diventare matti. Vediamo.

Ho vent’anni

mercoledì 28 marzo 2018

L’incontro con Antonio fa parte della serie di celebrazioni per una data fatidica. Il giorno dei miei 42 anni, quello in cui ufficialmente divento più vecchio di mia madre. Da oggi in poi Elena rimarrà eternamente in quell’età, in un certo senso ancora giovane, e io continuerò a invecchiare, lasciandola indietro e – forse, un giorno – riuscendo a seminarla del tutto. Oppure forse, se camperò abbastanza, a un certo punto avrò l’età sufficiente per essere suo padre, e i ruoli si saranno del tutto invertiti. Strana impressione da celebrare, intanto, sentirsi molto più giovane di quel che sembrava lei a me. Ma la falsa percezione è scontata, nel rapporto fra figlio e madre, dopo tutto il tempo che è passato.
Lo scrittore Antonio Delfini si è trovato in una situazione analoga, ancora più cocente, quando presenziò alla riesumazione dei resti del padre, morto prima che lui nascesse.

Intatto nel viso, nel corpo, nella barba, nei capelli (così come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962…) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mi padre, aveva 33 anni; e io, suo figlio, 54. Unico al mondo, io creo, ho visto per la prima volta il papà: lui, in età di mio figlio; io, in età di suo padre.

Oppure, ancora: un filmo sovietico, Ho vent’anni di Marlen Chuciev. In questo film il protagonista parlava costantemente con il fantasma del padre, morto giovanissimo durante la prima guerra mondiale. Questo padre mai conosciuto era il suo punto di riferimento, a lui chiedeva consiglio in ogni frangente della vita. Ma il fantasma del padre rimaneva solo un’ombra, non si mostrava mai in viso. Fin quando, all’ennesima richiesta esasperata del figlio ormai diventato uomo, l’ombra mostrava il suo viso imberbe e desolato, rivelandosi:
– Perché domandi a me? Io ho vent’anni.

[Roberto Alajmo, L’estate del ’78, Palermo, Sellerio 2018, pp.  119-121]

Governo Segni

mercoledì 28 marzo 2018

Sarò io, ma se io dico Governo Goria, o Governo Andreotti, o Governo Fanfani, o Governo De Mita, o Governo Amato, o Governo Ciampi, o Governo Dini, o Governo Forlani, ho l’impressione di qualcosa di grigio, indefinito, che mi fa venire il mal di testa, un po’, e mi sembra di avere a che fare con delle entità che si sono contraddistinte, più che altro, nell’arte di barcamenarsi. Se dico, invece, Brežnev, Andropov, Černenko, Gorbačëv, El’cin, Putin, nella mia testa ci son delle immagini molto forti, precise, tutt’altro che grigie o indefinite, non era sempre la stessa cosa, eran delle cose molto diverse, l’una dall’altra, mi sembra, ma sarò io.
Mi diceva mia mamma che quand’era giovane lei, ai tempi del governo Segni, c’era nel suo paese un comunista che si vantava del fatto che, in Unione Sovietica, se te entravi da un bottegaio e dicevi Chruščëv ti davan la roba senza chiederti i soldi, e che c’era un democristiano che aveva ribattuto «Ben ma, anche qua, se entri da un bottegaio e dici “Segni!”, ti danno la roba senza chiederti i soldi».

Andiamo in Russia

martedì 27 marzo 2018

Mi avvisano da Adenium travel che abbiamo raggiunto il numero minimo di iscritti per tutti e due i viaggi in programma in luglio. Andiamo a San Pietroburgo (clic) e a Mosca (clic). Dài dài.

Una boccetta di inchiostro

martedì 27 marzo 2018

Van’ka Žukov, un ragazzo di nove anni che da tre mesi era stato messo a bottega dal calzolaio Aljachin, la notte prima di Natale non era andato a dormire. Dopo avere aspettato che i padroni e gli apprendisti uscissero per andare a messa, aveva tirato fuori dall’armadio del padrone di casa una boccetta di inchiostro, una penna con il pennino arrugginito e, steso davanti a sé un foglio di carta tutto spiegazzato, aveva cominciato a scrivere. Prima di tracciare la prima lettera, aveva gettato uno sguardo timoroso alla porta e alle finestre, aveva guardato di traverso l’icona scura, ai lati della quale si stendevano gli scaffali con le forme per le scarpe, e aveva strascicato un sospiro. La carta stava su uno sgabello, e lui ci si era messo davanti in ginocchio.

[Anton Čechov, Van’ka, illustrazioni di Fabian Negrin, Roma, orecchio acerbo 2018, pp. 7.8]

La sinistra

lunedì 26 marzo 2018

L’altro giorno, dovevo scrivere una cosa sulla svolta della Bolognina, che dovevano dire dei ragazzi di 15-16 anni, ho chiesto alla Battaglia, che di anni ne ha 13, «Battaglia, te lo sai cos’è la sinistra, politicamente?».
E la Battaglia mi ha detto «Sì, sono i fascisti».
«Non esattamente», le ho detto io.

Poi

lunedì 26 marzo 2018

Poi, tutte le volte che le dicevo qualcosa, lei rispondeva «Anch’io», e viceversa… Così alla fine, tanto per fare un’esperienza esistenzialista, ho provato a dirle «Signorina, la amo tanto», e lei ha detto «Oh»

Boris Vian, La schiuma dei giorni, epigrafe a Giorgio Biferali, L’amore a vent’anni, Latina, Tunué 2018

Una macchinina

domenica 25 marzo 2018

E ieri sera, a Bologna, prima di entrare a teatro, mi si è avvicinato un uomo mi ha detto Sono molto disoccupato, sono in bolletta dura e ha allungato una mano. Che io, l’ultima volta che l’avevo sentito, uno che diceva così, è stato dieci anni fa. Ma sei te? gli ho chiesto. Lui mi ha detto Sono molto disoccupato, sono in bolletta dura. L’ho guardato in faccia, sembrava lui, un po’ ingrassato, forse. Incontrarlo è stato più bello che andare a teatro, ieri sera. È stato quello, il teatro, una macchina del tempo, piccolina, una macchinina.